Visione

da qui

Sì, lavorare stanca, soprattutto
quando il frutto del lavoro ti manca,
quando è strutto che ingrassa
il padrone esigente, la sua azienda
che spreme fino all’osso gli ingranaggi
umani. Eppure il sogno
di una casa comune, di un bisogno vero,
di una giusta gestione dei proventi
continua ad affiorare nella notte,
come un fantasma messaggero, come
una nave che appare, a fari spenti.

primo maggio

di Antonio Sparzani

Oggi è il primo maggio del duemilaundici e non mi piace quello che ho visto e che vedo intorno a me. Adesso vi faccio l’elenco, così magari mi confortate.

1. Questa mattina sono andato alla “grande tradizionale manifestazione” del primo maggio per le vie di Milano. Eravamo pochi e il corteo, partito, come da manuale, dai bastioni di Porta Venezia, ha percorso corso Venezia, ma poi, invece di percorrere corso Vittorio Emanuele per sfociare in piazza Duomo, quando è arrivato in piazza San Babila ha girato a destra in corso Matteotti arrivando così in piazza Scala dove ci sono stati i comizi. Non riempivamo neppure piazza Scala, e i comizi erano sottotono. Perché non siamo andati in Duomo? La domanda ci porta al punto seguente.

2. In piazza Duomo ‒ come ho poi visto al telegiornale della Lombardia delle 14.00, ci stava lo schermo gigante supertecnologico che trasmetteva in diretta da piazza San Pietro in Roma la cerimonia di beatificazione di Karol Wojtyła, in arte papa Giovanni Paolo II. Bisogna dire che questo Benedetto papa, attualmente regnante, sta imparando rapidamente la lezione del suo beatificato predecessore, la scelta della data della cerimonia di beatificazione è straordinaria, degna di lui: il primo maggio, una data del tutto casuale, una domenica come tante, complice la combinazione astrale che ha voluto che nel 2011 il primo maggio cadesse (si noti il non casuale verbo) di domenica. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII)


La Checca


Primo maggio: festa dei lavoratori. Ma era stata abolita nel ventennio e guai a parlarne: peggio, se un fascista avesse visto una bandiera rossa si sarebbe infuriato come un toro nell’arena.

Ed ecco cosa ti inventa quel fantasioso scanzonato di Franco, detto la Checca. Eravamo, sempre nella primavera del ‘44, alla vigilia del I maggio. Riesce a farsi rinchiudere, insieme con la fidanzata, l’Ornella Dentici (la sorella di Jacopo, ucciso più tardi dai nazifascisti, colei che poi divenne la moglie di Franco) nel cortile dell’Università, quell’enorme palazzo neoclassico che è di fronte alla Questura, ricco di loggiati, finestre e balconi. I due sono letteralmente imbottiti di bandiere rosse e, conseguentemente incappottati, entrano nell’Università inavvertiti fra il via-vai degli studenti, vi si nascondono e lavorano tutta la notte con pile, chiodi martelli e altri arnesi, per poi dileguarsi di primo mattino, all’apertura dei portoni, lasciando quello che è il palazzo più centrale della città rivestito tutto di rosso. Stupore dei Pavesi che si chiamano l’un l’altro: “Venite a vedere”, sfilano lungo il Corso (detto Stra noeva), divertiti e compiaciuti, con gli occhi ridenti, furbescamente fissi verso l’alto su tutto quel rosso, davanti ai poliziotti in camicia nera radunati nella piazzetta antistante, con le facce tirate, livide di un’ira contenuta e impotente. Chi era stato? Non lo si seppe mai.
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