Colazione con Mick Jagger

Colazione con Mick Jagger, Nathalie Kuperman, Del Vecchio Editore 2010 pp. 96, euro 12 – www.delvecchioeditore.it

Segue il comunicato stampa.

Nathalie vive da sola in un appartamento a Parigi. Aspetta Mick Jagger per la colazione.

Lo aspetta dal giorno in cui a otto anni ha subito una violenza sessuale.

Abbandonata dal padre, rimasta sola con la madre, è lei la voce narrante di Colazione con Mick Jagger: breve romanzo confessione di Nathalie Kupermann, scrittrice francese, molto nota in patria, che viene presentata per la prima volta in Italia da Del Vecchio Editore.

Il corpo sensuale di Mick Jagger, icona del rock degli anni sessanta, diventa l’oggetto dell’amore di Nathalie, il sostitutivo a tutte le sue mancanze. Mick a volte appare, altre volte invece non si fa vedere e lascia Natahalie da sola nella cucina. Lui è il motore dell’evasione. Il primo mattone di una realtà che Nathalie costruisce attorno a vuoti della sua giornata. Nella tenerezza di quel rito mattutino – Nathalie si sveglia prima di tutti per preparare la colazione – si scopre il suo reale bisogno di affetto.

La musica dei Rolling Stones accompagna il racconto. É il tentativo di evadere il ricordo di una violenza. Ma tutto è ormai compromesso. Per Natahalie di tredici anni, come per la donna che adesso vive sola in un appartamento a Parigi e sente che qualcosa l’ha separata da tutto.

Una romanzo intenso e poetico di una scrittrice che indaga fino in fondo le ferite dell’anima.

Gimme Shelter

di Loris Pattuelli

Qualcuno ricorda Gimme Shelter dei Rolling Stones? La canzone si trova in Let it bleed, un album del 1969 che credo oggi ci rimandi sopratutto a Love in vain e a You can’t always get what you want. Il primo è una cover di Robert Johnson con Ry Cooder al mandolino e poi anche un memorabile frammento di Nel corso del tempo di Wim Wenders, il secondo arriva direttamente da Il grande freddo di Lawrence Kasdan e vanta pure la collaborazione di Al Kooper alle tastiere.

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Lunga vita

di Mauro Baldrati

 

La faccia di Keith Richards nell’ultima pubblicità Louis Vuitton, quel rilievo spigoloso di rughe e di vecchiezza che si nega e si esibisce con noncuranza, con strafottenza; quegli occhi foschi e truccati, quei capelli dritti, con la messa in piega, quelle labbra col rossetto e quel foulard coi teschi, che forse è uscito dall’anello col teschio, che non si vede, come la tuta rossa di Flash, l’uomo che corre alla velocità della luce; con una tunica e un coltello di ossidiana potrebbe essere il sacerdote che strappa il cuore alle vittime sacrificali e lo offre al sole; o un guitto decrepito che, con una chitarra scordata, si arrabatta per strappare un sorriso ai suoi padroni annoiati; forse ci specchiamo in quella maschera di cuoio rugoso, come Gustav von Aschenbach che vedeva nei lineamenti dell’uomo truccato il proprio fantasma e la propria morte; forse vediamo in quella scultura di legno intarsiato la sfida al demone della vecchiaia che tutto consuma e tutto degrada.
Lunga vita a Keith Richards.