128. Quando sei libero

da qui

Attraversa lentamente la galleria d’ingresso al Vicariato, ignorato dalle guardie. Nell’ascensore, pensieri e preghiere si confondono, in un groviglio inestricabile. Percorso il corridoio, scandito da quadri troppo grandi, s’imbatte nell’usciere, lo saluta con un cenno e si avvia dal segretario: sua Eminenza è in riunione, ma sta per liberarsi. Si siede nel salotto, ingombro di libri e di poltrone. Preferirebbe trovarsi altrove, al capo opposto del mondo, ma ormai è lì e deve attendere il suo turno. Continua a leggere

127. Così bella

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Vista da sotto, la basilica è altissima: i lastroni in pietra grezza contrastano con la facciata ornata da finestre incavate e disegni stilizzati. Ad accentuare la varietà del quadro si aggiungono le palme svettanti contro il cielo cobalto.
Yousef, la troveremo, costi quel che costi; ho avuto informazioni attendibili, dovrebbero essere già qui. Continua a leggere

126. Per essere vivo

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Quando vedrete l’abominio della desolazione posto là dove non dovrebbe – il lettore faccia bene attenzione – allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti; chi è sulla terrazza non scenda per entrare a prendere qualcosa nella casa; e chi è andato in campagna non torni indietro a prendere il mantello.
Ha salutato tutti: che cosa vorrà dirci?
Shime’on, ho paura, sembra che tutto stia finendo. Continua a leggere

125. L’ultima volta

da qui

E’ bello, qui.
E’ tutto bello, prima di andarsene.
Le nuvole leggere sono uccelli dalle ali larghe che planano lenti.
Non voglio che vada via.
Non dipende da noi, la vita è qualcosa di più grande.
Le luci della città vecchia sono fuochi che incendiano la sera. Continua a leggere

124. Segni

da qui

Le sedie sono sparse a casaccio, gli uomini con la testa coperta dondolano con il libro in mano.
Aprite gli occhi, il mondo sta cambiando.
Cantano, i tefillin fissati con cinghie di cuoio alla testa e al braccio per lo Shakrit, la preghiera del mattino. Continua a leggere

123. Un terrorista

da qui

La video conferenza è diventata un’abitudine: si parlano come fossero nello stesso luogo tanto è realistica la disposizione nello spazio, i tre schermi che corrispondono perfettamente ad altrettanti posti intorno al tavolo.
Reagiamo bene: la diplomazia ha preso contatto con le frange ribelli e sta offrendo aiuti economici e sociali. L’inserimento dei capi in posti di lavoro redditizi spunta le armi alla corrente degli insorti. Continua a leggere

122. Fratello

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L’orto degli ulivi è la mappa del mondo: i rami sono pensieri che si biforcano in cerca di una logica plausibile, le radici contorte i sentimenti che si abbarbicano per placare una fame mai saziata.
Lo sai bene, Yehochoua, siamo alla fine.
E tu, Shlomstione, sai che potrebbe anche non essere così.
Le foglie sono nuvole verdi che riparano dal sole.
Non dirmi che ci stai ripensando, che cominci ad ascoltarmi. Continua a leggere

121. Si fermerà?

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Ti ha sedotto e abbandonato.
Smettila, Yousef, sei tu che mi hai cacciato in questo guaio.
Il militare impugna  il filo spinato con i guanti, lo srotola, lo aggancia ai paletti in ferro scuro.
Perché mi guardi, Avigail?
 Chi sei, Yehochoua? Voglio capirlo. Continua a leggere

120. Il corpo di Dio

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Ho qualcosa da dirti.
Lo so.
Il tempo stringe, ci stanno eliminando a uno a uno. Ci sarà chi può intendere il messaggio?
Ho paura di no.
In Israele la nazione è avanti a tutto; nelle chiese si insegna una dottrina lontana dalla vita. Continua a leggere

119. L’occhio stanco di Dio

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Difficile descrivere uno sparo. E’ come un lavandino che si stappa, un applauso troppo forte, l’ultimo colpo dei fuochi d’artificio.
Da qui si vede tutta la città, una striscia di colori che cerca di baciare il cielo.
Il problema è che esplode quando meno te lo aspetti: non riesci a coglierlo nell’ampiezza originaria, registri brandelli di rumore, un’eco sorda che attira l’attenzione, ma in ritardo. Continua a leggere

118. Pensaci

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Sono seduti a un tavolo austero, in una sala bianca; sulla parete in fondo è appoggiata una bandiera.
Parlaci di te.
Il fiore, in primo piano, copre una parte minima della città: eppure crea un effetto singolare, come ogni cosa osservata attraverso un filtro o da un’altra prospettiva. Continua a leggere

117. Aspettando

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Sì, qualcosa è cambiato: un altro albergo senza nulla di speciale. L’esterno è un edificio bianco sulla cui facciata spiccano solo i balconcini a semicerchio; la hall è un locale giallino dove il massimo del lusso è un vaso con quattro fiori enormi (e forse finti). La camera da letto sembra avvolta nella nebbia: anche qui prevale il bianco, dalle sovraccoperte alle pareti, fino al quadro in cui i colori rappresentano una parentesi accessoria. Continua a leggere

116. Al posto mio

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Yehochoua non è mai stato in una sala così ricca: pavimenti in marmo, tavolo in legno pregiato, sedie imbottite con braccioli in noce. L’uomo vestito di bianco fa gesti lenti con le mani, come volesse descrivere qualcosa.
Per cui sono curioso di conoscerti meglio, di capire dove vuoi arrivare.
I militari si schierano con gli scudi trasparenti; sullo sfondo, oltre il muretto, la moschea di Omar. Continua a leggere

115. Sherazade

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Racconta, Ismail, sono rimasto indietro.
E’ una parola, Yousef: non so da dove cominciare.
Il locale è rustico: tavolini in legno con sedie impagliate, pavimento a mattonelle ruvide e colonna in pietra, un arco all’entrata e un altro per il forno a legna. Continua a leggere

114. Un suo segreto

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La conferenza virtuale ha qualcosa di piacevole, forse perché l’interlocutore è un ologramma inoffensivo, il volume si può alzare e abbassare a seconda delle voci in causa ed è sempre  possibile azionare il tasto dello spegnimento.
Dobbiamo tirare le somme del discorso.
Le possibilità sono due: eliminarlo o metterlo a tacere. Continua a leggere

113. Incantato

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E’ la prima volta che guardiamo l’alba.
Che ne pensi?
Nel punto della fondazione c’è qualcuno che prega.
Penso che l’emozione più grande sia veder nascere la luce.
Molti confondono la luce con la ragione fredda, la mentalità calcolatrice.
Il Santo fa paura: non puoi fissarlo mai direttamente. Continua a leggere

112. Il sicomoro

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Dall’orto degli ulivi si scorge la distesa bianca delle tombe, la città dei morti, invidiabile per il silenzio intangibile e sovrano, l’atmosfera di accordo, di rispetto, come se solo la fine potesse abbattere il muro dell’orgoglio, la tensione infinita di vendette e antagonismi.
Pagare o non pagare? E’ giusto che il peso della crisi ricada su quelli che non possono difendersi? La gente si rivolge a noi, c’interpella per scegliere una linea di condotta. Continua a leggere

111. Tradimento

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I tre quadri coi profeti danno sicurezza: nel bailamme di avvenimenti che incalzano senza un ordine preciso, ricordano che c’è un filo da tenere fra le dita, una logica tenue da non abbandonare.
Dicono ci sia un appello degli insorti su un canale privato.
Quando?
 Adesso.
E’ strano vedere Shlomstione sullo schermo: gli occhi di vetro azzurro sembrano bucare l’apparecchio, le labbra si aprono e chiudono come le porte di un’alcova. Continua a leggere

110. Un sogno

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E’ sobrio, quest’hotel: che sia il segno di una scelta più profonda, di qualcosa che cambia veramente nella vita di Avigail? La struttura è in pietra, simile ai monumenti antichi, come una storia che procede a ritroso per ricuperare le radici, l’innocenza perduta. Le stanze sono piccole e accoglienti: una scrivania col ventilatore appollaiato, un quadro con lo sfondo arancione e l’icona del Mashiah nell’orto degli ulivi, un letto a due piazze con la sovraccoperta rosso fragola. Continua a leggere

109. Luci

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Be’er Sheva è un città costruita nel deserto, come tutto ciò che è umano, anche se la distesa infinita della sabbia, il sole a picco, il silenzio carico di vento e di ricordi sfuggono a volte alla coscienza, e restano i grappoli di grattacieli, lo snocciolarsi delle arcate, l’ondeggiare delle palme accanto ai pozzi. Continua a leggere