Festa

da qui

Impazzano le musiche, qui fuori:
cantanti strapagati, voci rauche
e colpi sincopati. Nella stanza
t’immagino seduta, accanto a me,
contemplando lo stesso crocifisso,
con l’identica fitta che ci spezza
il cuore. Dalla folla di laggiù
sale l’urlo sguaiato della bestia.
Solo un sogno di luce ci accarezza.

Double-face

da qui

Lontano ma non troppo, dove il nome
si perde tra le spine del recinto,
dove il passo felpato del timore
ha il rapido declino delle cose
che piangi, solamente, se le trovi
squarciate, come il petto del soldato
passato per le armi, sì, lontano
dalla mente e dal cuore c’è un sinistro
sogghigno del demonio, che ti porta
dove il nome si perde, dietro il filo
spinato del dolore, non sai come.

L’abito

da qui

Se solo per un attimo vedessi,
se quasi per errore, in un momento
d’inavvertenza, una felice svista
ti permettesse di guardare dentro,
oltre quel muro umido e scrostato,
se si aprisse una breccia all’improvviso
e toccassi con mano il sentimento,
il fuoco sempre acceso, quella voce
di silenzio sottile che è lo Spirito
Santo dentro me, se solo sapessi
quanto cielo è capace di abbracciare
la terra che lo aspetta, non saresti
il diavolo muto, esperto d’atti
mancati, l’abito che, in fretta, vesti.

83. Un nome strano

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Sei atterrata dal volo in cui hai rivisto la tua vita: ti sei accorta che qualcosa vale, che in fondo non tutto era sbagliato; ci credi, adesso, anche se non sei stata amata come ti aspettavi; ricominciare, sì, ma in quale direzione per non sbandare ancora? I vigili festeggiano, ti accarezzano la fronte; e l’uomo dal soprabito scuro? Continua a leggere

67. Fate largo

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Perché sei salita fino a qui? Cosa ti prende, Ester? La tensione è all’apice, non la reggi più? Pensi che sia così facile finirla? E perché poi? Fausto ti sfugge? Non può essere un’occasione per ripartire meglio? Non saresti felice per una coppia che può riconciliarsi? Pensi solo a te stessa e alle tue comodità? E’ il presidente: e allora? Non ti ha detto, l’uomo dal soprabito scuro, che la sede potrebbe subire un attentato? Che fine farebbero il potere, la ricchezza?
Guardate, c’è una donna sul tetto! Continua a leggere

65. Vorrei

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Non sai perché sei qui. A volte c’è una forza che ti prende senza che tu ne sappia nulla. Volevi tornare per capire, o almeno per fare un tentativo. Sei ridicolo, davanti al botteghino, tra giovani che fumano, personaggi pittoreschi che si scambiano battute incomprensibili. Sarà l’ultimo concerto? Quanto andrà avanti con le  repliche? E’ un filo invisibile che collega la musica con la storia che ti sta trascinando chissà dove. Sarà vero che la chiama? O è solo suggestione? E cosa c’è di certo nella vita? Continua a leggere

9. La busta

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Quanto tempo può passare tra l’istante in cui si suona il campanello e quello in cui si apre la porta, dalla parte opposta? Gilda cinge tra le braccia un’enorme busta di giocattoli: ricorda che i genitori, da bambina, sistemavano i regali sul bordo del letto. Accadeva nella casa della nonna, un palazzo dai soffitti altissimi, gli scaloni in marmo, i pavimenti a mattonelle colorate con disegni sgargianti. Continua a leggere

63. Nel ventre della terra

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Ci sono tutti, nell’orto degli ulivi: Matityahaou, con la faccia da ragazzo allegro, Shime’on, dal piglio fiero, Yaakov, coi dentoni da coniglio, Yoh’anan, giovane e bello come devono essere gli eroi, Andreas, con le orecchie a sventola e una strana smorfia sulla bocca, Yehouda, dai riccioli ribelli, Nathane l’intellettuale ed Eleazar, scampato a due attentati. I viali che tagliano il giardino sono fiumi di sassi minuscoli che riflettono la secchezza del cuore dei discepoli. Continua a leggere

6. Divisioni

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C’è un dubbio che rode Medardo da quando ha cominciato a scrivere: da una parte è attratto dai dettagli, dall’esperienza personale intrisa di odori, sapori, colori inconfondibili perché sperimentati in proprio, vissuti sulla pelle, con l’impressione di non poter sbagliare, d’inoltrarsi in un terreno conosciuto a palmo a palmo, una miniera inesauribile di sollecitazioni e di occasioni, insomma, una manna per chi cerchi un deposito di materiali per le proprie opere; Continua a leggere

29. Irresistibile stretta

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Di Giulio da Padova non si sa più nulla. Si organizzano spedizioni in tutto il mondo, ma senza risultato. Leopoldo è sorpreso e amareggiato per la sua scomparsa; ci sta ragionando sopra, mentre il barbiere gli taglia i capelli (non troppo corti, lo sai!) e lui sfoglia le solite riviste, guardando soprattutto le figure. E’ il turno del Bollettino Malesiano, che riporta vicende politico-sociali-religiose di regioni dell’Asia a lui completamente sconosciute; intravede la notizia del ritrovamento di uno scrittore italiano sulla cima del Gunong Tahan, il monte più alto del paese: Giulio da Padova! Come sarà finito fra le tigri e i bufali della Malesia? Che abbia scoperto il segreto delle apparizioni, istruito dal fantasma di Salgari? Continua a leggere

13. Scuola di scrittura

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Leopoldo, ora, ha il compito di informare l’autore del romanzo sulla possibilità che si è aperta inaspettatamente. In realtà è un’autrice, e si chiama Maria. Non è l’intellettuale classico, cinico e spregiudicato: al contrario, ha una fiducia tenace nel mondo, come il suo personaggio principale. Del resto, tra costui e il suo inventore deve pur esserci qualcosa in comune. Maria ha una camera appollaiata su una periferia modesta e a tratti squallida; un computer che rischia di piantarla in asso da un momento all’altro e una caterva di libri cui non sa più trovare un posto. Quando vede arrivare Leopoldo, lo rimbrotta con affetto:
Girano strane voci su di te; dicono ti sia dato all’alcol. Continua a leggere

Due calcoli

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Sarebbe bello poter parlare a tutti senza difese né tabù, ignorando i risvolti ipotizzabili, gli effetti collaterali, gli strascichi indesiderati. Comunicare schiettamente, sfogandosi al bisogno, confidando gioie e preoccupazioni, affidando al cuore dell’altro la vita come è. Si eviterebbero nevrosi, risparmieremmo patrimoni dilapidati in medicine, apriremmo scenari di ritrovi fraterni, segnali profetici di una società più giusta. Dopodiché, ci facciamo i soliti due calcoli; ricordiamo che la Bibbia raccomanda di non fidarsi del primo che ti capita e soggiunge: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo. Lanciamo un’occhiata nostalgica alla fila di case snocciolate come rosari fino all’orizzonte, alziamo il bavero scuro della giacca e ricominciamo a lavorare, come niente fosse.

Il lato ridicolo

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All’università teologica ragionavano spesso sulla profezia: si affannavano a spiegare che non si tratta di una previsione del futuro, ma di parlare a nome di Dio, secondo l’etimologia. Il profeta vede la realtà da un’altra prospettiva, coglie sfumature che sfuggono ai comuni mortali. Ho un amico veggente, dunque non è un profeta: prevede il futuro, ma solo quello altrui. Il talento non gli reca alcun vantaggio, anzi, sembra perseguitato dalla fortuna avversa. Mi chiede preghiere per risolvere questo o quel problema. Con lui mi sento eternamente in debito, perché, quando bruciarono don Mario, mi disse che non sarebbe morto mentre tutti affermavano il contrario, compresi i luminari della scienza. Vedeva le cose da un punto di vista alternativo, forse quello di Dio. Il confine tra veggenza e profezia, a volte, è impercettibile: in ogni caso si tratta di un’angolatura sorprendente, che sfugge alle maglie troppo larghe della sapienza umana, ne svela il lato ridicolo, che inutilmente si cerca di occultare.

Tosse

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Ho una specie di tosse convulsa, che non passa con niente. Ho seguito consigli vari su sciroppi e una certa salicina, che non so a cosa serva. Ieri sera mi sono deciso finalmente a stare in casa. Vado per chiudere il cancello, ma c’è qualcosa di strano: una luce lampeggiante sulla strada di fronte alla Parrocchia. Che faccio? Rischio o torno indietro? Il furgoncino della polizia municipale è parcheggiato vicino a un auto grigia, col parabrezza rotto. Tre agenti, due uomini e una donna, stanno parlando con altrettanti giovani, dalle facce stralunate. Mi scappa la domanda:
Cosa è successo?
E’ stato investito un uomo ubriaco, fa il vigile più grosso. Continua a leggere

L’ultimo viaggio di Richard Wright

Richard Wright, 28 luglio 1943 – 15 settembre 2008

I Pink Floyd. Gruppo tra i più discussi, con l’album The Dark Side of the Moon così criticato, da alcuni giudicato il peggiore, eppure che ha venduto quaranta milioni di copie; con le svolte epocali, psichedelica, rock, e il proseguimento, il rifiuto di sciogliersi, la decisione di invecchiare in pubblico, come i Rolling Stones, le riconversioni con The Wall, gli abbandoni degli affezionati, le accuse, l’acquisizione di nuovi fans, e poi i film, i video, e l’impossibilità di decidere se erano diventati commerciali, se avevano dimenticato la loro storia, le loro avventure; me li ricordo, i Pink Floyd, nel 1970, o 1971, in un grande teatro circolare, senza sedie, tutti noi sdraiati sul pavimento ammassati perché turbinava la musica di Ummagumma, un viaggio mentale e nervoso nello spazio, con Richard Wright barbuto che si accaniva sull’organo, girava una strana manovella e il suono iniziava a vorticare nelle casse disposte lungo la circonferenza del teatro, correva in circolo, incrinava l’equilibrio, confondeva la luce; erano un gruppo compatto, anche se Richard Wright era in contrasto ideologico-emozionale con Waters, e fu allontanato per nove anni, pur continuando a esibirsi nei concerti; un gruppo che sperimentava, anche se la sua era una sperimentazione armonica, poco conflittuale coi gusti del pubblico; una sperimentazione che mirava a soddisfare, più che sfidare; che cercava la melodia, più che la distorsione.
Dopo Syd Barret, che contribuì a creare il mito, con la sua pazzia, la sua sofferenza, la sua fragilità, è partito Richard Wright; forse ha seguito la scia delle note in viaggio di Ummagumma, verso l’ignoto. Have a Good Trip, Richard.