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Intervista a Salvatore Ritrovato

In poesia, l’ “io” è sollecitato da più parti: bersagliato da alcuni come spia rossa autoreferenziale, è accolto da altri come passaggio obbligato. All’ “io” tu hai dedicato una poesia, che apre in maniera significativa “La casa dei venti” (Il Vicolo Editore, 2018). Là scrivi: “Non lascia di sé figura né volume, ma un incrocio/ di linee in fuga del paesaggio che lo innerva./ Tante braccia protese a saluto.” L’ “io” di cui parli assomiglia a un territorio aperto, proteso verso l’alterità, non definito da confini, ma attraversato da un reticolo di percorsi. È così? Questo “io” non è in fondo sia il paesaggio che il viaggio stesso? 

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Salvatore Ritrovato, La Poesia e la Via

di Alberto Fraccacreta

La poesia salva? Questo interrogativo millenario ci riporta alla novecentesca — e attualissima — cognizione di una religione dell’arte che ha nutrito il pensiero di grandissimi scrittori (da Proust a Kafka, da Borges a Montale), ugualmente desiderosi di non finire nel côté del nichilismo e della fede confessionale. Insomma, nell’arte, nella letteratura — secondo loro — è possibile trovare (con le dovute proporzioni) uno scampo alternativo.

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