“Giorni manomessi” di Roberto CECCARINI. Recensione di Antonio FIORI

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Roberto Ceccarini
Giorni manomessi
L’Arcolaio, 2008
Prefazione di Giacomo Cerrai

Meglio non ci poteva introdurre, Giacomo Cerrai, alla poesia di Roberto Ceccarini, a questo suo tentativo di “misurare per quanto possibile il mondo, organizzarlo quel tanto che basta a renderlo percorribile…di dare un nome alle cose, rimontandole, con un atto di speranza e di fiducia che i giorni manomessi non siano infiniti”(dalla Prefazione). Cerrai ben soppesa il ‘noi’ ed il ‘tu’ della prima sezione, quella dedicata alla guerra partigiana, la guerra sparita, trovandoli entrambi spersonalizzati, abitati da un anelito di oggettivazione, senza alcuna intenzione “di appropriazione indebita del vissuto” altrui, laddove lo stesso padre del poeta è presente con estremo pudore. Ma sottolinea anche “una identità a volte perplessa, a volte impotente”, presente nelle altre sezioni, certamente le più private e liriche della raccolta.
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Roberto CECCARINI “Giorni manomessi”

Da La guerra sparitai giorni manomessi


dopo i passi dei morti
l’orologio dei vivi turnò
all’ora stabilita

i vivi cercano i morti
nelle loro stanze senza civico
ascoltando la voce della memoria,
gli annodano le braccia intorno
credono che ogni cosa
non abbia fine,
sia eterna (e atroce)
come la storia.

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