Intervista a Giovanna Amato

Intervista a Giovanna Amato

“Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”. Questa citazione di R. Barthes da “Frammenti di un discorso amoroso” è messa ad esergo del tuo libro “L’inizio della scrittura” (Fusibilia Libri, 2018), che è una raccolta di poesie d’amore. Si tratta di un’affermazione forte, che ha il coraggio di metterci di fronte alla tensione tra vita e scrittura. Una tensione che tu riprendi chiedendoti: “Eppure perché il verso più perfetto non vale/ l’occhiata che ci siamo date sul fondo delle scale?”. Prima di entrare nel merito della raccolta, vorrei che tu rispondessi a questa domanda: perché, secondo te, si scrive?

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Intervista a Fabrizio Bregoli

Per farti parlare della tua idea di poesia, ho scelto alcuni versi contenuti nell’ultima raccolta che hai pubblicato, “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Mi piacerebbe che tu partissi da questi, tratti da tre poesie del libro: “Io invece preferisco la poesia,/ la scienza bellicosa del disarmo./ Quel suo sparare a salve/ per non fallire un colpo”. E ancora: “Sovvertire gli assiomi, curvare/ e avvicinare i mondi: in fondo, a questo/ serve la poesia”. Infine: “La poesia non cambia nulla/ è il nulla che la cambia. La fa possibile”.

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Raffaela Fazio, tre poesie da “Midbar”

Ricorda

“…anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es 23,9).

Nella fatica

il riscatto, la luce

del nascere che si ripete.

Io ti prometto

che godrai

del frutto del tuo sudore.

Ma ancora più se saprai

vedere il vuoto

che ti sazia, il compenso

nello spazio

da cui liberi la mano.

Non mieterai fino ai margini

del campo. Sarà dolce

la tua gloria

come acino

caduto non raccolto

lasciato al forestiero.

***

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Intervista a Maria Clelia Cardona

C’è un nome che spicca tra coloro che si sono occupati della tua poesia: Mario Luzi scrisse la prefazione alla tua raccolta di versi “Il vino del congedo” del 1994. Quali elementi della tua poesia lo avevano colpito e qual è il suo lascito nella tua vita a livello umano e letterario?

Nel Vino del congedo molte poesie erano di argomento mitologico, nel senso che mi ero proposta di dare la parola a personaggi femminili del mito o della storia lasciati in ombra da una soverchiante presenza maschile. Euridice, Calipso, Persefone, Danae, Psiche, Lilith; e poi Santippe, la moglie di Socrate. Parlandone nella sua Introduzione Luzi scrive: “Ecco, mi dicevo, come il mito e i passi della classicità possono essere assunti di nuovo nella circolazione del sentire attuale, non come ricuperi o reperti o citazioni ma come immedesimazioni sostanziali della continuità univoca dell’umano. … il mito cessa di essere mitologico e la soggettività emotiva della Cardona invoca quel paragone come presente perennemente coevo alla sofferenza umana, e dunque alla sua.”

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“Tropaion” di Raffaela Fazio (puntoacapo Editrice, 2020) Nota di lettura di Stefania Di Lino

“Se il vinto è colui che muore e il vincitore chi uccide, con questo confessandomi vinto, mi istituisco vincitore” (Pessoa, L’educazione dello stoico, ed. Einaudi 2005, trad. di Luciana Stegagno Picchio, p.77).

“I vincitori non sanno quello che perdono” (Gesualdo Bufalino, Calende greche (1992), ed. Bompiani 2009, Milano, p. 178)

“Prenderai quel cuor di cinghiare e fa’ che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento” (Giovanni Boccaccio, Decamerón, 1349/1353)

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Intervista a Giancarlo Pontiggia

Giancarlo, parlami delle ragioni al fondo della tua poesia, di cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere, e di cosa ha influenzato maggiormente la tua scrittura.

Non c’è alcuna forma di vocazione nella mia vita. Se mi volgo indietro, e ripenso alla mia giovinezza, e prima ancora alla mia infanzia, non vedo alcun momento in cui abbia detto a me stesso: voglio essere un poeta. A dire il vero, non ricordo di aver mai espresso alcun pensiero su quel che avrei voluto essere. Ero solo un bimbo che amava la vita nei suoi aspetti più semplici: correre tra i campi, contemplare un cielo, dormire, sognare, oziare, giocare tutto il pomeriggio a pallone, fino allo stremo delle forze. Come tutti i bimbi, avevo anch’io i miei campioni: il primo fu Nencini, ruvido e ardimentoso, come un eroe omerico, al Tour del ’60; poi Rivera, che pareva giocare come in sogno, disegnando geometrie magiche con la naturalezza di chi può fare tutto; Mariolino Corso, con le sue punizioni a foglia morta, il suo sinistro estroso, che infiammava anche chi, come me, interista non è mai stato; e Felice Gimondi, «il mio campione» per sempre. Leggevo poco, eppure sentivo il battito ansioso – quasi timoroso – delle cose, il loro disarmato oscillare, tra rovina e bellezza, in quella sperduta compagine di mondo in cui mi era capitato di vivere: strano, misterioso miscuglio di foglie e di erbe, di bestie e di cieli. Le «parole remote» del mio primo libro vengono dai pomeriggi di un Sessantuno qualsiasi, «quando / le mattine si disfano con il sole / già grande, cresce il meriggio cieco, e / più buie ombre declinano sul mondo». Ma tutta la mia poesia, in fondo, è in quel sentire estivo, in quel fruscio di ore sonnolente e bruciate, di sentieri ombrosi, di temporali improvvisi che scuotono il metallo del cielo. Sono parole che stavano già dentro il cuore di una spiga, nell’odore stordente dell’uva americana, o nell’irrompere improvviso di un leprotto su un sentiero di robinie, che è l’immagine da cui è scaturito il mio ultimo poemetto (Animula, in Voci, fiamme, salti nel buio, 2019): semi ancora avvolti nella scorza di un lungo sonno, ma pronti a sbocciare un giorno, se mai qualcuno avesse voluto prendersene cura. Nessuna rivelazione: solo un sentimento di vita ancora alle sue origini, che a un certo punto si è tradotto in parole. 

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Raffaela Fazio, A grandezza naturale (2008-2018)


Dalla Prefazione di Daniele Barbieri

La ragione dei sensi

[…] questo universo crepuscolare porta con sé l’essere nella sua massima dimensione, pur coglibile solo per sprazzi, d’improvviso, confusamente, estaticamente. La prima sezione, “Il senso e l’andatura”, è quella dove questa relazione viene posta con forza programmatica: le cose del mondo vi sono concrete, materiali, e lo stesso vale per gli eventi, ma ugualmente rimandano al tempo, alla vita, all’anima, all’essere. E l’essere è insieme esistenziale, sentimentale, ma anche matematico, geometrico.
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Raffaela Fazio legge Cinzia Marulli “La casa delle fate” (La Vita Felice, 2017)

«Si ferma il tempo/ nel percorso che mi avvicina»: così inizia La casa delle fate (La Vita Felice 2017), raccolta in cui Cinzia Marulli affronta il tema della vecchiaia in una casa di riposo, e ne parla in “presa diretta”, partendo dalla relazione con la madre, che rimane il fulcro di questo libro e il motivo della sua scrittura.

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Midbar di Raffaela Fazio

di Raffaela Fazio

MiDBaR, deserto. DaBaR, parola. Il deserto come luogo della parola, che nasce nel silenzio e al silenzio ritorna, dopo aver attraversato distanze, pericoli, solitudini.

Ma DaBaR è anche evento. Una parola evento che si inscrive nel tempo, accettando i rischi del divenire e cercando non una comprensione che fossilizzi il senso, ma un’accoglienza che la rinnovi.

Nel deserto, che azzera l’orientamento e genera una visione sempre diversa, la parola evento inciampa di continuo su se stessa. Eppure è proprio il suo balbettare, il suo cadere e ricominciare che la rende vera e cosciente della sua povertà, bisognosa di un senso che la soccorra. Nel deserto, non si sopravvive da soli.

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Raffaela Fazio. La distanza.

LA DISTANZA: SPAZIO, TEMPO, INTERIORITÀ

di Raffaela Fazio

La distanza è duplice. Da un lato, può essere dolorosa, perché ostacola qualcosa che è abbastanza connaturato in ciascuno di noi, ovvero il nostro desiderio di abbandono totale e di totale fusione, di accoglienza e di pieno riconoscimento. Dall’altro lato, la distanza è fondante e necessaria: affinché una qualsiasi realtà possa esistere, infatti, essa deve distinguersi dal resto ed essere distinguibile. In questo senso, la distanza è lo spazio che permette ad ogni cosa di delinearsi, di crescere e di essere compresa.

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Raffaela Fazio legge “Figure d’ombra”, di Francesco Dalessandro.


[foto di Dino Ignani]

Dimensione composita, l’ombra dei personaggi che abitano queste pagine è loro provenienza e destino, è loro essenza e condizione.

Ombra è il non-luogo, il silenzio da cui emergono e a cui fanno ritorno dopo aver raccontato se stessi. Ma ombra è anche la loro consistenza, labile e al contempo più reale del reale, come attori che si affacciano al proscenio per dar voce, amplificandolo, a un sentire universale. Più ancora, ombra è il loro stato di “esiliati”, se esilio è ogni sofferta lontananza da ciò che ci è caro. Continua a leggere

Gemma Mondanelli legge “L’ultimo quarto del giorno” di Raffaela Fazio


I libri di Raffaela, che scrive da quando era bambina, hanno seguito il suo percorso personale, i suoi sentimenti, la vita della sua famiglia, quella dei figli. La recente raccolta intitolata “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice 2018) denota una considerevole maturità stilistica e di contenuto, insieme a un tratto più filosofico e introspettivo. Raffaela parte da un discorso molto suggestivo, come si legge nella nota anteposta al libro: secondo la tradizione ebraica, la giornata di Dio si compone di 12 ore; nell’ultimo quarto egli gioca nel mare con il Leviatan, il temibile mostro marino. Continua a leggere

Il gioco come forma temporis: “L’ultimo quarto del giorno”


di Raffaela Fazio

Il tempo è il nostro alveo e il nostro orizzonte. Ma, soprattutto, il tempo siamo noi. Tra le varie modalità di vivere il tempo ce n’è una originaria e invitante: quella del gioco. Il gioco, dunque, non come mera attività ludica, ma come forma temporis. Sul gioco quale modalità di vivere il tempo vorrei riflettere, in relazione al mio ultimo libro di poesie intitolato L’ultimo quarto del giorno (Milano, 2018).

 

Se è vero, come pensava Heidegger, che ogni manifestazione dell’essere è parziale, perché non può avvenire che nella concretezza di un momento vissuto in un contesto preciso, il gioco permette all’essere di passare più agevolmente da un suo manifestarsi all’altro: non assottiglia né sbiadisce l’essere, ma lo potenzia, rivelandone di volta in volta le diverse sfaccettature. Continua a leggere

L’ombra che ci abita: una rilettura poetica del mito


di Raffaela Fazio

 

Qualche tempo fa, nel presentare la mia raccolta poetica Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) dedicata a 28 personaggi femminili della mitologia classica, ho privilegiato, come possibile chiave di lettura, quella dell’ombra.

 

In questo contesto, mi limiterò a citare poche figure che esemplificano il tema e che possono essere raggruppate in tre categorie. Nella prima, l’ombra è presenza fatale, perché non risanata. Nella seconda, essa è un’opportunità, perché in parte ascoltata ed integrata. A queste due si aggiunge, in una riflessione conclusiva, l’ombra considerata come inevitabile alter ego. Continua a leggere

L’attesa, di Raffaela Fazio


L’attesa

Riflessioni e poesie

 

Frutto dell’attesa è il senso: solo nel tempo il senso può crescere, senza la pretesa di un definitivo punto di arrivo.

 

Primavera

 

Come un campo spietrato

è questo silenzio

in cui dissiparmi

senza alcuno spreco

e spiare appena

come un filo d’erba

il farsi lento di un segno

che diventerà un Dire

se troverà infine

un po’ di tempo per me. Continua a leggere

L’approccio alla parola. Un (audace) accostamento tra la poesia e il pensiero ebraico


di Raffaela Fazio

Iniziamo dalla parola. Parola in ebraico è DaBaR (si scrive DBR, perché la scrittura ebraica è solo consonantica). Ma DaBaR, parola, vuol dire anche evento. Una parola evento. Come fa la parola a diventare evento? Iscrivendosi nel tempo, non rimanendo “lettera morta”, accettando i rischi del divenire e dell’incontro. Come la parola poetica, che, per vivere, si apre a molteplici letture e interpretazioni, cerca un’accoglienza che la rinnovi, non una comprensione che ne fossilizzi il senso. Continua a leggere

Francesco Dalessandro legge Raffaela Fazio


QUEL NULLA CHE È TUTTO

 

Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.

Aristotele

 


Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia. Continua a leggere