In cammino verso la Marca gioiosa (V)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Continuazione dell’episodio sulla riva del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Tre carri sostavano sulla riva del fiume presso una grande nave nera. Riconobbi il carro di Benbenisti, quello che portava la mia roba. Alcuni uomini attendevano, uomini grandi, robusti come non avevo mai visto, vestiti di rozze braghe, la pelle più nera del nero dello scafo, le braccia grosse come quelle funi di canapa intrise di pece usate per assicurare le navi nei porti. Salutarono con rispetto Benbenisti. Grandi sorrisi di denti bianchi. Grandi occhi spalancati. Sahib… sahib…. Lui si inchinò a tutti loro, rispose con tono grave in una lingua straniera. Poi li chiamò intorno e presero a confabulare come cospiratori. Non comprendevo nulla di quello che dicevano e rimasi in disparte, preso da dubbi e inquietudini. E se costoro fossero mercatanti di schiavi? E se Benbenisti trattasse la mia vendita? E se la suggestione di andare per mare si avverasse nella forma di un viaggio in catene verso i mercati d’oriente? Quei marinai mi avevano osservato con una tale curiosità… No, no, niente di tutto questo. Uno dei marinai salì a bordo e discese con un piccolo sacco. Benbenisti lo prese e tirò fuori una forma squadrata, una specie di mattone colore dell’ocra avvolto in un tessuto leggero, lino forse. Un odore pungente, come di legno resinoso, si sparse tutt’intorno. Benbenisti aprì con cura l’involto, fiutò la sostanza e approvando la ripose nel sacco. Poi ne trasse un sacchetto di tessuto lavorato. Lo soppesò con cura. Mi chiamò. Vieni, vieni a vedere, non hai mai visto cose così. E davvero non avevo mai visto nulla di simile. Dentro il sacchetto c’era come una luminosità iridescente, lattiginosa, il lume imprigionato della luna piena. Perle, disse Benbenisti, le più pure e perfette. Magie d’oriente. Un principe faticherebbe a trovare i denari per acquistarne una. Per averne tre un vescovo baratterebbe possessioni e dignità. Tu però non fare parola con nessuno.
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In cammino verso la Marca gioiosa (IIII)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.

Nella scena della foce del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.


Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Il fiume a Beucaire – ecco il Rose, annunciò Benbenisti – è ampio e molle, tanto vasto che pare che la terra finisca. Per miglia intorno l’aria si fa frizzante e pizzica, effluvi di alghe e salmastro si spandono nella pianura e si mescolano con l’odore di paglia, pini e fiori di campo, col sole alto il ronzio delle api e sfrontato frinire di cicale, grilli gentili e lucciole all’imbrunire: il mare entra così nel paese della Provincia. Benbenisti disse che avremmo raggiunto la carovana sul far della notte. Oltre il fiume inizia il dominio del reame di Arelate.

Il Rose si apre sotto il castello e l’abitato. In questo suo tratto lambisce una larga spianata e l’approdo è assai agevole e comodo, così che decine di navi possono accostare, e subito scaricare e imbarcare le mercanzie. Quella sera il lento corso del fiume era una distesa di vele e vessilli che sbatacchiavano e oscillavano pigramente alla brezza calante, quando diventa più pungente l’odore del marino. Come guglie di chiese cattedrali, le vele puntute delle grandi navi da carico si ergevano a vedere il cielo, sopra muraglie multicolori di stoffe e tessuti e reti. Forme a triangolo, quadrilatere, e ingegnose combinazioni geometriche di angoli e lati, tese da alberi che armavano navi allungate, venute dai mari freddi del settentrione, imbarcazioni più ampie, catini profondi, scafi agili, solide murate scure delle navi saracine, navigli verdi e rossi e oro con le insegne di Vinegia, Pisa, Zena, Amalfi… Mai avevo visto tante navi. Era una scena meravigliosa.
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In cammino verso la Marca gioiosa (III)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui continua il dialogo teologico sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza (9 agosto 2017), al cospetto di un ragazzo dodicenne – il narratore – e di un mercante (“l’uomo vestito di nero”). Si fa menzione del poeta Uc de Saint Circ.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Compresi poco di quello che l’uomo intendeva dirmi, e quel poco mi confuse, come una notizia importante che non arriva, che non si sa… ma ne va della vita e della morte, di quale vita e quale morte. Colui che era stato chiamato maestro Samuele Ben Judah pareva intanto essere giunto a una qualche determinazione finale che lo aveva soddisfatto, perché la discussione era cessata.

«Sappiamo che Raphael Benbenisti – disse al capo carovana. Ah ecco, era questo il suo nome – ha portato da Barcinona i beni e le mercanzie a lui affidati, ed egli otterrà un grande guadagno nelle piazze di Lonbardia, dove tutto si vende a prezzo triplo. Non lo tratteniamo oltre il necessario. Il viaggio procede sotto un buon comando e sotto buoni auspici, se la bufera che oggi devasta la Provincia narbonense non ha interrotto il vostro cammino. A Montpelhièr, ci è stato detto, avete preso sotto tutela e protezione un familiare del maestro Mesulla Ben Jacob. Sta forse fuggendo? È costui un perseguitato dei nemici della fede? Possiamo essere di qualche aiuto?»
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In cammino verso la Marca gioiosa (II)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il dialogo descrive una serrata discussione teologica sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

I cenni dell’uomo in nero provocarono però un’improvvisa discussione con i tre che ci avevano accompagnato dentro Lunel. Discussione che non compresi, perché condotta in una lingua che non avevo mai udito. Mentre quelli confabulavano interrompendosi l’un l’altro, alzando le voci, gesticolando, il capo rovistò in un baule e tirò fuori un pesante volume rilegato, una cosa di gran lusso.

«Oggi poco rimane dei tesori della sapienza in Al Andalus. Abbiamo fatto ricopiare il libro del rabbi Ben Maimon dai saggi che ancora vivono a Cordoba. La gran città ha i giorni contati, nessuno difende le mura.» Parlò nella lingua della nostra Provincia.

Il più anziano dei tre annuì gravemente. Si fece dare il libro. Là dove stava, accanto al suo mulo in mezzo alla via, con i carri che intanto passavano, prese a sfogliarlo con grande lentezza. Sembrò allora che per lui solo il mondo circostante arrestasse il corso.
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In cammino verso la Marca gioiosa (I)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il primo è un episodio della vita di Gervasio di Tilbury (Gervasius Tilleberiensis, 1155 – 1234), liberamente tratto da Radulphi de Coggeshall Chronicon Anglicanum. De expugnatione terrae sanctae libellus. Thomas Agnellus De morte et sepultura Henrici regis Angliae junioris. Gesta Fulconis filii Warini. Excerpta ex otiis imperialibus Gervasii Tileburiensis, London 1875.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Al cammino ascoltando storie allora. I racconti su Arelate serpeggiavano tra un carro e l’altro. Ad Arelate il maresciallo dell’Impero chiudeva un occhio, e anche l’altro, davanti a ogni nefandezza del vescovo. Il maresciallo era un anglico, un chierico di nome Gervasio: alla frequentazione dei cittadini preferiva la compagnia dei suoi libri. Altre compagnie aveva ricercato in gioventù.
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Che cosa fare del mio cadavere (II)

di Roberto Plevano

(continua da qui)

Poi c’è il computer sulla scrivania, il compendio della mia attività. Lì c’è un caos inestricabile, di cui non ho fatto nemmeno un backup. Anche ammettendo che qualcuno riesca a indovinare la password di login (perdonatemi, non esistono termini in italiano, se dico ‘salvataggio’, ‘parola chiave di accesso’ nessuno mi capirebbe), che non è annotata da nessuna parte perché per me e soltanto per me è impossibile da dimenticare (e per tutti gli altri è impossibile da azzeccare), ma, da ex vivente, è come se l’avessi dimenticata (infatti non posso nemmeno muovere un dito, e i morti, si dice, sono piuttosto smemorati, cf. Odissea, X e XI: νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα, le teste senza forza dei morti), nessuno potrà ricavare un senso qualsiasi dalla massa di materiali nel computer e nel cloud (ancora, se dicessi ‘nella nuvola’, pensereste che ho bevuto o fumato qualcosa di forte, prima di decedere), e tutti i miei appunti, pensieri, abbozzi, inediti, rimarranno tali, svaniranno come se non fossero mai esistiti. Fare le cose alla meno peggio, non avere disciplina, lasciare tutto in uno stato indefinito che si definisce work in progress (significa soltanto che uno è pigro e inconcludente), può avere conseguenze devastanti, se desideriamo che qualcosa rimanga dopo di noi. Baruch Spinoza, per dire, morì giovane, ma lasciò in perfetto ordine un’opera da pubblicare, manoscritti e corrispondenza nel suo scrittoio chiuso a chiave; i suoi amici poterono editare e mettere meticolosamente a stampa un libro come l’Ethica e tutto il materiale nel giro di otto-nove mesi. Trecentoquaranta anni fa.
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Che cosa fare del mio cadavere (I)

di Roberto Plevano

Diamine, è successo. Mentre dormivo, non me ne sono neanche accorto, questione di mezzo minuto. Non che si potesse evitare o trovare un tempestivo rimedio: occlusione completa di un’arteria coronaria, flusso del sangue bloccato e conseguente morte dei tessuti del muscolo del cuore: si chiama infarto miocardico. È un malanno comune, sono in buona compagnia: in Italia vive un milione e mezzo di infartuati, chissà quanti nel mondo.
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L’intesa è un fatto palpabile

di Roberto Plevano
boscofoglie

(pezzo ospitato qualche tempo fa, con piccole varianti, nel blog di Veronica Tomassini, che ringrazio)

§ L’intesa è un fatto palpabile

Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino marittimo; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alla tramontana, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere i piedi. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma con le quali sta tacitamente negoziando un’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi pienamente conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni a seguire, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.
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Il merlo ammazzato

di Roberto Plevano

§ Il merlo ammazzato
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Quella mattina, Luca P. ammazzò un merlo con la macchina, mentre portava la figlia a scuola. Assillato dal costante, fastidioso ritardo, che spingeva lui a una guida nervosa e impaziente – ma non per questo più veloce – e la figlia a corse precipitose oltre il cancello e su per le scale, sotto il peso, eccessivo, dello zainetto sulla schiena, impattò con il pennuto a una curva. Ruzzava, il merlo, con un compagno – maschio, perché le femmine son bige, non di quel nero brillante – in mezzo alla strada e si era distratto, appena un secondo di troppo. Stecchito sull’asfalto, le piume lucide e nerissime, il becco giallo, la gola aperta, poche gocce di sangue vermiglio, rossissimo. L’altro uccello al margine della carreggiata, sotto shock, era rimasto attonito davanti all’improvvisa tragedia.
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Attendere

di Roberto Plevano

§ Attendere
Lambretta
Così Luca P. aveva una moto. Cocco di mamma, gliela avranno regalata per avere fatto il minimo di quel che si aspetta: uscire dal liceo. Come se fosse una cosa difficile, un merito speciale. Li conosco IO, i viziatissimi fighetti paraculi del centro… Bella gente, simpatici, sì… come un morso di vipera sulle palle. IO, a sedici anni, ho passato un’estate miserabile a fare il cameriere in pizzeria, da solo, mica mi sono mai aspettato qualcosa dagli altri, o dal cielo. I miei amici? A Jesolo, dietro le tedeschine! Bitte, bitte, Fräulein… Tutto per una Lambretta di quinta o sesta mano, che neanche Mandrake ci avrebbe rimorchiato, con quella.
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Daniele Del Giudice

di Roberto Plevano

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§ Daniele Del Giudice

Lo stadio di Wimbledon uscì nel 1983. Di Italo Calvino la quarta di copertina – una specie di biglietto da visita di un libro, quindi l’unica indicazione di cui disponeva il potenziale acquirente in libreria davanti a quest’opera prima. Scrisse di “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”, per cui “la «carta di Mercatore» è una delle immagini-chiave”. Non per fare le pulci a Calvino, ma il matematico e cartografo fiammingo Geert De Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator secondo l’uso rinascimentale, pubblicò il suo planisfero nel 1569, e quindi si fa un po’ fatica a prenderlo come emblema di novità.
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Il buco nell’acqua

di
Roberto Plevano
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§ Il buco nell’acqua

Remy indossa un giubbotto di sicurezza arancione, guanti da lavoro e un casco con lo stemma del Comune. Sotto il sole di giugno, il colore stacca sul verde del prato, è un’anomalia che cattura lo sguardo. Remy usa il decespugliatore con paziente competenza, rifinisce il taglio dell’erba lungo i viottoli, intorno alle aiuole e ai tronchi. È attento a non sollevare troppa polvere, a non scagliare dappertutto pietrisco e cacche di cani. Nessuno sembra fare caso, come se fosse invisibile. Finita una porzione del prato, si prende una pausa. Si stende all’ombra di un cespuglio e alza gli occhi al cielo.

«Sotto sole, un’ora, cinque minuti» dice indicando l’orologio. Fa una breve telefonata e lo vedo sorridere al qualcuno con cui parla. Mette in tasca il telefono e mi saluta, ma con me tiene il viso serio.
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Il portacenere

di
Roberto Plevano
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§ Il portacenere

Anna G. fumava come un camino, come una ciminiera. In quel mezzo pomeriggio che passò insieme a lei, Luca P. fece mentalmente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano quasi due pacchetti, MS o Camel, accesi nella nervosa compulsione ripetitiva di una giovane che non faceva poi caso all’inalazione.

E occorreva aggiungere le sigarette che lei rollava con perizia, da bustine di tabacco marca Samson e Drum. Era un piccolo rito artigianale – estrazione cartina, apertura bustina, presa della dose di tabacco, disposizione della dose sulla bustina aperta, controllo del giusto grado di umidità dei polpastrelli di indici e pollici, meticolosa confezione di un cilindretto regolare, leccatina sulla striscia adesiva, sigillatura, rifinitura con asportazione del tabacco eccedente alle estremità, breve attesa per l’asciugatura, accensione – che trascendeva il computo delle anonime sigarette industriali e per cui ci voleva almeno una sosta e un ripiano. Un intermezzo quindi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi di polmoni, labbra, dita. Rollando le sigarette, Anna G. socchiudeva gli occhi. Solennità degli automatismi.
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Vivalascuola. Ciao, Lucy pestifera!

216551_107145182704087_1678755_nLucia Tosi è mancata sabato 9 luglio. Insegnante, poetessa e scrittrice, ha collaborato a vivalascuola con numerosi articoli, tra cui ricordiamo questo, scritto alle prime avvisaglie dei superpoteri assegnati ai Dirigenti Scolastici, questo su “A cosa serve il Latino?“, questo sulla progressiva scomparsa dell’insegnamento della Geografia nelle scuole italiane, questo in occasione dei tanti pronunciamenti governativi contro chi educa al senso critico a scuola… e tanti altri su vari aspetti della didattica e della politica scolastica, che si possono leggere scorrendo l’archivio di vivalascuola. E ancora di più ci piace ricordarla con queste poesie, queste e quelle che si possono leggere sul suo blog. Qui presentiamo un saluto di Roberto Plevano a nome della redazione di vivalascuola e di lapoesiaelospirito. Ciao Lucy!
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Il commento

di
Roberto Plevano
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§ Il commento

Lunedì vado finalmente a visitare l’amico che non ci si riesce mai a vedere, quello che ha seguito i passi del padre e si è accomodato, senza mugugni e anzi con qualche compiacimento di sé, nella prassi – nell’identità – di imprenditore. Mi mostra i capannoni – un quaranta anni fa qui c’erano campi a perdita d’occho e sull’orizzonte si stagliavano i campanili dei paesi –, la macchine delle linee di produzione, pile di scatoloni nei magazzini, parla di fatturato, di crescita, di personale soprattutto: snocciola numeri importanti. I suoi capannoni non sono scatole vuote, c’è gente che viene a lavorare ogni mattina, con i turni anche di sera, percepisce un reddito. Ma non è tutto oro quello che luccica, non è soltanto virtù salvifica del sudore e del lavoro, questo lo so da me. Senza addentrarsi in considerazioni generali, so che la sua crescita di fatturato è stato un passo obbligato per minimizzare perdite pesanti di un investimento sbagliato, un errore che gli rode, tanto che ne parla poco, lui che ama parlare. E io non gliene faccio parlare. Con un giorno del suo fatturato ci vivrei comodamente per qualche anno, eppure lui più volte dice tu non hai problemi, la tua vita tranquilla, qui appena ti muovi ti saltano addosso, è un assedio continuo. Escludo a priori che dietro alcune occhiate di sottecchi che mi lancia ci sia un sentimento – vaghissimo, eh? – di invidia, invidia in senso buono si intende. Dalle mie parti c’è poco da invidiare, mi punge il sospetto di essere uno sfigato… discorso lungo, la sfiga è una categoria dello spirito che tocca il genere umano, come il peccato originale, come il fato eschileo, come le idee platoniche. Come l’IO cartesiano. Ci si rispecchia, nello sfigato, lo si teme. Non gli dico niente, annuisco con aria seria, come a dire, eh, ti capisco, comprendo il tuo fardello.
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Il terreno morale

di
Roberto Plevano
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§ Il terreno morale

Mio nonno ha fatto la campagna d’Africa. Che state a pensare? Che ha levato in alto le insegne, il ferro, il cuore, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma? No, niente di tutto questo, mio nonno era un uomo con la testa salda sulle spalle, partì per l’Africa, ufficiale medico alpino, spinto da un senso (accezione 2) di cameratismo per i suoi commilitoni, mica perché qualcuno canticchiò di tirare diritto, e fare quel che è detto e scritto (la retorica dell’epoca, i piccolo-borghesi tirano dentro la pancetta e gonfiano il petto). Presto capì quello che era evidente, e prese la sua parte: dal ’43 fu a fianco del suo amico “Maurizio”, Ferruccio Parri. Al funerale di mio nonno, la prima corona fu portata dall’ANPI. C’è da essere orgoglioso della mia famiglia.
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IO

di
Roberto Plevano
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§ IO

Ecco la parola più difficile da definire, a dispetto della sua brevità, tanto che non se ne dà qui, in queste pagine, alcuna voce di vocabolario: occuperebbe l’intero libro, e molti altri ancora.

Per limitarci alle lingue indoeuropee: IO ME ICH SELBST IK JAG JE MOI I SELF YO EU JA EGO EGOMET ecc. ecc.

Trattasi di pronome con cui l’essere umano designa se stesso: il significato varia con le infinite idee che gli esseri umani hanno di se stessi. L’univocazione è impossibile: il pronome viene predicato da esperienze diverse, ma non sempre si usa lo scrupolo di distinguere: «IO sono un cittadino che paga le tasse», «IO sono innamorato», «IO sono un animale che pensa» (l’ultima frase è il giudizio di un ottimista).

In seno alla civiltà del libro, il riferirsi a se stesso dell’essere umano è diventato la sua definizione, in un’autoreferenzialità paradossale. L’analisi critica di questo riferimento finisce col contraddire pressoché tutte le credenze che gli esseri umani intrattengono su loro stessi, le relazioni tra loro, il loro posto e destino nel mondo che abitano.

Ma non sono questi tempi propensi all’analisi critica.

«IO sono qualche cosa? E che cosa sono?»

«IO sono IO, e che altro?»
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Giorgio Agamben

di
Roberto Plevano
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(materiali di un progetto narrativo ancora in formazione)

toccato da un angelo…

§ Giorgio Agamben

Luca P. vide per la prima volta Anna G. a una conferenza di Giorgio Agamben.

Si dovrebbe forse dire che Luca e Anna si incontrarono dopo l’applauso finale del partecipe pubblico – Giorgio Agamben è un docente prestigioso ed efficace, vale a dire comunicativo e profondo, e tenne quella conferenza quando aveva passato da poco i quarant’anni, che per gli uomini di lettere è un’età generalmente molto produttiva. Si presentava quindi con la giusta mescolanza di autorevolezza, eccellenza intellettuale e non eccessiva distanza anagrafica dagli studenti –, e appena fuori dalla sala conferenze; ma il valore corrente di questo termine, incontrarsi, che connota lo stabilire rapporti tra persone, amichevoli od ostili che siano, e quindi un intero mondo di relazioni sociali, non è una buona descrizione dei fatti successivi a quella conferenza.

Infatti Luca e Anna non si incontrarono mai davvero.
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Vivalascuola. Arrivano i buoni

Docenti comunisti che inculcano agli studenti valori contrari a quelli delle famiglie, libri di Storia faziosi che denigrano il premier… Andiamo a vedere cosa succede in una regione dove governano i buoni: ad esempio il Veneto.

Come falsificare la Storia e distruggere un tessuto civile: il caso Veneto
di Roberto Plevano

Partiamo dai programmi di Storia: davvero le foibe non sono mai esistite?

I programmi di storia dell’ultimo anno delle scuole superiori comprendono i drammi e gli interrogativi del confine orientale nel Novecento: la tragedia delle foibe e dell’espatrio di tanti Giuliani, checché ne dica Mario Giordano (il Giornale del 28 febbraio 2011, lo stesso numero che offre ai suoi lettori il “testamento politico” di Mussolini). Continua a leggere

Vivalascuola. Un panino alla “Divina Commedia”?

La “riforma epocale” della scuola è basata su tagli di docenti, saperi risorse. Nessuna novità su programmi e didattica. “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia” dice l’on. Giulio Tremonti.

Non si creda che i classici vanno letti perché “servano” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici (Italo Calvino, Perché leggere i classici?) (vedi anche qui).

Andando oltre i numeri: il vuoto culturale
di Valter Binaghi

Capisco che, in un momento in cui la sopravvivenza stessa della scuola pubblica è minacciata come mai è stata prima, ci si concentri su dati numerici (rapporto docenti/alunni, orari e supplenze, stipendi ecc). Continua a leggere