Archivi tag: Raffaela Fazio

Raffaela Fazio, Il cerchio, la croce e la corona

Da “La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani” di Raffaela Fazio (Contatti, 2020) 

Nei primi sarcofagi cristiani [1], come in quelli pagani, i ritratti dei defunti compaiono solitamente al centro, all’interno di un “clipeo” [2]. Questo termine deriva dallo scudo di bronzo usato dai soldati romani, che, secondo la descrizione di Plinio [3], veniva decorato con il ritratto [4] di un antenato e appeso in un tempio o in un altro luogo pubblico. Ma la forma del clipeo usato in ambito funerario non è casuale. Di fatti, tra le figure geometriche, il cerchio [5] è quella che più di ogni altra assume un significato escatologico, in quanto tradizionalmente è simbolo di perfezione, pienezza, eternità. “Dio è per natura circonferenza” diceva Platone [6]. Nelle cosmogonie degli antichi il cerchio era spesso legato al movimento delle stelle. Presso greci e romani, il disco era attributo delle divinità solari. E il sole è di fatti il cerchio per eccellenza, l’ “occhio del mondo”. Nella funeraria pagana, ripresa poi dai cristiani, l’imago clipeata indica quindi che il defunto è ormai inscritto in un’altra dimensione: quella dell’eternità. 

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Intervista a Giovanna Rosadini

di Raffaela Fazio

Giovanna, come e quando è nato il tuo amore per la poesia?

Direi annusando le librerie di casa, fin da piccola. Saggiando i volumi, aprendoli e sfogliandoli, trafugandoli in camera mia… La grande appassionata di letteratura, in casa, era mia mamma: ricordo la successione ritmica dei dorsi dei libri einaudiani, quelli bianchi di narrativa e poesia, ma anche gli arancioni dei saggi, e poi la veste di un tempo, color carta da pacchi, dello “Specchio” mondadoriano… da Cardarelli a Fortini ma, soprattutto, Montale. Indimenticabile l’impatto che ebbe, su di me adolescente, un’edizione nei “Supercoralli” delle poesie di André Breton: la scoperta del potere dell’inconscio tradotta nel dettato automatico, una meraviglia, e la continua sorpresa di immagini e accostamenti sinestetici inediti, pura energia. Ma determinante è stato il regalo di un piccolo e prezioso libretto di poesie di Federico Garcia Lorca, “Cinque lire di stelle”, ricevuto a dieci anni da un giovane amico che abitava nella grande casa rosso mattone con cui confinava, a Genova Nervi, la nostra proprietà. La poesia come elemento relazionale, come scambio nell’ambito di un legame di amicizia (come forma di comunicazione elettiva) nasce per me da quel dono, un concentrato di freschezza e fantasia espressive (“Mi hanno portato una conchiglia. //Dentro ci canta/un mare di mappa. / E il mio cuore/si riempie d’acqua/con pesciolini d’ombra e d’argento.”).

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Demetra e Persefone: uno strappo che rinnova l’amore e ricrea il mondo, di Raffaela Fazio

Dedicato a mia mamma 

Persefone a Demetra

Fu stupore la porta

l’accesso all’abisso 

che da sotto mi afferra. 

Ebbi colpa?

Un istante: dalla terra

(la stessa 

sulla quale hai il più biondo, materno

potere) 

spuntò un fiore

diverso da ogni tua parola

che mi spiegava il mondo

e lo rendeva eterno.

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Intervista a Tiziano Fratus

Tiziano, ti sei scelto come appellativo “homo radix”. La parola “radice” evoca l’idea del legame, della stabilità, dell’appartenenza. Ma non c’è fissità: le radici si muovono e, al loro interno, permettono il fluire di ciò che dà vita. Cosa significa per te “radice”? E cosa vuol dire “radicare” e “sradicare”?

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Raffaela Fazio intervista Sonia Caporossi

Foto di Dino Ignani

Sonia, ti occupi di diverse cose, senza rientrare per fortuna nella categoria dei “tuttologi”, perché vai a fondo dei tuoi interessi e perché hai gli strumenti necessari per sviluppare un pensiero critico e originale. A proposito di pensiero critico, cosa occorre a tuo parere coltivare e cosa occorre evitare per rimanere lucidi e onesti intellettualmente?

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Mamre: nel segno dell’ospitalità, di Raffaela Fazio

[Affresco nell’Abbazia di Pomposa]

(Genesi 18,1-15)

L’accoglienza è vita. Non occorrono tempi solenni o momenti straordinari: il luogo in cui avviene è il quotidiano. E l’atteggiamento che la prepara è una quieta vigilanza.

Abramo non si trova né all’interno, né all’esterno della sua casa. Siede sulla soglia, che simboleggia il luogo per eccellenza dell’incontro. Egli è vigile ma anche sereno. È in armonia con ciò che lo circonda. Essendo l’ora più calda, riposa: concilia il suo ritmo a quello della natura.

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Intervista a Salvatore Ritrovato

In poesia, l’ “io” è sollecitato da più parti: bersagliato da alcuni come spia rossa autoreferenziale, è accolto da altri come passaggio obbligato. All’ “io” tu hai dedicato una poesia, che apre in maniera significativa “La casa dei venti” (Il Vicolo Editore, 2018). Là scrivi: “Non lascia di sé figura né volume, ma un incrocio/ di linee in fuga del paesaggio che lo innerva./ Tante braccia protese a saluto.” L’ “io” di cui parli assomiglia a un territorio aperto, proteso verso l’alterità, non definito da confini, ma attraversato da un reticolo di percorsi. È così? Questo “io” non è in fondo sia il paesaggio che il viaggio stesso? 

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Le castagne

di Raffaela Fazio

Era ancora buio. I suoi sensi intorpiditi. S’incamminò verso la curva e vide spuntare due fari. 

“Sali, vieni!” Elaine, di buon umore come sempre, cominciò subito a chiacchierare del più e del meno. 

Warren le guardò le mani sul volante. Spiccava una fede lucida, che probabilmente si sarebbe sfilata a fatica. Gli piaceva, gli piaceva passare un po’ di tempo con lei ogni mattina, forse anche perché gli ricordava per contrasto quanto sua madre fosse bella. 

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Il ritardo

di Raffaela Fazio

Un soffio più freddo gli sfiorò il collo. Prima di chiudere il finestrino, Dario inspirò l’odore delle nubi cariche che si afflosciavano sugli alberi della periferia, a peso morto ai lati della strada. Le mani sul volante gli sudavano. In macchina aveva l’abitudine di indossare guanti di pelle per guidare, ma quel giorno li aveva scordati. 

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Intervista a Giovanna Amato

Intervista a Giovanna Amato

“Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”. Questa citazione di R. Barthes da “Frammenti di un discorso amoroso” è messa ad esergo del tuo libro “L’inizio della scrittura” (Fusibilia Libri, 2018), che è una raccolta di poesie d’amore. Si tratta di un’affermazione forte, che ha il coraggio di metterci di fronte alla tensione tra vita e scrittura. Una tensione che tu riprendi chiedendoti: “Eppure perché il verso più perfetto non vale/ l’occhiata che ci siamo date sul fondo delle scale?”. Prima di entrare nel merito della raccolta, vorrei che tu rispondessi a questa domanda: perché, secondo te, si scrive?

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Intervista a Fabrizio Bregoli

Per farti parlare della tua idea di poesia, ho scelto alcuni versi contenuti nell’ultima raccolta che hai pubblicato, “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Mi piacerebbe che tu partissi da questi, tratti da tre poesie del libro: “Io invece preferisco la poesia,/ la scienza bellicosa del disarmo./ Quel suo sparare a salve/ per non fallire un colpo”. E ancora: “Sovvertire gli assiomi, curvare/ e avvicinare i mondi: in fondo, a questo/ serve la poesia”. Infine: “La poesia non cambia nulla/ è il nulla che la cambia. La fa possibile”.

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Raffaela Fazio, tre poesie da “Midbar”

Ricorda

“…anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es 23,9).

Nella fatica

il riscatto, la luce

del nascere che si ripete.

Io ti prometto

che godrai

del frutto del tuo sudore.

Ma ancora più se saprai

vedere il vuoto

che ti sazia, il compenso

nello spazio

da cui liberi la mano.

Non mieterai fino ai margini

del campo. Sarà dolce

la tua gloria

come acino

caduto non raccolto

lasciato al forestiero.

***

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Intervista a Maria Clelia Cardona

C’è un nome che spicca tra coloro che si sono occupati della tua poesia: Mario Luzi scrisse la prefazione alla tua raccolta di versi “Il vino del congedo” del 1994. Quali elementi della tua poesia lo avevano colpito e qual è il suo lascito nella tua vita a livello umano e letterario?

Nel Vino del congedo molte poesie erano di argomento mitologico, nel senso che mi ero proposta di dare la parola a personaggi femminili del mito o della storia lasciati in ombra da una soverchiante presenza maschile. Euridice, Calipso, Persefone, Danae, Psiche, Lilith; e poi Santippe, la moglie di Socrate. Parlandone nella sua Introduzione Luzi scrive: “Ecco, mi dicevo, come il mito e i passi della classicità possono essere assunti di nuovo nella circolazione del sentire attuale, non come ricuperi o reperti o citazioni ma come immedesimazioni sostanziali della continuità univoca dell’umano. … il mito cessa di essere mitologico e la soggettività emotiva della Cardona invoca quel paragone come presente perennemente coevo alla sofferenza umana, e dunque alla sua.”

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“Tropaion” di Raffaela Fazio (puntoacapo Editrice, 2020) Nota di lettura di Stefania Di Lino

“Se il vinto è colui che muore e il vincitore chi uccide, con questo confessandomi vinto, mi istituisco vincitore” (Pessoa, L’educazione dello stoico, ed. Einaudi 2005, trad. di Luciana Stegagno Picchio, p.77).

“I vincitori non sanno quello che perdono” (Gesualdo Bufalino, Calende greche (1992), ed. Bompiani 2009, Milano, p. 178)

“Prenderai quel cuor di cinghiare e fa’ che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento” (Giovanni Boccaccio, Decamerón, 1349/1353)

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Intervista a Giancarlo Pontiggia

Giancarlo, parlami delle ragioni al fondo della tua poesia, di cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere, e di cosa ha influenzato maggiormente la tua scrittura.

Non c’è alcuna forma di vocazione nella mia vita. Se mi volgo indietro, e ripenso alla mia giovinezza, e prima ancora alla mia infanzia, non vedo alcun momento in cui abbia detto a me stesso: voglio essere un poeta. A dire il vero, non ricordo di aver mai espresso alcun pensiero su quel che avrei voluto essere. Ero solo un bimbo che amava la vita nei suoi aspetti più semplici: correre tra i campi, contemplare un cielo, dormire, sognare, oziare, giocare tutto il pomeriggio a pallone, fino allo stremo delle forze. Come tutti i bimbi, avevo anch’io i miei campioni: il primo fu Nencini, ruvido e ardimentoso, come un eroe omerico, al Tour del ’60; poi Rivera, che pareva giocare come in sogno, disegnando geometrie magiche con la naturalezza di chi può fare tutto; Mariolino Corso, con le sue punizioni a foglia morta, il suo sinistro estroso, che infiammava anche chi, come me, interista non è mai stato; e Felice Gimondi, «il mio campione» per sempre. Leggevo poco, eppure sentivo il battito ansioso – quasi timoroso – delle cose, il loro disarmato oscillare, tra rovina e bellezza, in quella sperduta compagine di mondo in cui mi era capitato di vivere: strano, misterioso miscuglio di foglie e di erbe, di bestie e di cieli. Le «parole remote» del mio primo libro vengono dai pomeriggi di un Sessantuno qualsiasi, «quando / le mattine si disfano con il sole / già grande, cresce il meriggio cieco, e / più buie ombre declinano sul mondo». Ma tutta la mia poesia, in fondo, è in quel sentire estivo, in quel fruscio di ore sonnolente e bruciate, di sentieri ombrosi, di temporali improvvisi che scuotono il metallo del cielo. Sono parole che stavano già dentro il cuore di una spiga, nell’odore stordente dell’uva americana, o nell’irrompere improvviso di un leprotto su un sentiero di robinie, che è l’immagine da cui è scaturito il mio ultimo poemetto (Animula, in Voci, fiamme, salti nel buio, 2019): semi ancora avvolti nella scorza di un lungo sonno, ma pronti a sbocciare un giorno, se mai qualcuno avesse voluto prendersene cura. Nessuna rivelazione: solo un sentimento di vita ancora alle sue origini, che a un certo punto si è tradotto in parole. 

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Raffaela Fazio, A grandezza naturale (2008-2018)


Dalla Prefazione di Daniele Barbieri

La ragione dei sensi

[…] questo universo crepuscolare porta con sé l’essere nella sua massima dimensione, pur coglibile solo per sprazzi, d’improvviso, confusamente, estaticamente. La prima sezione, “Il senso e l’andatura”, è quella dove questa relazione viene posta con forza programmatica: le cose del mondo vi sono concrete, materiali, e lo stesso vale per gli eventi, ma ugualmente rimandano al tempo, alla vita, all’anima, all’essere. E l’essere è insieme esistenziale, sentimentale, ma anche matematico, geometrico.
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“Accendere una lampada e sparire”, di Raffaela Fazio

Alcuni passaggi del contributo di Raffaela Fazio pubblicato in “Poesia, cosa m’illumina il tuo sguardo?” (Contatti, 2020), raccolta degli Atti del Convegno di Smerillo (19-20 luglio 2018) sulla via anagogica in poesia. Il volume è a cura di Massimo Morasso, che scrive nell’introduzione: “in letteratura (e in poesia) ciò che conta non è la presunta corrispondenza del fatto testuale con il realismo della realtà, ma l’oltranza semantica e la ricchezza umana di cui quel fatto sa, o non sa, farsi veicolo”.

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