Roberto Saporito, L’ascensore.

corridoio
“Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno.
E’ quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.”
(Don DeLillo)

Si aprono le porte dell’ascensore cigolando lievemente.
Esci dall’ascensore e le porte dietro di te si chiudono, replicando il lieve cigolio.
Ti ritrovi in uno slargo deserto, in un angolo c’è una sedia di ferro, smaltata di bianco, e bianche sono le pareti e il soffitto.
Prendi a destra per un piccolo corridoio, attraversi un piccolo slargo a sinistra, uno a destra che poi diventa un lungo corridoio senza finestre.
Non c’è nessuno. Continua a leggere

Tennis, di Roberto Saporito

tennis 2014
La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi
scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.

(David Foster Wallace, Infinite Jest)

Lancio la pallina e la colpisco con un piccolo ritardo nella discesa. Una mia battuta tipica, un mio tratto distintivo.
Jim la colpisce come può e la rimanda, alta, nella mia parte di campo.
La colpisco, forte, di dritto, e la infilo, in un passante lungolinea, dove Jim non riesce ad arrivare.
Punto. Continua a leggere

Passage, di Roberto Saporito

Tour Montparnasse

Ci sono malattie dalle quali non bisogna cercare di guarire,

perché esse sole ci preservano da malattie più gravi.”. (Marcel Proust)

Al quarto piano del parcheggio trovi finalmente un posto libero. Lasci la macchina, e con solo la tua borsa in pelle nera consunta da postino in spalla, ti avvii verso l’aeroporto di Torino.

Trovi un posto su un volo che parte tra due ore per Parigi: perché è lì che stai andando.

Sull’aereo quando ti portano uno spuntino chiedi solo una piccola bottiglia di vino bianco. E quando la hostess ripassa per ritirare i vuoti chiedi se puoi averne un’altra, di bottiglietta di vino, lei dice di no, ma sorridendo complice te ne passa una mentre si porta via la tua vuota. Continua a leggere

Grande romanzo americano, di Roberto Saporito

Una cosa che succede quando scrivi un libro è che tieni la morte al suo posto;
l’ideale è continuare ininterrottamente a scrivere.
” (Bernard Malamud)

UNO

Quando apri gli occhi e guardi la sveglia elettronica, la sveglia elettronica è spenta, senza vita. Hai la testa pesante, hai dormito poco e male, hai bevuto troppo ieri sera e adesso non sai che ore sono.
Prendi il cellulare sul comodino, guardi l’ora e urli:
“Cazzo, è tardissimo.”
Ti alzi, accendi la macchinetta del caffè, accendi la televisione, vai in bagno a pisciare. Ti osservi allo specchio: hai avuto giorni migliori, non c’è che dire.
Mentre aspetti che la macchinetta del caffè si scaldi butti l’occhio al televisore e nel televisore c’è una delle Twin Towers che sputa fumo, che sputa fumo esattamente all’altezza del tuo ufficio di rappresentanza, l’ufficio dove tu in questo preciso momento dovresti essere, l’ufficio dal quale vendi e compri opere d’arte dai prezzi impossibili, l’ufficio che è diventato la tua vita, l’unica cosa che fai, l’unica cosa che pensi, l’unica cosa che ti fa alzare la mattina, tutte le mattine, tranne oggi. Continua a leggere

Nuova generazione perduta

di Roberto Saporito

“Com’è strana una piccola città:
se non ti distrugge, ti difende.”
[Bernard Malamud]

Gli occhi non vogliono saperne di restare aperti, è più forte di me, devo spalancarli al massimo e fare piccoli urli con le mandibole estremamente dilatate per tenermi sveglio. Alzo la visiera del casco e mi lavo il viso con l’aria fresca del primo mattino. Sono ore che guido, non ce la faccio veramente più. Ho preso tanti di quei caffè che ho la nausea. Tra l’altro è una cosa abbastanza folle che io sia qui, in viaggio verso Pamplona. È che mia moglie mi ha fatto incazzare, più del solito, cioè, non lo so neanche io. Questi due anni di matrimonio sono stati un vero disastro. Continua a leggere

Twin Towers: Barbe

di Roberto Saporito

Nella sua follia criminale il Ventesimo secolo ha gettato via se stesso. (J.G. Ballard)

I due tipi con la barba si guardano allibiti, come a dirsi “questo è proprio pazzo”. L’americano al volante della grossa Buick blu dice:

“E’ fissato per domani”.

Barba più corta, occhi grigi profondi e carnagione scura si assicura: “Ricapitoliamo…”voi” volete che “noi” dirottiamo degli aerei e li schiantiamo contro dei grattacieli di New York, Washington, Los Angeles e quel posto del presidente, sì, la “casetta” delle vacanze?…ho capito bene?” Continua a leggere

Sono un professore

racconto di Roberto Saporito

Sono un professore. Suona strano, un professore, io. Che poi per l’esattezza non sono un professore, ma niente meno che un docente universitario: e questa sì che suona come una cosa strana, al limite dell’inaudito. Anche perché quello che insegno io, fino a un attimo fa, in Italia, non esisteva neanche: insegno scrittura creativa. Ma la cosa ancora più strana, quello che si è perso nella nebbia del tempo passato e perduto è il mio percorso formativo, il mio curriculum anche scolastico. Elementari e medie sono abbastanza democratiche: sostanzialmente tutte uguali. Alle superiori iniziano i distinguo. Ai miei tempi se avevi intenzione di fare l’università le opzioni erano due: o liceo classico o liceo scientifico. Perfetto. Quindi io cos’ho fatto? Il liceo. Sbagliato. Ragioneria. Perché ragioneria? Perché era la scuola più vicina a casa mia: un motivo assolutamente pedagogico, una vera scelta di vita, un vero esempio per le nuove generazioni.
Ma quando hai finito ragioneria ti sarai buttato sulla facoltà di lettere. Sbagliato di nuovo. Giurisprudenza. Beh, potrebbe avere un senso, un minimo di rapporto con ragioneria in fondo esiste: diritto, economia. No, giurisprudenza perché una mia amica faceva giurisprudenza, Continua a leggere

Sociopatico, di Roberto Saporito

Io non sopporto più la gente, non sopporto più nessuno, gli esseri umani mi danno una sorta di orticaria esistenziale, un prurito all’interno del sangue. E’ anche possibile che io sia diventato sociopatico, oppure no, non sono io che sono diventato sociopatico ma loro, la gente, tutti quanti loro sono diventati sociopatici nei mie confronti, è possibile no!

Cammino rapido, e i miei passi risuonano sull’acciottolato della strada deserta, le mie suole di cuoio delle scarpe a punta di pelle di un qualche rettile abitante di qualche deserto rendono la mia camminata ancora più aggressiva.

I diodi luminosi dell’orologio della farmacia segnano le ore ventuno e trentasette: sono in ritardo di trentasette minuti sull’orario della riunione di redazione alla casa editrice. E io non sono mai in ritardo. Continua a leggere