71. Come sempre

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Sei andato via, Nino titubava troppo. Forse ha perso la speranza di tirarti fuori. Fuori da dove? Vaghi come un disperato, qualcosa dovrà pur succedere prima che sia troppo tardi. Hai pensato davvero di lanciarti da sei piani? E se ci ripensassi in volo? Ti sei chiesto spesso che cosa provi uno che si pente all’ultimo momento, fuori tempo massimo. Continua a leggere

99. L’inizio

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Sì, sta per finire. Si fatica a dire addio a una storia: ci hai messo una parte di te stesso, ti resta appiccicata come nebbia al mattino o i fili rossi del cellophane che devi farci a botte per staccartene. Come farai senza più Dalia, che ora guarda con occhi spalancati i corpi ricomposti di Ester e Fawzi, o l’eterna indecisione di Fausto, ritto in piedi con la faccia pallida, che sembra svenire da un momento all’altro, o gli occhi dolci e neri di Rigel, che indovini dietro l’angolo, come se uno sguardo pietoso si posasse su ogni fallimento umano. Ma è proprio un fallimento? Ester è ancora bella: pare finalmente soddisfatta; i bambini della classe si stanno chiedendo perché la maestra non arrivi, stamattina. C’è qualcuno che aspetta, sempre, e non è detto che le attese siano quelle giuste. Fawzi, per esempio, convinto di far saltare un pezzo del sistema: avrà avuto ragione? Per instaurare un mondo nuovo bisogna abbattere violentemente quello vecchio? Qual è il segreto della rivoluzione? La passione più pura non nasconde un’ombra di cinismo che rischia sempre di macchiarla? E la rivoluzione dell’amore? Che armi utilizzare per la riconquista dell’uomo o della donna su cui si è puntato tutto il patrimonio? Ha fatto bene Dalia a passare sopra a tutto, a mettere l’orgoglio sotto i piedi, a rinunciare all’ultimo barlume rimasto di una necessaria dignità? E cosa ha spinto Gilda a prendere di petto le paure, a sfidare la morte, a umiliarsi con la busta di giocattoli pur di far colpo sul suo Arturo? Bisogna morire per rinascere? E’ vero quello che diceva il Nazareno, che non esiste successo che non passi per le forche caudine del dolore? E Rigel, Aldebaran, non sono destinati a esplodere nella catastrofe delle supernovae, nonostante la pazienza e l’attenzione all’altro? A che serve rinunciare a tutto se la fine è comunque bruciare in una luce che non è più il reciproco richiamo dell’amore ma la violenza cieca della morte? E Faust? Che ne sarà del vizio di rubare la felicità, di godere dell’altrui rovina? E Giorgio, Arturo, ancora s’illudono che il romanzo metta ordine nella babele infinita dei pensieri e delle azioni? Ancora si ostinano a cavare una goccia di sangue dalla rapa secca della storia? E Marius? Solo lui ha capito qualcosa del rebus astruso che è la vita? E se il simbolo della condizione universale fossero i due corpi stesi a terra, coperti da un lenzuolo bianco come dal telo prezioso dell’altare, vittime sacrificali di un meccanismo che schiaccia tutti i sogni e abortisce anche l’ultima utopia? Dalia ha le mani sulla bocca, una lacrima attraversa la guancia e finisce sull’asfalto insanguinato. Avverte una mano che si posa sulla spalla, un alito caldo che le sfiora il collo. Non riesce a voltarsi, pietrificata dallo sguardo vitreo di Medusa, che la fissa dal bianco del lenzuolo.
Dalia.
Chi ti chiama? Sarà l’inseguitore? O l’uomo dal soprabito scuro e la sciarpa chiusa nell’interno? Sei una statua in pietra incapace di parlare e forse di pensare; tocca a qualcun altro pronunciare una parola, spezzare l’incantesimo durato troppo a lungo.
Ti amo.
Il suo respiro è come l’alito di Dio sul fango delle origini, l’adamà intrisa nel nulla dei millenni. Senti che qualcosa si muove, dentro te: un guizzo, una scintilla, è la luce dei lampioni aggrappati agli argini dell’Arno, mentre il fiume si allunga come un serpente d’acqua fino all’orizzonte. Non sai da dove venga la forza che ti spinge a girarti lentamente, a incrociare il suo sguardo lucido di lacrime, di stelle: Sirio, Antares, Rastabàn.

FINE

70. Nella taverna

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Qualcuno disse che Malcolm e il sottoscritto si sarebbero alleati.
Prima di ebrei o cristiani, noi eravamo neri, prima che l’America esistesse, noi eravamo neri.
La vita non è una cosa facile, credimi, non è facile proprio per nessuno.
Forse per merito di Coretta, che aveva fatto su di lui un effetto straordinario.
I getti d’acqua fredda, gli inseguimenti spietati, fino a quando non ti prendono in trappola, come un animale. Continua a leggere

69. Il tuo cuscino

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Poi, naturalmente, c’era il problema dei preti e del loro celibato.
In effetti, viene da pensare. Come una cosa così naturale come il sesso.
Non ho mai amato la cravatta: era come il colletto; possibile ci sia sempre qualcosa che ti stringe, che soffoca il respiro?
Insomma, il problema della solitudine, in una società che ti considera un marziano caduto da un pianeta arretrato e incomprensibile.
Possa di punto in bianco finire in frigorifero, relegata, incatenata, come se il rimosso non dovesse tornare a galla, in qualche modo.
Ma poi la metti, perché le forme, i superiori, la maschera junghiana è indispensabile, non si può vivere solo quello per quello che si è – per carità. Continua a leggere

67. Di te

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Procreazione, un bel problema.
La vita, a volte, è una piazza deserta dove volano fogli che non riesci a leggere e rombano motori che non sai per dove partano.
Sì, ma la vita è anche uno sguardo che viene da lontano, che intercetta la tua storia, ti fissa nel momento in cui sei aperto, disponibile a cambiare.
A che serve il matrimonio? A procreare? Come rimedio alla concupiscenza?
Ti senti prigioniero, come ti avessero chiuso in una stanza, gelosi del futuro, custodi minacciosi del presente.
Sì, ma esistono ali traslucide, membrane leggerissime che lasciano intuire il cielo in trasparenza, che puoi prendere anche tra due dita. Continua a leggere

31. Principi e belle addormentate

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Più legge i dialoghi fra Teodora e Cavedagna, più Cesare è convinto che ci siano modifiche essenziali da inserire. I personaggi, pensa, sono troppo legati a stereotipi banali, a tratti esterni che suggeriscono un’identificazione semplicistica. Possibile che Cloe viva solo di corse in bicicletta, Alberto non abbia in testa che il sogno di lasciare l’accademia e Marco passi la vita a rimpiangere Venezia? Continua a leggere

Verso la rovina

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Se guardo il cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle, che tu hai fissato,
che cos’è l’uomo, perché te ne curi,
il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero?

Un punto appena visibile, un insetto, una formica, una materia senza peso destinata a una discesa inevitabile verso la rovina.

Eppure l’hai fatto poco meno di un Dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.

Che ne pensi, don Claudio, del salmo che fa piangere ogni sacerdote? Dov’è la commozione dentro l’ultimo fotogramma oscuro della massa assassina e immacolata?

L’essenziale è invisibile agli occhi.