Il Capitano Mario (XXXII)

di
Maria Frasson

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SPLENDE IL SOLE SULLE CIME
MENTRE SI FA PRESTO BUIA OGNI VALLE



Libertà, com’era bello il tuo volto!

Dopo il 25 aprile restammo a Scaldasole fino all’autunno, alla riapertura delle scuole. Intanto nella sede provvisoria di Sannazzaro si lavorò tutti, professori e alunni con una gran buona volontà fino alla conclusione degli esami che andarono splendidamente. Io avevo avuto dal Provveditore di Milano la nomina di commissaria straordinaria d’esami che mi fece sentire molto importante e, alla fine, spedita la mia brava relazione superfirmata da tutti i colleghi, mi sembrò anche di essere diventata molto ricca per quella indennità che, senza averla chiesta, mi fu elargita oltre il mio normale stipendio.
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Il Capitano Mario (XXVII)

di
Maria Frasson

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Mario, quando veniva, incontrava a volte delle donne che aveva conosciuto e curato nella Clinica ostetrico-ginecologica. Gli chiedevano, con umili scuse, qualche consiglio o qualche prescrizione e noi, in cambio, eravamo sempre rifornite dai loro omaggi provenienti dal pollaio o dall’orto, molto apprezzati in quei tempi di carestia.

Mi ero messa in testa di allevare anch’io dei polli, con grande gioia delle bambine che trovavano divertenti i pulcini. Ma fu un disastro: quando cominciavano a crescere, ed erano pollastri, a un certo momento non mangiavano più, facevano uno strano balletto e cadevano stecchiti. Era che si era diffusa in paese un’epidemia e scarseggiavano anche le medicine per i polli. Chiusa l’esperienza di allevatrice di pollame, andavo con le bambine a cercarne nei casolari isolati dei dintorni, dove erano immuni da ogni malattia e raggiungevo spesso un mulino accanto ad una roggia, circondato da un bosco che rendeva il paesaggio molto pittoresco. Sembrava un’antica stampa della campagna nordica: qualche volta è la natura che imita il dipinto. Là comperavo anche la farina e facevo il pane bianco e devo ammettere che come fornarina superavo con successo l’allevatrice di polli.
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Il Capitano Mario (XXVI)

di
Maria Frasson

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Scaldasole


Trovammo un rifugio insperato e benedetto, che migliore non poteva essere, a Scaldasole. Nel cuore della Lomellina e delle sue ricche, fertili campagne, Scaldasole è un piccolo paese che porta con sé, nel suo stesso nome, non soltanto il calore del sole, ma anche quello umano dei suoi abitanti. Restaurato e rimodernato, oggi il castello che lo domina è museo archeologico di chiara fama, frequentato e ammirato; allora non era così. I suoi numerosissimi vasti locali erano adibiti quasi esclusivamente all’agricoltura, magazzini specialmente di vari prodotti della campagna, assai copiosi nella vasta tenuta da cui era circondato. Era imponente a vedersi, con i suoi torrioni, su cui dormivano e russavano i gufi, e il suo vasto arco d’ingresso a cui si accedeva da un ponte sopra un fossato perimetrale in cui c’era soltanto erba e che immetteva in un enorme, rustico cortile. C’era, di fianco, la residenza padronale, chiusa da un portone che, se bussavi, si apriva a tutti e ti portava in un vasto giardino ben tenuto e in un’abitazione molto signorile. Sul retro del castello c’erano le case degli affittuari della tenuta e quelle dei braccianti, le numerose stalle, gli orti. I proprietari, i nobili signori Strada, erano amabilissimi: diventammo subito molto amici. Ci assegnarono un appartamento, che non era proprio una reggia, quantunque vi si arrivasse, dall’interno del castello, su per un grande, imponente scalone, e non vollero assolutamente che ne pagassimo l’affitto, scusandosi perché l’alloggio era alquanto scalcinato e, secondo loro, troppo modesto per noi. La proprietaria poi, la cara signora Esterina, scovava quasi ogni giorno qualche mobile da portarmi: un grande tavolo rotondo con le sedie, un divano abbastanza confortevole, una poltrona “per la mamma”. La moglie del medico condotto di Sannazzaro, che ci aveva presentato, aveva provveduto a completare del necessario la non lussuosa dimora, che a me, in quel frangente, pareva proprio principesca. Lo spessore delle mura ne custodiva il caldo d’inverno e il fresco d’estate, ed era veramente il sentirsi in una reggia l’atmosfera in cui fioriva la generosità semplice e buona.
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