CCA SUGNU, di Alfio Patti

CCA SUGNU, di Alfio Patti
Prova d’Autore, 2012 – pag. 80 – euro 10

È in libreria “Cca sugnu” (Eccomi), edito da “Prova d’Autore”: il nuovo libro di versi di Alfio Patti (nella foto), artista poliedrico, soprannominato l’aedo dell’Etna.
(Massimo Maugeri)

Dalla prefazione del libro, firmata da Salvatore Di Marco

Attraversato per intero – e non soltanto cronologicamente – questo primo decennio del nostro nuovo secolo, e inoltrandoci pure nel primo lustro successivo tuttora in corso, mi pare che si possa tranquillamente osservare che, carte alla mano, Alfio Patti di San Gregorio di Catania, nel campo ubertoso della scrittura poetica in Sicilia della nostra stagione, non sia affatto né l’ultimo arrivato e neppure più quel volenteroso e promettente “apprendista” che conobbi a metà e passa dei novecenteschi anni Ottanta in Catania.
Egli è oggi un poeta maturo in primo luogo sotto il profilo umano, quindi su quello culturale, e infine, capace di sostenere fino a livelli liricamente più alti le proprie istanze di artista, il proprio dettato linguistico-espressivo nelle sue più congeniali ideazioni stilistiche. E tutto ciò costituisce, naturalmente, l’approdo d’un percorso lungo, complesso, durante il quale i punti ideali di riferimento sono stati il suo amore per la cultura siciliana, i suoi linguaggi e il suo patrimonio etno-antropologico, ma pure la sua attenzione agli sviluppi della poesia dialettale siciliana e della letteratura del Novecento italiano ed europeo.
L’idea attorno alla quale vado ragionando in queste mie sommarie pagine è che i versi di “Cca sugnu” (Eccomi), quest’ultima silloge di liriche in dialetto di Alfio Patti, in ogni suo sapiente profilo espressivo, in ogni richiamo della mente e del cuore, nel suo specifico modus poetandi e nella res del suo canto interiore, testimoniano parimenti di quel tragitto quasi trentennale al quale mi sono finora riferito. Nell’atto di poesia è il mistero della parola che si rinnova, ed essa si rivela come sempre nuova soltanto ai suoi più fedeli e sensibili cultori. Continua a leggere

Grazia CALANNA “Crono silente”

“C’è chi concede briciole/avaro/C’è chi si sbriciola/altruista/C’è chi finirà in briciole/avido/C’è chi di briciole risorgerà/azzurro…”. Sembrano uscite dal gioco lieve e combinatorio della lingua, questi versi tratti da Crono silente di Grazia Calanna (Prova d’Autore –Catania, 2011); non senza, come in questo caso, un’ironia amara. Levità, dicevamo, che percorre buona parte della raccolta, (“Fiera feccia/dà briciole/Chèto cuore/si sbriciola/Sozza melma/in briciole/Erto mèro/di briciole”; “Spaccio di specchi allo spaccio/Spaccio tempo allo specchio/Spacciati allo specchio allo specchio del tempo”; “Condizionante condizionamento lento/aria pesante/pungente/morsa la mente/duole silente”), con versi brevi senza punteggiatura, giocando con assonanze e rime, termini polisenso. Altri testi della raccolta (“Ho percorso/cieco e scalzo/un cammino/lastricato di spilli aguzzi/arrugginiti da fiumi di lacrime invisibili/versate in silenzio/Ho sempre saputo/che saresti tornata/Ho atteso/e sopportato/il peso grave dell’assenza/Sfinito ti accolgo/e sfamo il mio dolore/con il cibo della vita/che mi rendi” (Il cibo della vita); Continua a leggere

AFOTISMI

Francesco Foti è un giovane artista di Giarre (Ct), classe ‘79. Cantautore e poeta, ama in egual modo la musica e le parole.
Di recente ha pubblicato una silloge di afotismi in siciliano per i tipi di “Prova d’Autore” (p. 80, € 10). No, non è un refuso. La silloge si intitola proprio “Afotismi”: un giocoso neologismo nato dalla combinazione tra il cognome dell’autore e il termine “aforismi”. Come scrive Mario Grasso nella prefazione del libro, quello di Foti è “un dialetto effervescente e mimetico, etneo limpido, ludico e pensoso come la vita nei suoi momenti assorti o di allegria, delle responsabilità come dei sogni, delle ansie come delle ironie”.
E in effetti, quelle di Foti, sono vere e proprie “schegge espressive”: godibili e pungenti.
Nota a margine: fin quando ci saranno giovani disposti a utilizzare la lingua dei padri come viatico della propria arte, c’è la speranza che i dialetti non cadano nell’oblio… a prescindere dal fatto che vengano insegnati nelle scuole. Un motivo in più per contribuire a far “circolare” pubblicazioni come questa.
Massimo Maugeri
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