Lo scrittore dei “matti” che raccontava la follia

tobino

di Nicola Vacca

Mario Tobino, tra i più grandi scrittori del secondo Novecento, merita una riscoperta. Nonostante gli sia stato dedicato nel 2007 un Meridiano,  lo scrittore – psichiatra di Viareggio è stato quasi dimenticato.

I suoi libri, per la maggior parte ambientati nel manicomio dove lo scrittore ha esercitato la professione, raccontano l’esperienza della follia. Tobino ha dedicato tutta  la sua vita  a questo,  cercando di comprendere  l’umanità  dei pazienti che lui amava curare con la particolare attenzione del rispetto e della dignità

I  libri migliori di Mario Tobino  germogliano in manicomio,  dove egli per vocazione ha vissuto l’ intera  vita insieme ai suoi “matti”, per dimostrare  che loro sono creature degne d’amore. Ispirato da una psichiatria umana scrive  e lavora per dimostrare che i malati di mente meritano un trattamento dignitoso, vanno trattati, e soprattutto bisogna prestare cura e attenzione  per la loro vita spirituale e per la loro libertà.

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Vivalascuola. Pronti, partenza, leggere!

L’Italia e la lettura. Il nostro Paese sconta un ritardo storico e risulta ancora adesso a rischio analfabetismo. In Italia si legge sempre poco e i governi non fanno abbastanza per promuovere la lettura. Siamo ai primi posti invece per dispersione e abbandoni scolastici. Vivalascuola presenta l’esperienza didattica “La pagina che non c’era“, che offre spunti per la pratica e la riflessione. Ne parlano Brunella Basso, Raffaella Bosso, Delfina Curati, Stefania De Magistris, Elisabetta Himmel, Paola Nasti, Diana Romagnoli, Maria Laura Vanorio. Paolo Trama invece propone alla discussione un nuovo approccio alla didattica della letteratura.
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È la scrittura, bellezza!

Recensione di Riccardo Ferrazzi

È la scrittura, bellezza!, edito da Clinamen, è un romanzo-saggio come non se ne scrivevano più dai tempi de L’Uomo senza qualità o di Morte nel pomeriggio. Un meta-romanzo il cui protagonista è la Scrittura che parla di se stessa attraverso l’interagire di tantissimi personaggi. Ci vuole una bella dose di coraggio, o forse di incoscienza, per concepire e portare avanti un progetto come questo.
Eppure Fabrizio Centofanti ci riesce, reclamando i diritti della creatività folle e insofferente di qualunque regola, contro le pretese di chi vorrebbe imporle limiti e leggi. Ci riesce soprattutto con l’ironia. E basti un esempio: la scena in cui Giulio Mozzi, novello Mosé, scende dalla cima di un monte con le tavole della legge (della letteratura) e si scontra con Baricco-Vitello d’oro è semplicemente formidabile, un capolavoro di mise en abîme.
È curioso (ma è anche un evidente segnale di maturità narrativa) che proprio Centofanti, poeta e sacerdote, arrivi a coltivare questo genere, a ritenerlo il modo migliore per esporre il suo punto di vista. La sua ironia, che non ha proprio niente di pretesco, svaria su tutta la gamma dal corrosivo al melanconico, e dà il tono alle disavventure dei personaggi fra i quali, ovviamente non ultimo, si annovera lui stesso, l’autore, presenza ineludibile in un romanzo che si occupa di creazione artistica. Un romanzo che potrebbe perfino essere tacciato di citazionismo, tante sono le allusioni che contiene (e come poteva essere diversamente?), financo nell’impostazione complessiva ispirata a Bulgakov. Continua a leggere

Scriversi la vita

L’aveva detto Jung che la funzione immaginativa è una sorgente originaria della psiche, e serve a impattare, a tamponare, a rilanciare sempre nuove scommesse alla sfida che l’esistenza si assume sull’incomprensibilità dell’angoscia. E, a pensarci bene, appare ovvio che ogni azione creativa sia terapeutica; e, d’altra parte, che anche ogni azione terapeutica debba contenere un quid di creatività. Siamo nati per inventare, siamo macchine da immagini.
I dati di fatto che creano angoscia sono la morte, il dolore, la separazione, l’impermanenza: e allora, fin dalle origini, l’essere umano immagina, inventa, tenta di darsene spiegazione, comincia a esprimere, e poi, sulla base di quanto emerge alla coscienza, a incastellare ritualità, a fondare tradizioni. A tale funzione è delegata una parte magnifica della mente, quella che agisce nei sogni e nelle libere associazioni.

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Per un libro di Veronica Tomassini e una poesia di Lisa Sammarco

I lampi di dolore attraversano un cielo ingioiellato .
Ci sono volti devastati.
E sogni sul letto del mare più profondo, li , dove non si respira più
E parole, parole terrene, gridate ,stupite di essere ancora vive ,come se ogni goccia di sangue ,di vino potesse colorare appena ,come in un baleno il buio.
Questo buio rischiarato dalla penna di una scrittrice che ha il dono delle più lontane costellazioni.
Quelle che ti attraggono per amore, per distruzione, per onnipotenza delle passioni. Perché in fondo conosciamo già il posto dove cadere quando il profumo di ciò che porterà la morte ,è superato dalle marce innestate di un amore che va più forte di ogni velocità che non dà giudizi, che non ha bisogno di martiri, di niente.

Perché Qui niente dubbi solo certezze . Come in quei libri che ti vengono a cercare e che ti porterai dietro per una vita intera e un’altra pure e un’altra ancora.
Perché è cosi L’Amore in questo dono letterario: Incanto e Disperazione.
Prodigioso ostinato urgente poetico
Come una poesia che amo

Perché è così, l’amore: Idea
una la scrissi
ancora prima di conoscerti
affiorò
in versi carsici,
mentre lavavo il pavimento
me l’appuntai
senza neanche togliere i guanti
venne di getto,
come acqua strizzata da uno straccio,
una parola dopo un’altra,
con quell’idea di amore
così vaga e inquieta
così come a volte guardando uno sconosciuto
affiora incontrollata
e astratta l’idea di un figlio

veronica tomassini sangue di cane laurana editore 2010
lisa sammarco perché è cosi autoprodotto (per fortuna) 2010

Va tutto bene

Alle tre di mattina non era ancora tornata. Prima di uscire mi aveva detto che la batteria del telefonino era quasi a zero. Ragione per cui a un certo punto della notte avrebbe smesso di funzionare.
Un attimo dopo averla sentita richiudersi la porta alle spalle e uscire mi era venuto da pensare – considerando che si trattava della sua prima notte fuori in una città che neppure conosceva – che avrebbe potuto preoccuparsi di ricaricare la batteria nel pomeriggio o durante la cena.
Però lei se n’era dimenticata. Aveva detto proprio così, ‘dimenticata’ aveva detto, senza notare il moto di rilassata indifferenza con cui avevo finto di accogliere le sue parole. Continua a leggere

Siete ancora lì?

L’utilitaria è di colore rosso e sta viaggiando su una strada pesantemente trafficata.
La città è immensa. Talmente vasta da essere fatta d’interi quartieri di cui nulla si sa, tranne che hanno un nome e che ci sono migliaia di persone a viverci dentro.
“Poi c’è la cena da Mauro e Sara” sta dicendo la donna al volante. “Domani sera.”
Nell’utilitaria ci sono tre persone. La donna che guida, l’uomo accanto a lei, e un bambino seduto dietro.
L’uomo ha l’orlo delle adidas in equilibrio tra la fine del cruscotto e l’inizio della portiera, il nodo della cravatta allentato, l’espressione rilassata. Guarda di fronte a sé e “domani sera è perfetto” dice, giocando col filo d’aria che dal finestrino gli risale nelle dita. “Portiamo il vino rosso che piace a Mauro.”
Sul parabrezza posteriore è attaccato un adesivo con su scritto “Valtellina 2009, la vacanza da sogno” e un altro in cui si legge “Volcom, materiali per lo sci”. L’auto procede spedita, un galleggiante agile in una colata di lamiere.
“Il ragazzino dove lo dobbiamo portare?” chiede a questo punto l’uomo. Continua a leggere

Voli ed altri voli nella valle*

***
VOLI

1.
Sorvolavo l’incendio sugli ulivi,
cercavo l’acqua, il mare
dove un poco – non troppo – annegare –
tu, a quell’ora, che facevi? morivi?

II.
Oggi, volo di nuovo, in sogno,
di quell’alta aria ho bisogno:
mi increspa la barba una festa
di sparvieri – la roccia che resta.

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METROMORFOSI 34 – MAGGIO 2010

Metromorfosi a maggio consiglia Jazz Al Centro

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METROMORFOSI 32

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METROMORFOSI 31

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Metodo Wu Ming: Scriviamo in quattro come una band

di Michele Smargiassi

Tutto comincia sempre (e tutto sempre obbligatoriamente finisce) attorno a concretissimo, paleo-tecnologico tavolo ovale, un modesto Ikea comprato nel ‘ 99 coi soldi di Q, il primo folgorante romanzo della band letteraria che allora si chiamava ancora Luther Blissett. È l’ unica proprietà comune del collettivo di scrittura Wu Ming, ma è anche il suo oggetto sciamanico e rituale, come la tavola rotonda dei paladini. Ora si trova a casa di Wu Ming 1, ha cambiato indirizzo diverse volte, comunque è ancora in servizio creativo permanente effettivo. Lì attorno è stato concepito e poi partorito anche Altai, quinta recentissima opera dei quattro co-autori “senza nome”, e tutto è iniziato come le altre volte: un Wu Ming solfeggia un’ idea, un altro la riprende, uno la rilancia, il quarto l’ aggiusta… Facilea dirsi, menoa farsi, ancor meno a spiegarsi. Comodamente stesi sui divani lisi di una libreria alternativa bolognese, la richiesta di raccontare il laboratorio Wu Ming è accolta dai quattro cavalieri della tavola ovale con educato scetticismo. «Non c’ è un metodo». Continua a leggere

Addio Igor Man, testimone del Novecento

Igor Man è morto. E’ un dolore
sia professsionale che umano.
Era un grande giornalista, un uomo che ha incontrato i potenti della terra, un testimone del Novecento che ha scritto tante pagine indimenticabili.
E soprattutto, per quello che mi riguarda, era una persona per bene,
un gentiluomo.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di ascoltarlo. Gli devo parecchio, dal punto di vista professionale: mi ha aiutato, praticamente senza conoscermi, quando gli ho mandato il mio primo libro, e anche dopo.
L’ha fatto semplicemente per stima, immagino, perché lui stava a Roma, era una grande firma, e io un semplice redattore che curava la rubrica di Oreste del Buono (altro intellettuale che ci manca tantissimo) nella redazione culturale de La Stampa. Continua a leggere

L’ispirazione ormai fa paura: così la letteratura diventa finta

Parazzoli: conta il marchio, non il valore dell’opera

di Paolo Di Stefano

Inventare un mondo, inventare l’altro mon­do, che è quello della letteratura. In realtà, il titolo del nuovo libro di Ferruccio Paraz­zoli è Inventare il mondo (Garzanti, pp. 135, e 14). Un saggio a suo modo — con il sottoti­tolo «Teoria e pratica del racconto» — che non parla solo di tecniche narrative ma che è un per­corso dentro le passioni di lettura di uno scritto­re più che di uno studioso. Quindi, saggio a suo modo, testimonianza, racconto, a sua volta, di tanti incontri immaginari con i grandi autori: Dostoevskij, Flaubert, Tolstoj, Proust, Kafka, Céline, Beckett, Joyce, Hemingway, Ingeborg Ba­chmann, Kawabata e tanti altri. Non tutti ovvi, come sarebbe in un qualunque manuale di scrit­tura: qui ci sono anche Fruttero & Lucentini, Pontiggia, Moresco, Pincio, Saviano e persino Moccia e Melissa P. Senza puzze sotto il naso da accademici. «Perché — dice Parazzoli, seduto sul divano della sua casa milanese, che guarda dall’alto piazzale Loreto — la ripercussione, dai narratori che hanno fatto scuola, arriva fino a og­gi ».
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METROMORFOSI 29

"Il rosso"

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Saviano e la «potenza vitale della scrittura», di Andrea Sartori

I. Un nuovo libro? In questi mesi è stato più volte rimarcato come il secondo libro di Roberto Saviano – La bellezza e l’inferno, Milano, Mondadori, 2009 – non sia un vero e proprio libro inedito, caratterizzato da una sua organicità testuale, da un’identità compatta e riconoscibile, ma una raccolta di interventi già apparsi altrove, quasi si volesse classificare come disdicevole l’operazione editoriale in sé, alla base della pubblicazione. Se tuttavia prendessimo sul serio il pensiero espresso da Saviano nell’introduzione – «Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra diventasse un testo pericoloso per certi poteri che hanno bisogno di silenzio e ombra» – ci troveremmo condotti a riflettere su una responsabilità: quella consistente nel ricambiare il gesto di scrittura dell’autore con un’attività di lettura, di appropriazione, che non renda affatto La bellezza e l’inferno un prodotto neutrale ed inoffensivo, ovvero schiacciato, quanto al suo significato, su delle onnipresenti logiche di consumo. Saviano scrive, e con ottimi risultati, rendendosi refrattario all’incasellamento in un genere, ma egli sembra anche dirci che c’è modo e modo di leggere. L’autore, infatti, mette in conto di porci nel «pericolo di leggere», ovvero in un pericolo analogo a quello in cui egli incorre scrivendo. Qual è dunque una logica probabile, o un senso possibile, di un testo come questo, che mette a disposizione quanto è già passato nei media? Continua a leggere

METROMORFOSI 27

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Shelter from the storm

da qui

Da tempo immemorabile vorrei scrivere un romanzo: idee a ripetizione, coltivate giorno dopo giorno, cresciute con le vicende della vita. I cassetti, fino a poco fa, traboccavano di inizi, come nel memorabile libro di Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Con il trasloco di stanza li ho gettati tutti, gli incipit si sono tramutati in finis. Se avessi cinque ore al giorno, il romanzo prenderebbe forma, si snoderebbe come un fiume d’oriente, il Tigri o l’Eufrate, con anse ampie che procedono lente verso l’esito finale. Ma cinque ore non le ho. I fiumi diventano affluenti, gli affluenti torrenti, i torrenti rigagnoli. Quello che resta, al termine del processo inesorabile di contrazione, è un oasi appena percettibile allo sguardo, una pozza d’acqua nel deserto o forse, meglio, un improbabile rifugio nella tempesta della vita.

Jack London: il “Martin Eden” a cura di Davide Sapienza

Articolo tratto da www.davidesapienza.net

Jack London: Martin Eden (a cura di Davide Sapienza) (ed. Mondadori) (Collana: Classici moderni – Pagg.  450 – prezzo € 9,40)

E’ uscito martedì 26 maggio. Un lavoro durato circa due anni di cura, annotazioni, ricerca. Il grande classico di Jack London esce negli Oscar Mondadori che in un’edizione la cui cura è stata affidata a Davide Sapienza. Continua a leggere

METROMORFOSI 23

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www.metromorfosi.com

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