Il vuoto


Vuoto dei vuoti, tutto è vuoto: bisognerebbe tradurre così l’inizio del Qoelet, un libro biblico che è una sonda spietata nella condizione umana. Il vuoto è causato dalla separazione: devo, prima o poi, distaccarmi dai beni, dagli affetti, dal mio stesso corpo, nel momento della morte.
Si pone qui la grande missione dell’amore: colmare l’assenza, riparare le falle, mettere una toppa allo squarcio che si apre nell’esistenza di ogni essere vivente. Il nemico è il diabolos, il separatore per antonomasia. Dio compie, invece, un’azione simbolica nel senso etimologico della parola, che è “unire”. Così anche Maria, la symballousa, metteva insieme le cose, collegandole nel suo cuore. Amare è l’unità che vince sulla separazione, il pieno che esorcizza il vuoto dei vuoti, come lo chiama il Qoelet.

“Nel nome del padre”, di Gianni Biondillo

di Alberto Pezzini

Come una biglia d’acciaio che va giù. Però con il miracolo che le impedisce di scendere attraverso l’esofago.

Gianni Biondillo, Nel nome del padre, Guanda 2009, pagg. 193, euro 14,50, è un romanzo perfetto in quanto ti fa male e bene in maniera compiuta, senza uno sbaglio.

Biondillo ci regala questa discesa dentro una vita comune, prima che la riforma investisse il codice civile e facesse dell’affidamento congiunto dei figli quella regola aurea che ha soppiantato l’affidamento ad un unico genitore.

Luca, assicuratore con il pallino della musica, a cui ha legato una perduta e bellissima giovinezza – uccisa in mano a tante e poi tante ragazze che i ricordi non ci sono manco più -, e Sonia, bella ragazza, un fiore tropicale e lussureggiante. Si conoscono, si amano, si fondono e nasce Alice, un miracolo di bambina. Continua a leggere