Pensandoci bene


A volte è difficile pregare: perché c’è chiasso, o dobbiamo lavorare, o perché ci arrendiamo alla stanchezza. Eppure Gesù ha pregato nei frangenti più impossibili: mentre era flagellato, o saliva il Calvario, o pendeva dalla croce. Facciamoci due conti, e ripartiamo.

Istruzioni per l’uso


Possiamo contare sulle preghiere altrui, soprattutto di coloro che stanno in paradiso. Il bene, diceva san Tommaso, è diffusivo di sé. Pregare con i santi è un’esperienza da raccomandare urgentemente. E quelli che non pregano che fine faranno? Preghiamo anche per loro: gli sarà chiesto di meno.

Il Tu


È il tu che libera, ma non un tu qualunque: siamo bravi a imprigionarci vicendevolmente con sistemi sottili, a volte subdoli. È necessario Dio. Non a caso il Pater è la preghiera del Tu, ossia dell’amore. Le prime richieste sono tutte in questo senso: tuo nome, tuo regno, tua volontà. Il pane quotidiano, poi, è il nutrimento d’amore che ci occorre; rimettiamo i debiti per amore di Dio; il male da cui domandiamo di venire affrancati è ogni assenza possibile d’amore. Detto così, il Padre nostro è un’altra cosa.

La preghiera perfetta


Non sprecate le parole, come i pagani, dice Gesù. È vero, preghiamo moltiplicando formule, senza metterci amore, anima, nulla. Che se ne fa, Dio, di un ammasso informe di rumori? Un Padre nostro detto col cuore, per Lui, è un balsamo, un dono che lo acquieta. Proviamo a pregare così, non deludiamolo anche questa volta.

Nell’amore


Per chi preghiamo? Se il Signore è vicino, è il nostro confidente; se davvero è un intimo nostro, se è, come vuol essere, uno di famiglia, che bisogno c’è di chiedere per noi? Ai nostri problemi, ai nostri impegni, ci pensa di sicuro. Molto meglio pregare per gli altri: per i vicini, i lontani, per tutto il regno da ricapitolare in Cristo, come dice san Paolo: se non arrotolo la pergamena intorno al capitulum, alla kefalé, al Primo e l’Ultimo, l’Inizio e la Fine, è poca cosa che a me vada bene: ci salviamo insieme. Come diceva Solov’ev: nell’amore, tutto è collegato.

Qui a Roma


Uno dice: va bene, mi metto davanti al volto di Gesù; e poi?
Ci vorrebbe una guida, un formulario delle frasi corrette da rivolgere al divino, una sorta di galateo delle buone maniere, un vademecum che ci eviti gaffe, o spiacevoli incidenti. Col Figlio di Dio, non si sa mai.
Se sapessimo che il Cristo vuole solo intimità, fiducia, rinuncia a qualsiasi meccanismo di difesa; che non è minimamente interessato, in questo caso, alle questioni formali, allora sì, cominceremmo a pregare come piace a Lui. Ma noi siamo duri, resistenti. Qui a Roma si dice: de coccio.

Atto di fede


Quando pigiamo il bottone della macchina, non dubitiamo che esca il caffè; se apriamo l’ombrello, siamo sicuri che ripari dalla pioggia; se giriamo la chiave nel cruscotto, l’automobile si mette in moto. Durante la giornata, compiamo atti di fede a non finire: se facessimo attenzione, ci stupiremmo di affidarci tanto.
Invece, quando preghiamo Dio, perdiamo colpi: mi esaudirà? Sarò degno di chiedere? Dovrei avere, almeno, la stessa certezza che ripongo nella macchina, nell’efficienza del telefono, in qualsiasi altro moto di fiducia. Manchiamo sul più bello, proprio là dove potremmo averne un grande beneficio. Per questo il dubbio ci arrovella, e finisce per guastare anche l’ombrello, il distributore, l’automobile.

Appuntamento


Non è facile pregare. La prima cosa che dico, affrontando questo tema, è che bisogna parlare con Gesù, altrimenti si scade in formalismi e perdite di tempo.
Un altro accorgimento è immaginare una scena del Vangelo: Gesù al pozzo di Sicar, alla festa di Gerusalemme, sul Calvario. O contemplare i misteri del Rosario, dialogare con i personaggi. Cristo è vita ed è sviante tenervelo fuori. La preghiera non è un rito, un pio esercizio, o peggio, una pratica da sbrigare sciattamente. È un’esperienza, o come si suol dire: un evento. Un appuntamento da non perdere.

Preghiera


A che serve la preghiera? Forse, molte volte, è inutile: quella che si fa per fare, per sistemare un conto sempre aperto, di dare e avere, per placare l’angoscia da debito contratto con divinità enigmatiche, che possono punire in caso di mancata prestazione; ma anche la preghiera-chiacchiera, buttata lì come giocando al bar, quando allunghi la briscola sul tavolo con una gran risata; e quella che si recita pensando ad altro, guardando l’orologio, spalmata su un tempo sotto vuoto, come una magra concessione a un Dio noioso.
La preghiera autentica è quella che fa luce negli angoli più bui, nelle cantine in cui si occultano certe mercanzie, nei magazzini polverosi abitati da topi e ragnatele. La preghiera porta ossigeno in stanze dove ormai non si respira, profumo dove regna un odore di stantio. È una preghiera che salva da ogni falsa devozione, da ogni pavida fuga dall’incontro.

Amici come prima


Con Dio abbiamo un rapporto problematico: chiediamo e ce ne andiamo, invochiamo la sua presenza e svicoliamo altrove. Mi chiedo se a volte non s’innervosisca. Poi mi rispondo “no, Lui ci ama davvero, al massimo sorride della nostra allergia congenita alla concentrazione”.
Però questa non dev’essere una scusa. Bisognerà imparare a esserci, anche noi. Mi viene in mente il nome impronunciabile di Dio: Io sono Colui che c’è. Già, Lui c’è, ha il carisma dell’attesa. A volte aspetta secoli, millenni. Poi fa uno sbuffo, e rivolta la terra come un pedalino. Ma ecco, basta poco, e amici come prima.

Preghiera per Milano

di Franz Krauspenhaar

Prego per te perchè ne hai bisogno
perchè sia nuovo sogno e destino
notevole il declino declinato, fine
dei giochi veramente sporchi.
Non m’illudo di niente ma tu sei
stato amore placentare, e sei
sempre con me, come una madre
stanca, col sangue in flusso di fatica.
Prego Milano per la tua faccia
lavata, non subito, non presto,
che ci vuole del tanto di quel tempo;
ma ti spero allungata nel silenzio
e nel riposo, la coscienza più forte
nelle nostre mani bambine, nei giochi
antichi e nuovi, seri e pur sempre puri.
Gloria a te.

Yoga e preghiera cristiana

Introduzione

di Marco Guzzi

Il bisogno crescente di una nuova vita spirituale

Se mi si chiedesse di che cosa abbia maggiormente bisogno l’uomo di oggi, direi subito di una nuova vita interiore. Oggi più che mai, con la velocità e le potenzialità crescenti delle comunicazioni telematiche, diventa indispensabile conquistare spazi di silenzio e di pace, un baricentro spirituale. Stiamo favorendo la crescita di esseri umani tecnicamente molto dotati, ma emotivamente immaturi, psichicamente labili, e spiritualmente atrofizzati. I nostri ragazzi a tredici anni già costruiscono il loro blog e scaricano i loro video su You-Tube, ma la loro capacità di concentrarsi su un libro descresce e le loro menti sembrano muoversi alla velocità dei links e riprodurre così dentro di sé la stessa frammentarietà del linguaggio di Internet.
Depressione, disagio, e angoscia ne derivano ineluttabilmente. Continua a leggere

La preghiera del mondo. Le radici del rapporto mistico tra il fedele e il Signore

et-resurrexit

L’eterno bisogno di rivolgersi a Dio

di Pietro Citati

Qualche giorno fa, uno dei maggiori editori italiani mi ha detto che gli unici libri che oggi, in Italia, abbiano un pubblico sicuro, sono quelli di argomento religioso. Mi duole moltissimo che proprio ora si concluda, col numero 96, la collana: Basilio di Cesarea, Frate Ivo, Anastasio Sinaita, Riccardo di san Vittore, Pietro il Venerabile, Efrem il Siro, Simone Studita, Macario l’Egiziano, Aelredo di Rievaulx, Teodoro di Mopsuestia, Baldovino di Ford, Sergio di Reshayna: testi di trentadue o quaranta pagine, a buon prezzo, ben tradotti e con prefazioni scrupolose, usciti dalla laboriosa officina della comunità di Bose. Tra gli ultimissimi vorrei ricordare Nella Scrittura è il regno dei cieli di Nilo di Ancira: un monaco di Ankara, vissuto tra il quarto e il quinto secolo discepoli di Giovanni Crisostomo. Aggiungo uno dei più grandi scrittori cristiani, Isacco di Ninive, nato nell’attuale Qatar, e vescovo di Ninive (in Iraq) verso la fine del settimo secolo. Continua a leggere