Che cosa fare del mio cadavere (II)

di Roberto Plevano

(continua da qui)

Quanto al computer sulla mia scrivania, lì c’è un caos inestricabile, di cui non ho fatto nemmeno un backup. Anche ammettendo che qualcuno riesca a indovinare la password di login (perdonatemi, non esistono termini in italiano, se dico ‘salvataggio’, ‘parola chiave di accesso’ nessuno mi capirebbe), che non è annotata da nessuna parte perché per me e soltanto per me è impossibile da dimenticare (e per tutti gli altri è impossibile da azzeccare), ma, da ex vivente, è come se l’avessi dimenticata (infatti non posso nemmeno muovere un dito, e i morti, si dice, sono piuttosto smemorati. Cf. Odissea, X e XI: νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα, le teste senza forza dei morti), nessuno potrà ricavare un senso qualsiasi dalla massa di materiali nel computer e nel cloud (ancora, se dicessi ‘nella nuvola’, pensereste che ho bevuto o fumato qualcosa di forte, prima di decedere), e tutti i miei appunti, pensieri, abbozzi, inediti, rimarranno tali, svaniranno come se non fossero mai esistiti. Fare le cose alla meno peggio, non avere disciplina, può avere conseguenze devastanti, se desideriamo che qualcosa rimanga dopo di noi. Baruch Spinoza, per dire, morì prematuramente e lasciò in perfetto ordine un’opera da pubblicare, manoscritti e corrispondenza nel suo scrittoio chiuso a chiave; i suoi amici poterono editare e mettere meticolosamente a stampa un libro come l’Ethica e tutto il materiale nel giro di otto-nove mesi. Trecentoquaranta anni fa.
Continua a leggere

Che cosa fare del mio cadavere (I)

di Roberto Plevano

Diamine, è successo. Mentre dormivo, non me ne sono neanche accorto, questione di mezzo minuto. Non che potessi trovare un tempestivo rimedio: occlusione completa di un’arteria coronaria, flusso del sangue bloccato e conseguente morte dei tessuti del muscolo del cuore: si chiama infarto miocardico. È un malanno comune, sono in buona compagnia: in Italia vive un milione e mezzo di infartuati, chissà quanti nel mondo.
Continua a leggere

L’intesa è un fatto palpabile

di Roberto Plevano
boscofoglie

(pezzo ospitato qualche tempo fa, con piccole varianti, nel blog di Veronica Tomassini, che ringrazio)

§ L’intesa è un fatto palpabile

Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino marittimo; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alla tramontana, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere i piedi. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma con le quali sta tacitamente negoziando un’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi pienamente conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni a seguire, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.
Continua a leggere

Il merlo ammazzato

di Roberto Plevano

§ Il merlo ammazzato
24064_passera_ditalia_sansobbia_28_febbraio_2012_mg_9958_001ptf8
Quella mattina, Luca P. ammazzò un merlo con la macchina, mentre portava la figlia a scuola. Assillato dal costante, fastidioso ritardo, che spingeva lui a una guida nervosa e impaziente – ma non per questo più veloce – e la figlia a corse precipitose oltre il cancello e su per le scale, sotto il peso, eccessivo, dello zainetto sulla schiena, impattò con il pennuto a una curva. Ruzzava, il merlo, con un compagno – maschio, perché le femmine son bige, non di quel nero brillante – in mezzo alla strada e si era distratto, appena un secondo di troppo. Stecchito sull’asfalto, le piume lucide e nerissime, il becco giallo, la gola aperta, poche gocce di sangue vermiglio, rossissimo. L’altro uccello al margine della carreggiata, sotto shock, era rimasto attonito davanti all’improvvisa tragedia.
Continua a leggere

Attendere

di Roberto Plevano

§ Attendere
Lambretta
Così Luca P. aveva una moto. Cocco di mamma, gliela avranno regalata per avere fatto il minimo di quel che si aspetta: uscire dal liceo. Come se fosse una cosa difficile, un merito speciale. Li conosco IO, i viziatissimi fighetti paraculi del centro… Bella gente, simpatici, sì… come un morso di vipera sulle palle. IO, a sedici anni, ho passato un’estate miserabile a fare il cameriere in pizzeria, da solo, mica mi sono mai aspettato qualcosa dagli altri, o dal cielo. I miei amici? A Jesolo, dietro le tedeschine! Bitte, bitte, Fräulein… Tutto per una Lambretta di quinta o sesta mano, che neanche Mandrake ci avrebbe rimorchiato, con quella.
Continua a leggere

Daniele Del Giudice

di Roberto Plevano

IMG_0963
§ Daniele Del Giudice

Lo stadio di Wimbledon uscì nel 1983. Di Italo Calvino la quarta di copertina – una specie di biglietto da visita di un libro, quindi l’unica indicazione di cui disponeva il potenziale acquirente in libreria davanti a quest’opera prima. Scrisse di “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”, per cui “la «carta di Mercatore» è una delle immagini-chiave”. Non per fare le pulci a Calvino, ma il matematico e cartografo fiammingo Geert De Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator secondo l’uso rinascimentale, pubblicò il suo planisfero nel 1569, e quindi si fa un po’ fatica a prenderlo come emblema di novità.
Continua a leggere

Il buco nell’acqua

di
Roberto Plevano
126765-md

§ Il buco nell’acqua

Remy indossa un giubbotto di sicurezza arancione, guanti da lavoro e un casco con lo stemma del Comune. Sotto il sole di giugno, il colore stacca sul verde del prato, è un’anomalia che cattura lo sguardo. Remy usa il decespugliatore con paziente competenza, rifinisce il taglio dell’erba lungo i viottoli, intorno alle aiuole e ai tronchi. È attento a non sollevare troppa polvere, a non scagliare dappertutto pietrisco e cacche di cani. Nessuno sembra fare caso, come se fosse invisibile. Finita una porzione del prato, si prende una pausa. Si stende all’ombra di un cespuglio e alza gli occhi al cielo.

«Sotto sole, un’ora, cinque minuti» dice indicando l’orologio. Fa una breve telefonata e lo vedo sorridere al qualcuno con cui parla. Mette in tasca il telefono e mi saluta, ma con me tiene il viso serio.
Continua a leggere

Il portacenere

di
Roberto Plevano
0000368
§ Il portacenere

Anna G. fumava come un camino, come una ciminiera. In quel mezzo pomeriggio che passò insieme a lei, Luca P. fece mentalmente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano quasi due pacchetti, MS o Camel, accesi nella nervosa compulsione ripetitiva di una giovane che non faceva poi caso all’inalazione.

E occorreva aggiungere le sigarette che lei rollava con perizia, da bustine di tabacco marca Samson e Drum. Era un piccolo rito artigianale – estrazione cartina, apertura bustina, presa della dose di tabacco, disposizione della dose sulla bustina aperta, controllo del giusto grado di umidità dei polpastrelli di indici e pollici, meticolosa confezione di un cilindretto regolare, leccatina sulla striscia adesiva, sigillatura, rifinitura con asportazione del tabacco eccedente alle estremità, breve attesa per l’asciugatura, accensione – che trascendeva il computo delle anonime sigarette industriali e per cui ci voleva almeno una sosta e un ripiano. Un intermezzo quindi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi di polmoni, labbra, dita. Rollando le sigarette, Anna G. socchiudeva gli occhi. Solennità degli automatismi.
Continua a leggere

Vivalascuola. Ciao, Lucy pestifera!

216551_107145182704087_1678755_nLucia Tosi è mancata sabato 9 luglio. Insegnante, poetessa e scrittrice, ha collaborato a vivalascuola con numerosi articoli, tra cui ricordiamo questo, scritto alle prime avvisaglie dei superpoteri assegnati ai Dirigenti Scolastici, questo su “A cosa serve il Latino?“, questo sulla progressiva scomparsa dell’insegnamento della Geografia nelle scuole italiane, questo in occasione dei tanti pronunciamenti governativi contro chi educa al senso critico a scuola… e tanti altri su vari aspetti della didattica e della politica scolastica, che si possono leggere scorrendo l’archivio di vivalascuola. E ancora di più ci piace ricordarla con queste poesie, queste e quelle che si possono leggere sul suo blog. Qui presentiamo un saluto di Roberto Plevano a nome della redazione di vivalascuola e di lapoesiaelospirito. Ciao Lucy!
Continua a leggere

Il commento

di
Roberto Plevano
533230_127924997350885_13619920_n
§ Il commento

Lunedì vado finalmente a visitare l’amico che non ci si riesce mai a vedere, quello che ha seguito i passi del padre e si è accomodato, senza mugugni e anzi con qualche compiacimento di sé, nella prassi – nell’identità – di imprenditore. Mi mostra i capannoni – un quaranta anni fa qui c’erano campi a perdita d’occho e sull’orizzonte si stagliavano i campanili dei paesi –, la macchine delle linee di produzione, pile di scatoloni nei magazzini, parla di fatturato, di crescita, di personale soprattutto: snocciola numeri importanti. I suoi capannoni non sono scatole vuote, c’è gente che viene a lavorare ogni mattina, con i turni anche di sera, percepisce un reddito. Ma non è tutto oro quello che luccica, non è soltanto virtù salvifica del sudore e del lavoro, questo lo so da me. Senza addentrarsi in considerazioni generali, so che la sua crescita di fatturato è stato un passo obbligato per minimizzare perdite pesanti di un investimento sbagliato, un errore che gli rode, tanto che ne parla poco, lui che ama parlare. E io non gliene faccio parlare. Con un giorno del suo fatturato ci vivrei comodamente per qualche anno, eppure lui più volte dice tu non hai problemi, la tua vita tranquilla, qui appena ti muovi ti saltano addosso, è un assedio continuo. Escludo a priori che dietro alcune occhiate di sottecchi che mi lancia ci sia un sentimento – vaghissimo, eh? – di invidia, invidia in senso buono si intende. Dalle mie parti c’è poco da invidiare, mi punge il sospetto di essere uno sfigato… discorso lungo, la sfiga è una categoria dello spirito che tocca il genere umano, come il peccato originale, come il fato eschileo, come le idee platoniche. Come l’IO cartesiano. Ci si rispecchia, nello sfigato, lo si teme. Non gli dico niente, annuisco con aria seria, come a dire, eh, ti capisco, comprendo il tuo fardello.
Continua a leggere

Il terreno morale

di
Roberto Plevano
Senza nome-scandito-04
§ Il terreno morale

Mio nonno ha fatto la campagna d’Africa. Che state a pensare? Che ha levato in alto le insegne, il ferro, il cuore, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma? No, niente di tutto questo, mio nonno era un uomo con la testa salda sulle spalle, partì per l’Africa, ufficiale medico alpino, spinto da un senso (accezione 2) di cameratismo per i suoi commilitoni, mica perché qualcuno canticchiò di tirare diritto, e fare quel che è detto e scritto (la retorica dell’epoca, i piccolo-borghesi tirano dentro la pancetta e gonfiano il petto). Presto capì quello che era evidente, e prese la sua parte: dal ’43 fu a fianco del suo amico “Maurizio”, Ferruccio Parri. Al funerale di mio nonno, la prima corona fu portata dall’ANPI. C’è da essere orgoglioso della mia famiglia.
Continua a leggere

IO

di
Roberto Plevano
Cappellino-Niviuk_scheda
§ IO

Ecco la parola il cui significato, nel lessico delle lingue indoeuropee, è il più arduo da precisare, a dispetto della sua brevità, tanto che non se ne dà qui, in queste pagine, alcuna voce di vocabolario: occuperebbe l’intero libro, e altri libri ancora.

IO ME ICH SELBST IK JAG JE MOI I SELF YO EU JA EGO EGOMET

Trattasi di pronome con cui l’essere umano designa se stesso. È comprensibile quindi la difficoltà di precisazione.

In seno alla civiltà del libro, il riferirsi a se stesso dell’essere umano è diventato la sua definizione, e anche un’autoreferenzialità paradossale.

«IO sono qualche cosa? E che cosa sono?»

«IO sono IO, e che altro?»
Continua a leggere

Giorgio Agamben

di
Roberto Plevano
27
(materiali di un progetto narrativo ancora in definizione. La conferenza di Giorgio Agamben trattò temi toccati ne Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, Einaudi 1982 [sesta giornata].)

toccato da un angelo…

§ Giorgio Agamben

Luca P. vide per la prima volta Anna G. a una conferenza di Giorgio Agamben.

Si dovrebbe forse dire che Luca P. e Anna G. si incontrarono poco dopo l’applauso del partecipe pubblico – Giorgio Agamben è un docente prestigioso ed efficace, vale a dire comunicativo e profondo, e tenne quella conferenza quando aveva passato da poco i quarant’anni, che per gli uomini di lettere è un’età generalmente molto produttiva. Si presentava quindi con la giusta mescolanza di autorevolezza, eccellenza intellettuale e non eccessiva distanza anagrafica dagli studenti –, e appena fuori dalla sala conferenze; ma le accezioni di questo termine, incontrarsi, che connota lo stabilire rapporti tra persone, amichevoli od ostili che siano, e quindi un intero mondo di relazioni sociali, non sono una buona descrizione dei fatti successivi a quella conferenza.

Infatti Luca P. e Anna G. non si incontrarono mai davvero.

Non almeno secondo i valori più diffusi del lemma. Abbiamo dalla Crusca: Continua a leggere

Vivalascuola. Arrivano i buoni

Docenti comunisti che inculcano agli studenti valori contrari a quelli delle famiglie, libri di Storia faziosi che denigrano il premier… Andiamo a vedere cosa succede in una regione dove governano i buoni: ad esempio il Veneto.

Come falsificare la Storia e distruggere un tessuto civile: il caso Veneto
di Roberto Plevano

Partiamo dai programmi di Storia: davvero le foibe non sono mai esistite?

I programmi di storia dell’ultimo anno delle scuole superiori comprendono i drammi e gli interrogativi del confine orientale nel Novecento: la tragedia delle foibe e dell’espatrio di tanti Giuliani, checché ne dica Mario Giordano (il Giornale del 28 febbraio 2011, lo stesso numero che offre ai suoi lettori il “testamento politico” di Mussolini). Continua a leggere

Vivalascuola. Un panino alla “Divina Commedia”?

La “riforma epocale” della scuola è basata su tagli di docenti, saperi risorse. Nessuna novità su programmi e didattica. “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia” dice l’on. Giulio Tremonti.

Non si creda che i classici vanno letti perché “servano” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici (Italo Calvino, Perché leggere i classici?) (vedi anche qui).

Andando oltre i numeri: il vuoto culturale
di Valter Binaghi

Capisco che, in un momento in cui la sopravvivenza stessa della scuola pubblica è minacciata come mai è stata prima, ci si concentri su dati numerici (rapporto docenti/alunni, orari e supplenze, stipendi ecc). Continua a leggere

Un tipo da montagna

di
Roberto Plevano

§ Un tipo da montagna

Quando sfoglia le pagine di un libro come si deve, Luca P. ha la strana certezza che tra lui e Anna G. non sia stata detta l’ultima parola. Forse c’è una suggestione, di eventi sul punto di accadere, che l’imperativo del fatto presente sia messo in discussione e la soglia della lontananza varcata. Sono momenti di vera e propria euforia, per fortuna brevi (altrimenti Luca P. potrebbe commettere qualche stupidaggine), seguiti da tetre considerazioni sull’ineluttabilità della distanza di luogo, di tempo, di tutto.

Luca P. si sente un sopravvissuto di un’epoca passata, eppure più vera dell’età corrente. Un’epoca in cui Anna G. aveva tempo per lui, in cui i giorni d’estate parevano non finire.

Allora si erano avviati lungo un sentiero che s’inoltrava nella pineta. Andavano alla spiaggia nascosta, l’ultima, con un accesso difficile, o non proprio alla portata di tutti (ma alla loro sì…). Non avrebbero trovato bambini, ombrelloni, borse e carrelli. Lui e gli altri erano gente essenziale: lasciata la macchina sulla strada in alto, solo un leggero ricambio e un telo da stendere sui ciottoli.

Accesso difficile e rischioso, ma non è un fastidio, l’anticipazione è un piacere. Loro è la costa, e tutti gli anfratti e pareti (così suppongono). Con il caldo e le giornate lunghe si va, ci si arrampica, si discende per gli scogli taglienti, a picco sul mare, li spinge il desiderio di stare al sole come le lucertole, immobili, finché c’è quiete, per l’intero pomeriggio. Certamente, inutile illudersi, la gente arriva comunque, col gommone, colla barca… Non saranno tanti, è ancora presto, non è alta stagione, si dicono.

Continua a leggere

Che figura! L’accumulazione

bruegel netherlandish proverbs 1559
Perchè parlare di figure retoriche? e perchè proprio dell’accumulazione?
Provo a rispondere partendo au contraire, dall’opposto dell’accumulazione: la sottrazione.
“Un buon scrittore non deve mai spiegare..” diceva Ennio Flaiano.
E’ opinione diffusa e condivisa che il lavoro dello scrittore debba essere di sottrazione. Il non detto ha fascino, ed è efficace, a condizione che quello che si omette sia conosciuto e dominato dall’autore. Altrimenti ciò che è fuori dal testo resta anche fuori dalla comprensione del lettore.
Fior di scrittori hanno raggiunto grandiosi risultati utilizzando le figure retoriche che rientrano nel gruppo della sottrazione. Tanto per gradire, un piccolo esempio, tratto dal romanzo d’esordio di Davide Longo, Un mattino a Irgalem: Continua a leggere

L’influenza della luna sul venditore porta a porta di pentole AHC

Brian Eno (con Daniel Lanois),
Always Returning, dall’album Apollo: Atmospheres and Soundtracks
(musica composta nel 1983 per il documentario For All Mankind di Al Reinert).

Continua a leggere

Gli acquerelli di Hitler

AHChurchSpire
di R. P.

«I never had a real understanding of how you take a failed landscape painter and turn him into a fanatical mad man who controls millions. That’s some trick. I mean the powers that created him must have been awesome.»
Bob Dylan (da qui)

Uscir fuori allo scoperto. Pubblicare. Mica era tutto chiaro e prevedibile, all’inizio. Sì, sì, qualcosa da dire, una storia da raccontare, puntualizzare davanti al mondo, tardivamente, certe faccende, passate ormai come mozzarelle dell’altr’anno. Vincere il dubbio che quelle mie parole che mi illudo venire da dentro, siano inutili, proprio parole al vento, parole che non possono cambiare niente (no, quel dubbio non si vince, è sempre più forte e non è nemmeno più dubbio, mutato intanto in certezza). Scontando l’inanità dell’impresa, rimane la vanità personale allora, certo, perché no? Che c’è di male? Si può sopprimere tutto quel garbuglio di strategie comunicative, di ostentato contegno, di atteggiamenti, che sono per noi la ruota del pavone? Vivi nascosto. Ma quando mai! Continua a leggere

St. James Infirmary, Louis Armstrong

I went down to St. James Infirmary
Saw my baby there
She was stretched out on a long white table
So cool, so sweet, so fair

Let her go, let her go, God bless her
Wherever she may be
She can look this wide world over
But she’ll never find a sweet man like me

When I die bury me in straight lace shoes
I wanna a box-back coat and a Stetson hat
Put a twenty-dollar gold piece on my watch chain
So the boys’ll all know that I died standing pat

Dicono che il tempo sia rimedio a ogni perdita e asciughi ogni lacrima, ma non è mica tanto vero, le cose vere ritornano, come la luna, come le maree, come la neve, e il dolore è una cosa vera, e viva, che pulsa. Nel dolore c’è qualcosa di femminile, qualcosa che matura e diviene pieno, fino a scoppiare, e poi avvizzisce, ma non muore e giace dormiente finché la nuova pioggia, il primo sole, o il richiamo di un uccello notturno lo desta. Continua a leggere