86. Harmaghedòn

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Ti sei convinto che i romanzi si scrivano da soli: davanti al golfo di Taormina che ammicca dalla parete opposta, la Piazza dei Miracoli, i girasoli di Van Gogh, le dita cominciano a battere sui tasti, inseguono qualcosa, un’immagine, un ricordo, la litoranea avvolta nella nebbia, le stelle sempre nuove, perché ogni notte c’è un dettaglio che sorprende: Antares è un po’ più alta e fatichi a ritrovare, a sud ovest di Orione, il bagliore azzurro di Achernar. Ma che t’importa delle stelle e del lentisco? Tra la vita e la morte stai pensando al tuo biglietto rosa, al cuore del mio cuore, e solo adesso capisci che è lì la soluzione, nell’assedio di un amore che t’insegue sin dal primo vagito e da cui hai tentato sempre di fuggire: mettendoti al riparo della tonaca, tuffandoti nel sapore acre delle Ceres o negli occhi di una donna che abbagliavano la notte, come fari. I medici continuano a parlare, convinti che tu non senta nulla: commentano la morte del tuo segretario personale, avvelenato vicino alla baracca. La notizia ti addolora e intenerisce: non è mai riuscito a comprenderti del tutto, ma è rimasto al tuo fianco, oppresso dalle accuse e le minacce che ogni giorno  lo investivano a causa delle scelte imprevedibili. La storia miete vittime innocenti: il racconto è costretto ad annotare drammi che ti scuotono dentro, ma tu non puoi reagire, nemmeno con smorfie impercettibili; solo una mezza lacrima scende lentamente sulla guancia, e mobilita medici e infermieri: piange! presto, elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma! Corrono, si affannano, per una goccia di liquido salato. Ti chiedi dove sia, perché non venga, quando, nel vano della porta, vedi la linea del suo viso ovale, gli occhi da cerbiatto; è un’immagine che non metti a fuoco né puoi trasformare nelle righe nere e bianche dello schermo, come se il romanzo registrasse tutto, tranne ciò che conta; come se la storia si svolgesse intorno a un vuoto, perché il nucleo della trama non ha peso né odore né sapore, è qualcosa da salvare ma che non può essere raggiunto né afferrato. Pensi al titolo schiacciato in cima al blocco per note, sdoppiato in una frase-sigla, scelta nel momento in cui temevi che l’impaccio delle dita fosse il sintomo di una malattia mortale; le due cose procedevano insieme, la salvezza e la condanna, perché scrivere è questo: ogni moto dell’anima diventa lettera, virgola, parentesi sullo schermo bianco, ed è come se morisse nella rigidità invincibile del testo; e, d’altra parte, solo l’inerzia dello scritto può salvare l’esperienza dall’agitazione effimera e insensata, destinata a perdersi nel nulla. Ora che il viso di Flaminia appare nel vano della porta, ti sembra di capire che c’è un punto in cui salvezza e condanna si giocano la partita decisiva, che il maestro dell’Apocalisse chiamava Harmaghedòn, dove il problema non è come la storia si concluda, ma capire cosa si nasconda nel tassello vuoto che il romanzo non potrà riempire; il nodo cruciale è verificare se l’anima si salvi, o non resti che lo strascico di un male che impedisce alla scrittura, e alla vita, di continuare a esistere.

61. Lontana e sola

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Cosa pensavano i sovietici, il mondo comunista, la sinistra mondiale dell’evento che teneva tutti col fiato sospeso? (Tutti: chi aveva il tempo di pensare, di leggere, d’interrogarsi).
Il nome di Cuba risuona anche sui campi di altri paesi del mondo che lottano per la propria libertà, con un solo significato.
Ricordo che sembrava vivo: gli occhi aperti, i capelli arruffati; la barba incorniciava il viso solo un po’ sbiancato.
Era una svolta, indubbiamente, rispetto alla chiusura, al muro impenetrabile che era stato alzato. Continua a leggere

54. Tutto il resto

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Una serie di eventi dimostrò come la prospettiva cambia tutto.
In certe situazioni si comprende come le beatitudini evangeliche siano collegate strettamente.
Il Time mi nominò uomo dell’anno, la considerai una soddisfazione personale e un riconoscimento all’organizzazione.
Come, per esempio, gli operatori di pace coincidano coi perseguitati.
Ma la presentazione della storia era imbottita di riserve sulle mie capacità,.
I miti con gli afflitti, i puri di cuore con i poveri, gli affamati e gli assetati. Continua a leggere

45. Utopia

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Insomma, capite, mi davano del comunista. Come non sapessi che un’idea può avere conseguenze rovinose, come non immaginassi le fosse comuni, gli scheletri con le mani legate, accatastati gli uni sugli altri, vittime di eccidi invisibili, tranne che per coloro che ci andavano di mezzo.
Qualcuno afferma che ci sia una fonte originaria delle parole di Gesù, in cui si celerebbero aspetti che la dottrina ufficiale non ha mai trasmesso, per ignoranza o malizia: che la comunità delle origini fosse diversa da quello che poi sarebbe stata. Continua a leggere

13. Una domanda

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Di tutti, quello che m’inguaiò di più fu Boris, re di Bulgaria.
Le damigelle sono in fila, a scala, coi vestiti bianchi e in testa corone floreali.
Com’ero finito lì? Tutto, piuttosto che in ufficio.
Il sovrano era coperto di medaglie e guardava di sottecchi alla sinistra. Continua a leggere

59. Ombre

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In certi momenti, in una certa luce, l’orto degli ulivi è una nuvola d’argento che attrae in un barbaglio accecante di colori e fragranze. Soprattutto dopo pranzo, si rischia di smarrire la cognizione del tempo, quando lo spirito è visitato dal demone del mezzogiorno che lo tenta perché sa di trovarlo indebolito. Yehochoua, Nathane ed Eleazar si ritrovano insieme per vincere paure e desideri, che si aggrappano allo stomaco come la resina sul tronco d’albero. Yeochoua ha un soprassalto: i legni contorti si trasformano in figure in agguato, pronte a sparare; distingue i particolari delle gambe rannicchiate, dell’occhio che prende la mira, dei capelli mossi dal vento che soffia a intervalli regolari. Continua a leggere

53. Un’anatra e un gatto

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A Leopoldo sembra di aver capito tutto. Mettendosi alla ricerca di Maria, si prepara il discorso da rivolgerle non appena riuscirà a trovarla:
Cara, sono arrivato al nocciolo della questione: da qualche tempo sei in crisi, evento normale per uno scrittore, da accettare come si accetta la pioggia o lo scirocco. Mi chiedo, però, se alla base dell’impasse non ci sia una rigidità eccessiva della tua scrittura, un programma inflessibile, uno schema in cui rientrare a tutti i costi: in sintesi, un ossequio a regole che finiscono con l’ingabbiare le parole, fino a inaridire ogni impulso vitale. Continua a leggere

Fino in fondo

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Credi che non abbia dubbi? Che non sia angosciato dall’idea che tutto finirà, che questo corpo, come il tuo, sarà corrotto lentamente dal tempo spietato, che l’affetto, i sogni, l’infinita catena della gioia e del dolore, tutto quanto ci ha tenuti sul filo del rasoio nella tenace speranza di un riposo, ogni risata, ogni pianto, ogni fiato sospeso, siano destinati a spegnersi in un silenzio senza volto, finita la felice e terribile avventura che chiamiamo coscienza? Eppure so, e stamattina l’ho ripetuto a bassa voce mentre il mondo si svegliava pigramente intorno, eppure so che in qualche luogo, in qualche modo, riprenderemo il filo, sorrideremo come allora e ci diremo l’un l’altro: lo sapevamo, hai visto? Qualcosa, contro tutto, ci prometteva questo, e la vita, anche piangendo e bestemmiando, mantiene le promesse fino in fondo.