Una strana riflessione su Ferito a morte, di Raffaele La Capria

Palazzo Donn'Anna - foto E. Tarantino, 2005Per quale ragione, sottilmente autolesionista, uno dovrebbe prendersi la briga di mettere in discussione un monumento della letteratura come Ferito a morte, di Raffaele La Capria? L’enorme fortuna critica di cui ha goduto fino ad oggi (ricordo solamente il recente saggio di Leonardo Colombati pubblicato su Nuovi Argomenti lo scorso anno), come una agguerrita guardia presidenziale se ne sta lì in difesa della sua solidissima reputazione.
Perché dunque intaccare, timidamente, una tale consolidata unanimità?
Per una ragione molto semplice: la lettura di Ferito a morte (FAM) mi ha suscitato qualche domanda. E parecchi dubbi sia sul contenuto che sulla forma.

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