Azione poetica in Sicilia, poesie affisse ai relitti

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In Sicilia le poesie diventano preghiere affisse ai relitti grazie all’iniziativa di Sicilia.Punto.Poesia, un’ azione poetica promossa dai poeti Sebastiano Adernò, Santina Lazzara e altri già impegnati sull’isola nella lotta per i diritti dei migranti. L’appello ad inviare poesie è rivolto a tutti gli autori “vicini e lontani”. Un impegno civile che mancava nel panorama letterario e un annuncio che estendiamo a tutti:

#arrestatelerondini / preghiera per il mare:  19 giugno 2015. Nel cimitero dei Relitti di Portopalo / tra le imbarcazioni dei Migranti

***si può partecipare in diversi modi: poeti vicini e lontani, mandate una poesia stampata all’indirizzo SANTINA LAZZARA VIA DE “LE PAESANE” 3, 95044- MINEO (CT) – le apporremo sui relitti davanti i quali andremo a leggere “come i fiori di Loto nello stagno” la poesia darà la sua carezza di luce su tanto oscuro dolore.

FB https://www.facebook.com/events/405595702957454/

Nel soffio della città

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Ricomincio a proporre/postare, con una prosa già apparsa altrove in rete (lostretto.wordpress.com), alcune mie sequenze narrative.

Nel soffio della città

La città mi ha insegnato infinite paure /  una folla una strada mi han fatto tremare / un pensiero talvolta – spiato su un viso”.  Citare Pavese, come facevo un tempo,  credo fosse assolutamente improprio,  circa la mia esperienza della città, di una città in particolare. Eppure ci fu un tempo in cui credevo che quei versi rispecchiassero gli anni del mio arrivo.

L’avevo immaginata, dall’alto del Bastione del santo anacoreta (la piazza principale del paese dell’infanzia), come lo specchio luminoso dello Stretto, una Cariddi pacificata e quieta, illuminata da una vivacità gaudente e gentile. In effetti la città, la sua gente, tutto appariva confermare quella mia aspettativa;  eppure, i versi di Pavese imponevano un lato d’ombra alla luce in cui vivevamo,  o ne sorgevano irrimediabilmente; o, ancora, più verosimilmente, con quel “la città mi ha insegnato” ponevano al centro del mio sguardo la città e quanto essa avesse da dirmi. La città aveva tanto da dire a ciascuno di noi,  e la sua essenza vera era nel ciuscio che vi circolava, non in una comune brezza, ma in un continuo soffio, da organismo dotato di respiro vitale, dai due mari, dalle due terre, dalle colline e dalle erte, dai valloni e dai dirupi, dalle armacìe e dai sentieri, un soffio che la pervadeva tra le vie squadrate e larghe, figlie del lontano sisma, e che la  animava rinfrescando o sferzando i volti secondo la stagione.

L’avevo intravista, la città, superato il capo di Alì, Continua a leggere

Incontro con Paolo Di Stefano: la Sicilia e la catastròfa di Marcinelle

Paolo Di Stefano è nato ad Avola, in Sicilia… ma vive a Milano da diversi anni.
La sua è una delle firme più note delle pagine culturali del «Corriere della Sera». Ha lavorato per Einaudi e per «la Repubblica». Ha pubblicato libri di inchieste e numerosi romanzi di successo tra cui: Baci da non ripetere (1994), Tutti contenti (2003), Aiutami tu (2005, premio SuperMondello). Con il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008) ha vinto il premio Selezione Campiello. Nel 2010, sempre per Rizzoli, è uscito Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori.
Ho avuto il piacere di incontrarlo in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, La catastròfa (Sellerio). Abbiamo discusso di Sicilia e Marcinelle.

Paolo, sei nato ad Avola ma vivi a Milano. Avere la possibilità di osservare la Sicilia “a distanza” può aiutare a comprenderla meglio?
Sono nato ad Avola e ho vissuto altrove dall’età di tre anni, ma ho sempre frequentato la Sicilia: mio padre, da buon professore di liceo, aveva due mesi di vacanze estive e tutta l’estate, per diciotto anni, io e i miei fratelli l’abbiamo trascorsa ad Avola, tra nonni, zii, cugini. Inoltre, una parte della Sicilia viveva intatta tra le quattro mura di casa mia, in Svizzera. I miei hanno sempre parlato in dialetto, mia madre ha sempre cucinato come le ha insegnato mia nonna: in casa era Sicilia, fuori la Svizzera. In più, i parenti di mia madre, siciliani pure loro, vivevano a Milano come fossero in Sicilia. Era un microcosmo iper-siciliano, dove tutto non solo si conservava ma veniva enfatizzato dalla distanza. Direi perciò che la Sicilia non l’ho mai abbandonata. Era lì, sempre presente e minacciosa, nel senso che mio padre, che non si è mai rassegnato a vivere all’estero, ogni due-tre giorni diceva: l’anno prossimo torniamo al paese… I miei nonni paterni gli hanno sempre rimproverato di essere partito e lui viveva con il profondo senso di colpa di averli abbandonati. Eravamo sempre pronti a tornare: un pendolarismo psicologico sfibrante. E quotidiano: in casa era tutta Sicilia, fuori era un altro mondo, nemico per mio padre, amico e inoffensivo per noi. Dentro (in famiglia) era un microcosmo arcaico, fuori la modernità. Poi, quando si ritornava d’estate, mio padre non sopportava niente e non vedeva l’ora di rientrare in Svizzera. Più che osservarla dall’esterno, la Sicilia l’ho vissuta e un po’ anche patita dall’interno, pur essendo geograficamente dislocato. Con l’età è cambiato tutto. Dopo anni di distanza: finalmente, con i primi risparmi giovanili, si poteva andare a far vacanza altrove (contro i miei, ovviamente, che non volevano che dimenticassimo la Sicilia).
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