Bruno Neri, il calciatore partigiano

neri

Mimmo Mastrangelo

Bruno Neri, che qualche anno dopo dovrà fare la scelta della montagna ed abbracciare la lotta partigiana, non poteva alzare il braccio in ossequio al regime fascista e in uno stadio che veniva dedicato allo squadrista Giovanni Berta. L’evento (e il rituale) proprio non stava nelle corde del mediano già terzino della Fiorentina. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi. In campo per una amichevole la squadra viola e il Montevarchi.
Come si può vedere in una foto Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto romano dei fascisti. Continua a leggere

Vivalascuola. Arrivano i buoni

Docenti comunisti che inculcano agli studenti valori contrari a quelli delle famiglie, libri di Storia faziosi che denigrano il premier… Andiamo a vedere cosa succede in una regione dove governano i buoni: ad esempio il Veneto.

Come falsificare la Storia e distruggere un tessuto civile: il caso Veneto
di Roberto Plevano

Partiamo dai programmi di Storia: davvero le foibe non sono mai esistite?

I programmi di storia dell’ultimo anno delle scuole superiori comprendono i drammi e gli interrogativi del confine orientale nel Novecento: la tragedia delle foibe e dell’espatrio di tanti Giuliani, checché ne dica Mario Giordano (il Giornale del 28 febbraio 2011, lo stesso numero che offre ai suoi lettori il “testamento politico” di Mussolini). Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXXI)

di
Maria Frasson

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La “santa libertà”


Ma venne la primavera, prorompente di vita e di speranze rinnovate. Tu, Signore, dicesti finalmente: “Basta!” Qualcuno avrebbe potuto commentare che era ora; ma non era quello il momento di scherzare. Quello era un “Basta!” grandiosamente biblico per il tuo popolo che aveva tanto sofferto e tanto pianto. La sentimmo tutti, intuitivamente, quella poderosa voce, dentro di noi. Anche i Tedeschi, avvezzi alla crudeltà, che cominciarono a fuggire.

Con la Signora Esterina perlustravamo i sotterranei del castello sorretto da enormi potentissime volte, dove pensavamo di attrezzare un rifugio nel caso che alla fine si scatenasse la ferocia dei vinti. Come quei fuochi d’artificio che alla fine sparano più forte e più in alto. Eravamo quasi divertite: pensavamo di mettere delle panche, di preparare dei cesti di pane biscottato, dei salami, delle bottiglie di acqua minerale… E intanto i Tedeschi fuggivano, spesso rubando quello che potevano, spesso senza nemmeno averne il tempo, a volte anche perdendo per strada la refurtiva nella fuga precipitosa. A volte la gente li aiutava indicando le strade e regalava loro dei viveri per compassione umana. Erano tutti fuori di casa a guardare, stupiti e felici: come se dapprima stentassero a credere, poi via via acquistavano coscienza della realtà ed esplodeva la gioia. Mario mandò ad avvertirmi un suo giovane aiutante, il quale, entrando, disse a voce alta: “Quando un popolo si desta, Dio si mette alla testa”. Mi perdoni il mio unico lettore se questa gli pare retorica, ma in quel momento sentivamo tutti così.
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Il Capitano Mario (XXX)

di
Maria Frasson

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C’era la guerra e non finiva mai


La situazione si faceva ogni giorno peggiore: mancava tutto e mancavano specialmente le comunicazioni. Le linee ferroviarie erano spesso interrotte, come i ponti e le strade: la buona volontà di soldati e civili cercava di ripristinare la viabilità, ma con scarso successo. Restava qualche autocarro, sopra tutto militare e funzionava quando poteva qualche autocorriera. Io mi trovavo su una di queste un giorno in cui tornavo a Scaldasole da Pavia. Improvvisa frenata del conducente, tutti fuori a nascondersi sotto una grande pianta fronzuta che la Divina Provvidenza aveva piantata proprio lì, a lato della strada, come un grande ombrello per proteggerci. Era passato su di noi, a volo rasente, un aereo, col suo rumore infernale. Non ci vide e il batticuore cessò. Evitammo il pericolo che l’autoveicolo venisse mitragliato e incendiato con il suo carico umano, come era avvenuto pochi giorni prima tra Milano e Pavia. Lo stesso capitò a Mario, che era appena partito da Scaldasole con un automezzo militare mentre portava all’ospedale con urgenza una donna: fu mitragliato ma riuscì a fuggire. Io, che in quel momento ero in chiesa, avevo sentito con indicibile spavento, la scarica di mitragliatrice dell’aereo, che tuttavia si stava allontanando senza essere riuscito a colpire l’obiettivo. Si viveva pericolosamente perché questi episodi erano frequenti dovunque, anche in aperta campagna.
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Il Capitano Mario (XXIX)

di
Maria Frasson

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Audaces fortuna iuvat


che non è sempre vero.

Mario comunque camminava sul filo di un rasoio. I suoi ricoverati non erano molti e generalmente non gravi. Se qualcuno era tale, veniva trasferito nei vari reparti del Policlinico debitamente attrezzati. Alcuni degenti erano partigiani scampati alla cattura, per i quali il medico vietava visite inopportune, altri erano per lo più innocui militi dell’Esercito Repubblichino di Salò, fra i quali tuttavia si annidavano delle spie, o accertate o probabili, secondo il sempre attivo servizio informazioni OI 40. Mario era per tutti il medico che cura il malato.

Al momento del ricovero, venivano tutti invitati a togliersi la divisa e a deporre le armi, con la promessa che sarebbero state loro restituite al momento del congedo. Nell’attesa invece venivano dirottate in uno sgabuzzino segreto nei vasti sotterranei del Policlinico, oppure nelle cantine della nostra parrocchia di S. Francesco. Il vice-parroco era un animoso giovane affiliato alle organizzazioni segrete: Mario lo aveva voluto come cappellano militare per il suo ospedale; l’anziano parroco era al corrente di tutto e consentiva in silenzio. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXVIII)

di
Maria Frasson

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Era sempre più difficile vivere…


Quantunque al castello la vita trascorresse relativamente tranquilla, tuttavia in quell’estate 1944 le comunicazioni divenivano sempre più precarie specialmente per me che dovevo recarmi spesso a Pavia. In città avevo lasciato, come facevamo in molti, l’indispensabile per dormire e per cucinare: l’appartamento era quasi vuoto. Avevo traslocato nel cascinale di un’amica i mobili migliori e i libri temendo la distruzione della casa, situata, come già dissi, all’ultimo piano fra due caserme. Mario tornava a casa dall’ospedale soltanto quando c’ero io, che dovetti trattenermi più del solito a Pavia per gli esami di riparazione al primi di settembre.

Fu proprio allora che subimmo il bombardamento più terrificante. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXVII)

di
Maria Frasson

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Mario, quando veniva, incontrava a volte delle donne che aveva conosciuto e curato nella Clinica ostetrico-ginecologica. Gli chiedevano, con umili scuse, qualche consiglio o qualche prescrizione e noi, in cambio, eravamo sempre rifornite dai loro omaggi provenienti dal pollaio o dall’orto, molto apprezzati in quei tempi di carestia.

Mi ero messa in testa di allevare anch’io dei polli, con grande gioia delle bambine che trovavano divertenti i pulcini. Ma fu un disastro: quando cominciavano a crescere, ed erano pollastri, a un certo momento non mangiavano più, facevano uno strano balletto e cadevano stecchiti. Era che si era diffusa in paese un’epidemia e scarseggiavano anche le medicine per i polli. Chiusa l’esperienza di allevatrice di pollame, andavo con le bambine a cercarne nei casolari isolati dei dintorni, dove erano immuni da ogni malattia e raggiungevo spesso un mulino accanto ad una roggia, circondato da un bosco che rendeva il paesaggio molto pittoresco. Sembrava un’antica stampa della campagna nordica: qualche volta è la natura che imita il dipinto. Là comperavo anche la farina e facevo il pane bianco e devo ammettere che come fornarina superavo con successo l’allevatrice di polli.
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Il Capitano Mario (XXVI)

di
Maria Frasson

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Scaldasole


Trovammo un rifugio insperato e benedetto, che migliore non poteva essere, a Scaldasole. Nel cuore della Lomellina e delle sue ricche, fertili campagne, Scaldasole è un piccolo paese che porta con sé, nel suo stesso nome, non soltanto il calore del sole, ma anche quello umano dei suoi abitanti. Restaurato e rimodernato, oggi il castello che lo domina è museo archeologico di chiara fama, frequentato e ammirato; allora non era così. I suoi numerosissimi vasti locali erano adibiti quasi esclusivamente all’agricoltura, magazzini specialmente di vari prodotti della campagna, assai copiosi nella vasta tenuta da cui era circondato. Era imponente a vedersi, con i suoi torrioni, su cui dormivano e russavano i gufi, e il suo vasto arco d’ingresso a cui si accedeva da un ponte sopra un fossato perimetrale in cui c’era soltanto erba e che immetteva in un enorme, rustico cortile. C’era, di fianco, la residenza padronale, chiusa da un portone che, se bussavi, si apriva a tutti e ti portava in un vasto giardino ben tenuto e in un’abitazione molto signorile. Sul retro del castello c’erano le case degli affittuari della tenuta e quelle dei braccianti, le numerose stalle, gli orti. I proprietari, i nobili signori Strada, erano amabilissimi: diventammo subito molto amici. Ci assegnarono un appartamento, che non era proprio una reggia, quantunque vi si arrivasse, dall’interno del castello, su per un grande, imponente scalone, e non vollero assolutamente che ne pagassimo l’affitto, scusandosi perché l’alloggio era alquanto scalcinato e, secondo loro, troppo modesto per noi. La proprietaria poi, la cara signora Esterina, scovava quasi ogni giorno qualche mobile da portarmi: un grande tavolo rotondo con le sedie, un divano abbastanza confortevole, una poltrona “per la mamma”. La moglie del medico condotto di Sannazzaro, che ci aveva presentato, aveva provveduto a completare del necessario la non lussuosa dimora, che a me, in quel frangente, pareva proprio principesca. Lo spessore delle mura ne custodiva il caldo d’inverno e il fresco d’estate, ed era veramente il sentirsi in una reggia l’atmosfera in cui fioriva la generosità semplice e buona.
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Il Capitano Mario (XXV)

di
Maria Frasson

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Da Mantova mi venne un’altra notizia tristissima.


Don Eugenio Leoni, un prete umile, timido e semplice, un uomo di grande valore, insigne come grecista e cultore di musica, che aveva una venerazione per mio zio santo e veniva spesso da noi perché abitava dirimpetto a casa nostra presso l’antica chiesa della Madonna delle Vittorie, era stato arrestato perché aveva nascosto in chiesa due partigiani ricercati. I Tedeschi l’avevano poi condotto, a furia di bastonate lungo tutto il non breve tragitto, fino all’Ara dei Martiri di Belfiore, fuori città, dove giunse stremato, e morì prima ancora che alzassero il capestro per impiccarlo.
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Il Capitano Mario (XXIV)

di
Maria Frasson

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ASSE MILANO-GENOVA E OLTRE


Noi avevamo notizie di quanto stava accadendo tra il Piemonte e la Lombardia occidentale, specialmente in una zona compresa tra Milano e Genova; avevamo i più frequenti contatti con l’Oltrepò, dove erano disseminati i nuclei armati partigiani più vicini a noi, purtroppo però vicini anche a certi castelli sull’Appennino: dominio delle SS che vi rinchiudevano i prigionieri per sottoporli alle più atroci torture. L’inverno si prolungava, terribile: alcuni gruppi furono annientati, altri si erano trasferiti al di là della linea gotica per unirsi ai combattenti regolari e agli alleati per fare la guerra ai Tedeschi; la stessa zona libera di Varzi fu abbandonata, poi però ripresa, con molto sacrificio. Difficile per noi avere notizie di quanto accadeva nella parte orientale dell’alta Italia, per esempio nell’Ampezzano, nel Friuli e nella Carnia, dove pure ferveva la lotta. Oppure le avevamo in ritardo.
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Il Capitano Mario (XXIII)

di
Maria Frasson

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La Checca


Primo maggio: festa dei lavoratori. Ma era stata abolita nel ventennio e guai a parlarne: peggio, se un fascista avesse visto una bandiera rossa si sarebbe infuriato come un toro nell’arena.

Ed ecco cosa ti inventa quel fantasioso scanzonato di Franco, detto la Checca. Eravamo, sempre nella primavera del ‘44, alla vigilia del I maggio. Riesce a farsi rinchiudere, insieme con la fidanzata, l’Ornella Dentici (la sorella di Jacopo, ucciso più tardi dai nazifascisti, colei che poi divenne la moglie di Franco) nel cortile dell’Università, quell’enorme palazzo neoclassico che è di fronte alla Questura, ricco di loggiati, finestre e balconi. I due sono letteralmente imbottiti di bandiere rosse e, conseguentemente incappottati, entrano nell’Università inavvertiti fra il via-vai degli studenti, vi si nascondono e lavorano tutta la notte con pile, chiodi martelli e altri arnesi, per poi dileguarsi di primo mattino, all’apertura dei portoni, lasciando quello che è il palazzo più centrale della città rivestito tutto di rosso. Stupore dei Pavesi che si chiamano l’un l’altro: “Venite a vedere”, sfilano lungo il Corso (detto Stra noeva), divertiti e compiaciuti, con gli occhi ridenti, furbescamente fissi verso l’alto su tutto quel rosso, davanti ai poliziotti in camicia nera radunati nella piazzetta antistante, con le facce tirate, livide di un’ira contenuta e impotente. Chi era stato? Non lo si seppe mai.
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Il Capitano Mario (XXII)

di
Maria Frasson

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Cronache famigliari


Avvicinandosi l’autunno del 1943, si pensò di fare rientrare in città le bambine con mia madre: ce lo suggeriva l’opportunità della stagione e il conseguente diradarsi, sia pur temporaneo, dei bombardamenti, che a Pavia avevamo fino allora potuto evitare. “A Pavia i vegnan no” diceva la gente: troppo presto per credervi. Confidavamo sopra tutto nella nebbia, la fitta nebbia padana che io non avevo mai tanto amata, né tanto desiderata come allora. Lo stesso dicasi della pioggia: quelle uggiose giornate autunnali che nemmero per un’ora lasciavano intravvedere un raggio di sole, erano salutate così (in rito ebraico): “Ti ringraziamo, Signore, che ci hai mandato la pioggia”.
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Il Capitano Mario (XXI)

di
Maria Frasson

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Ferruccio Parri (Maurizio)


Mario dal suo studio riceveva ordini e trasmetteva informazioni al suo grande amico Ferruccio Parri, il personaggio di primo piano nella Resistenza che aveva organizzato e dirigeva da Milano ed era detto “Maurizio”. La sua figura emerge e si afferma nel momento cruciale della lotta per la libertà a cui conferisce prestigio sopra tutto per la coerenza della sua vita esemplare, la sua alta statura morale, oltre che l’esperienza tecnico-militare acquisita come ufficiale di stato maggiore durante la prima guerra mondiale, più volte decorato.

Veniva dal Partito d’Azione a cui aveva dato l’impronta di ultimo partito del Risorgimento, non classista, che fu sciolto subito dopo la liberazione quando Parri divenne presidente del Consiglio, essendosi esaurito il compito delle formazioni combattenti di Giustizia e Libertà.
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Il Capitano Mario (XX)

di
Maria Frasson

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LA RESISTENZA


Ebbe dunque inizio con l’8 settembre 1943, e fu un fatto nuovo, nato come conflitto ideologico in difesa della libertà e dei diritti della persona umana, quando il popolo si sentì solo nel vuoto e trovò nella Resistenza la sua grande forza morale, attraverso sofferenze mai prima sperimentate nella sua storia. Intanto gli Alleati procedevano sia pur lentamente attraverso la penisola verso il Nord per formare quella linea di sbarramento che si chiamò “linea gotica” contro i Tedeschi che durò – e non avrebbe dovuto durare tanto – quasi due anni. Si estendeva dal Piemonte e dall’Oltrepò pavese (che a noi interessava particolarmente) fino all’Emilia e Romagna e divideva l’Italia in due: lacerante divisione, le cui conseguenze – oltremodo drammatiche – si protrassero negativamente per anni e anni ancora. Forse ne risentiamo anche oggi.

Mussolini, liberato, ma non libero, fondò, per volere di Hitler, quella Repubblica di Salò che contribuì ulteriormente a dividere gli Italiani tra partigiani e fascisti, detti Repubblichini, complici della raccapricciante ferocia con cui i nazisti opprimevano specialmente l’alta Italia. Fantasma tragico e grottesco aleggiante sulle rovine del paese.


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Mauro Baldrati, “La città nera”

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

Mauro Baldrati
La città nera
PerdisaPop 2010
Euro 18,50

Una storia ambientata nel futuro. Una storia che sa di presente. O meglio, di ombre inquietanti che si allungano come bave di ragno dalla nostra epoca.
Siamo a Roma, nel 2106, in un mondo devastato da guerre e inquinamento. La Capitale è ormai il centro spettrale di una Repubblica Sociale del Centro-Sud in cui la civiltà è un pallido ricordo. Retta da un dittatoriale Sindaco e governata con la violenza dalla Guardia Pretoriana, è un covo di intrighi e assassinii, al centro di loschi traffici internazionali. Non restano praticamente più tracce della sua antica civiltà o della sua storia recente. Continua a leggere

La bicicletta nella resistenza

La bicicletta nella Resistenza.
di Rosanna Fiocchetto

Anche perché la bici (una Bianchi rossa) è stata una mia fedelissima compagna di lotta e di spostamenti in una città oberata dal traffico come Roma, ho letto con attenzione e curiosità il libro “La bicicletta nella Resistenza – Storie partigiane” (Edizioni Arterigere, 254 pp., 12 euro, 2010), curato da Franco Giannantoni e Ibio Paolucci. Con un occhio particolare per le storie delle donne: Tiziana Bonazzola, Onorina Brambilla, Bianca Diodati, Anna Gentili, Stellina Vecchio. Affiancate da quelle degli uomini: Quinto Bonazzola, Arrigo Diodati, Alfredo Macchi, Renato Morandi, Giovanni Pesce, Gillo Pontecorvo, Bruno Trentin, Don Raimondo Viale. In copertina, una bella immagine un po’ sfocata dalla velocità ritrae Jenny Wiegmann Mucchi, staffetta partigiana a Milano; sul portapacchi della bici, il cestino di vimini dentro cui nascondeva documenti e armi. Continua a leggere

Vivalascuola. Scuola – memoria – 25 Aprile

Semplicemente non c’è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell’epoca contemporanea, dall’analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale… A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite (vedi qui).

La tessera dell’ANPI
di Donato Salzarulo

Da oltre vent’anni rinnovo la tessera dell’ANPI.
Prima me la portava un simpatico vecchietto in abito, cravatta e cappello di quelli classici, schiacciato su una testa ben fatta. Continua a leggere

Marino Magliani, Elio Lanteri: un dibattito al Gabinetto Vieusseux

Testo introduttivo e filmati di Giovanni Agnoloni
Foto di Mauro Baldrati

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Il 29 aprile, al Gabinetto Vieusseux, presso Palazzo Strozzi (Firenze), si è tenuto un incontro sul tema “Viaggio tra il paesaggio e la memoria”, incentrato sui due romanzi “La tana degli Alberibelli” di Marino Magliani (ed. Longanesi) e “La ballata della piccola piazza” di Elio Lanteri (ed. Transeuropa). Continua a leggere

4 MAGGIO 1944 – IN MEMORIA

25aprile

Dall’album: Il seme e la speranza (2006) . The Gang

4 MAGGIO 1944 – IN MEMORIA

All’alba del 4 di Maggio
arrivarono le orde assassine
portavano croci uncinate
la feccia del terzo regime

Li guidavano i cani da guardia
la guardia dei repubblichini
in tanti più di duemila
duemila vili aguzzini
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Il cacciatore splendido splendente

di Mauro Baldrati

Giampaolo Pansa mi ricorda i cacciatori romagnoli degli anni Settanta, appassionati fino al limite del fanatismo, aggressivi e furiosi con chiunque si azzardava a mettere in dubbio che sparare ai pennuti e alle lepri fosse uno sport.
Il cacciatore Pansa ha scelto come terreno di attività l’editoria, i giornali, i libri. La sua riserva privata è una rubrica che esce ogni settimana sull’Espresso, il Bestiario. Da questa postazione bracca soprattutto gli esponenti dell’opposizione, che sono le sue prede preferite. I cacciatori romagnoli si dilettavano in varie specialità, il fagiano, la lepre, la starna; lui va a oppositori. Ha cacciato per anni nella riserva protetta della Resistenza, scrivendo libri che hanno suscitato le reazioni dell’Anpi, che ha scritto, in un documento: “L’aspetto più anacronistico di La grande bugia è che il suo autore sembra avere come riferimento una produzione storiografica ormai decisamente superata e forse da lui poco o per nulla conosciuta”. E lui, forse per una sorta di ritorno alle vecchie passioni, o per vendetta, ha definito l’Anpi “una piccola setta di fanatici che non conta niente.”

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