Nelle parole l’anima, sulla carta la vita. Di Marino Magliani

Tanti anni che scrivo e sono ancora solo. Ricordo i miei primi racconti, i primi romanzi annegati nel Mar del Nord. Cose che, come diceva uno scrittore delle mie parti, non valevano l’acquavite per conservarli.

Forse era lì che dovevo imparare a salvare i personaggi, tenerli con me, come si conserva un’amicizia.

Niente, non ho portato con me nessuno, non ho salvato nessuno, non c’è un personaggio di un mio libro che sia riuscito, come fanno quei roditori che sembrano alati, a saltare da un albero all’altro. Invece, si sa, ci sono autori che riescono a far felici i propri lettori regalando loro ciclicamente lo stesso personaggio. Anch’io sono uno di quei lettori. Attendo di conoscere ad esempio altre storie dell’ ispettore Maria Dolores Vergani di Elisabetta Bucciarelli, (Mursia e Alberto Perdisa editore), e dell’ispettore Michele Ferraro di Gianni Biondillo, (Guanda), del detective Bacci Pagano inventato da Bruno Morchio ( Garzanti e Frilli ) e del commissario Scichilone di Roberto Negro (Frilli).

A questi autori ho posto una domanda, la stessa per tutti, e gentilmente mi hanno risposto. Sei mai stato/a tentato/a qualche volta di mollare in una cunetta il tuo personaggio, di dire basta, voglio raccontare senza più Lui o Lei, senza più gabbie, più manette narrative? Continua a leggere