Il Capitano Mario (XXX)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX)


C’era la guerra e non finiva mai


La situazione si faceva ogni giorno peggiore: mancava tutto e mancavano specialmente le comunicazioni. Le linee ferroviarie erano spesso interrotte, come i ponti e le strade: la buona volontà di soldati e civili cercava di ripristinare la viabilità, ma con scarso successo. Restava qualche autocarro, sopra tutto militare e funzionava quando poteva qualche autocorriera. Io mi trovavo su una di queste un giorno in cui tornavo a Scaldasole da Pavia. Improvvisa frenata del conducente, tutti fuori a nascondersi sotto una grande pianta fronzuta che la Divina Provvidenza aveva piantata proprio lì, a lato della strada, come un grande ombrello per proteggerci. Era passato su di noi, a volo rasente, un aereo, col suo rumore infernale. Non ci vide e il batticuore cessò. Evitammo il pericolo che l’autoveicolo venisse mitragliato e incendiato con il suo carico umano, come era avvenuto pochi giorni prima tra Milano e Pavia. Lo stesso capitò a Mario, che era appena partito da Scaldasole con un automezzo militare mentre portava all’ospedale con urgenza una donna: fu mitragliato ma riuscì a fuggire. Io, che in quel momento ero in chiesa, avevo sentito con indicibile spavento, la scarica di mitragliatrice dell’aereo, che tuttavia si stava allontanando senza essere riuscito a colpire l’obiettivo. Si viveva pericolosamente perché questi episodi erano frequenti dovunque, anche in aperta campagna.
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