tre passi

paesaggio 1

(amori)

Quest’anno mese
Settimana o giorno del Signore
Riprendo i cammini dal paese
Ai più remoti o prossimi territori
Atavici, al cuore.

***

(passi)

L’alba in quel folto
Per ritrovare il senso dei sentieri
Pellegrinaggi o furti di raccolto
O le ginocchia, i sassi, i massi
Ove si spacca l’anima di ieri.

***

(ritorni)

Alla luce delle verande
Non nascondiamo da ieri il rosso
Dei gelsi sulle maglie bianche, 
Al sole le scure le nude processioni,
Dietro il timore delle serpi al fosso.

Nel soffio della città

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Ricomincio a proporre/postare, con una prosa già apparsa altrove in rete (lostretto.wordpress.com), alcune mie sequenze narrative.

Nel soffio della città

La città mi ha insegnato infinite paure /  una folla una strada mi han fatto tremare / un pensiero talvolta – spiato su un viso”.  Citare Pavese, come facevo un tempo,  credo fosse assolutamente improprio,  circa la mia esperienza della città, di una città in particolare. Eppure ci fu un tempo in cui credevo che quei versi rispecchiassero gli anni del mio arrivo.

L’avevo immaginata, dall’alto del Bastione del santo anacoreta (la piazza principale del paese dell’infanzia), come lo specchio luminoso dello Stretto, una Cariddi pacificata e quieta, illuminata da una vivacità gaudente e gentile. In effetti la città, la sua gente, tutto appariva confermare quella mia aspettativa;  eppure, i versi di Pavese imponevano un lato d’ombra alla luce in cui vivevamo,  o ne sorgevano irrimediabilmente; o, ancora, più verosimilmente, con quel “la città mi ha insegnato” ponevano al centro del mio sguardo la città e quanto essa avesse da dirmi. La città aveva tanto da dire a ciascuno di noi,  e la sua essenza vera era nel ciuscio che vi circolava, non in una comune brezza, ma in un continuo soffio, da organismo dotato di respiro vitale, dai due mari, dalle due terre, dalle colline e dalle erte, dai valloni e dai dirupi, dalle armacìe e dai sentieri, un soffio che la pervadeva tra le vie squadrate e larghe, figlie del lontano sisma, e che la  animava rinfrescando o sferzando i volti secondo la stagione.

L’avevo intravista, la città, superato il capo di Alì, Continua a leggere

Spighe #1 e #2 di Franz Krauspenhaar

#1

la finlandia è un deserto. la vita un duracell fino a un certo punto.la grecia è un insieme di filosofia dei colonnelli, che magari vogliamo. la destra italiana è la sinistra del diavolo. la sinistra è la destra di un monco, professione reporter. sono bellissimo, sono un sex symbol in uganda, negli zoo di berlino, tutti, tra gli scimpanzè. le donne antipatiche e gli uomini odiosi. le balie senza ovaie. il passato di verdura, scordiamocelo, siamo di napoli, milionaria. il calcio è uno sport per scommettitori, è l’ippica degli umani, i cavalli a due zampe. sorrentino è antipatico, garrone è simpatico, pupi avati è triste e gianluigi rondi sta per superare l’età di tutankamen, ovviamente da morto e imbalsamato. sta per uscire il mio ennesimo libro, sul calcio. ditelo con i fiori. ditelo con le mani. ditelo con la mail. se magari vi avanzano due minuti ditelo a parole. ogni volta che un uomo tira una sberla a una donna vorrebbe darla contemporaneamente a se stesso, ma come fare? storace è il leader della destra estrema. starace era il fesso del regime mussoliniano. cambia una vocale ma la personalità è la stessa. chiamparino appoggia marchionne. torino capitale del gianduia, come sempre. milano è da bere. solo nei bar. gli happy hours sono una cerimonia funebre a 6 o 7 euro, più economici della impresa funebre san siro. quando lessi Le foglie di san siro di alberto vigevani avevo 35 anni e non avevo ancora scritto una cosa seria. anche adesso, ma solo perchè nulla è serio. Continua a leggere

Rassegna Inidipendenti- Giulio passami il libro

giulio passami il libro

GIULIO PASSAMI L’OLIO e’ un locale storico di Roma . Per l’occasione  diventa Passami il libro, una  rassegna  che  sara’ ripetuta anche il prossimo anno. Dal 19 aprile e ogni lunedi dalle 21  per due mesi ,autori poeti scrittori presenteranno  i loro inediti tra le mura di questo locale. I testi saranno poi pubblicati in una edizione speciale.

A curare la pubblicazione e l’impaginazione ci sarà lo studio Oblique per le edizioni Infinite Soluzioni. Ogni serata e’ dedicata a 2 autori, con brevi letture dei testi, fatta da attori e attrici .

Partecipano : Teresa De Sio, Roberto Donatelli, Carmine Vitale, Andrea Inglese, Francesco Forlani, Sonia Topazio, Alexandra Petrova, Stefano Malatesta, Loredana Raciti, Marco Fabio Apolloni, Paolo Piccirillo, Michele Sovente, Luigia Sorrentino, Stefano Gallerani, Gualtiero Rosella
Leggono: Simone Caparrini, Lia Zinno, Nicola Pistoia, Daniela Scarlatti, Sonia Topazio, Marina Giulia Cavalli

Lunedi 19 aprile ore 21  : Stefano Malatesta e Loredana Raciti

Giulio passami l’olio

via di MonteGiordano ,28

Roma

Cittadini intellettuali

georges bernanos

di Franz Krauspenhaar

La somma importanza. Nel nome di Dio. Come Dio (dio) comanda. Basta con le donne frick. Finiamola coi soliti soloni da bar wock. Menevole. Nu! Menelegatti frega. Ec. Sic Transir John Ford Anima Mundi Tabasco Tamaro.]

Questo discorso mi venne fatto ieri da un intellettuale romano. Un intellettuale romano di solito si mangia le parole, guarda perennemente in basso, ha gli occhiali, insomma sembra (o è) uno sfigato. Il milanese invece è uno che guarda altrove, verso dimensioni altre, ansioso e ansiogeno, mortifero e foucaultiano. Di solito i suoi saggi o romanzi o articoli parlano del fureggiare del Krunsbumsenjait, una pratica masturbatoria sadomaso islandese.
Il napoletano è sempre impegnato, curiosamente. Nella lotta contro la camorra, contro il carovita, contro la monnezza; è decisamente “noir”, molto più del milanese, per dire. Il romano beato lui ama essere internazionale. Il milanese è molto più europeo. Il napoletano è angioino. Il fiorentino ha le ossa ghiacciate; la città più terribile d’Italia lo ha devastato. Bello ed Arno si fronteggiano. Il caldo e il freddo sparano bulloni di antidepressivi inutili. Come in Ungheria, a Firenze l’unica via d’uscita è un dignitoso suicidio, lanciandosi dalle Giubbe Rosse verso il noto. L’intellettuale palermitano è magnagrecico. Tutto è bello e siculo, non necessariamente in quest’ordine. Anche Ciprì e Maresco rappresentavano il bello, per l’intellettuale palermitano: sempre abbronzato, brillante, ricchissimo anche quando è praticamente in mutande. L’intellettuale bolognese, per finire, sogna e frinisce lo gnocco fritto. Frinisce sì, e poi lo finisce. E’ molto sapido, godereccio, flirtone, culatello e balanzone. La vita per lui è sempre bella, anche quando finisce ed è troppo tardi per continuare a godersela.

A mio modesto avviso – Appunti di poetica, IL VERRI, 2009

il verri

di Lello Voce

Cchiu’ luntana mi staje
Cchiu’ vicino te sento

(Libero Bovio, Passione)

La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal Quindicesimo secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe, o la sinalefe, la dieresi e la sineresi, (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue. Continua a leggere

Le scritture che non leggemmo. Seconda Parte

In realtà ho raccolto materiali vari, a volte straordinari.
Scritture dense ed evocative.

Sono racconti, poesie, a volte testimonianze legate fra loro da un filo conduttore: le persone che li hanno creati non hanno mai fatto gli scrittori di professione.

Romolo Trebbi del Trevigiano, le sue rime cariche di avventura simili a tagli cinematografici, architetto, urbanista, docente universitario, che da molti anni vive in Cile.


L’ULTIMA CANZONE DEL DESERTO

E soli camminavamo
immergendoci
nei silenzi di sabbie.

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