Sto provando a pensare

Squilla il telefono ed è mio padre. “Mauro” dice, “ho ucciso mamma”.
Io ho appena finito di legare i pomodori alle canne che stamani sono andato a prendere dai lungo-fossi fuori città. Ho ancora in testa l’istante in cui mi dannavo l’anima a spezzarle, le canne, tra gli arbusti ai lati della superstrada, maledicendomi per non avere con me un pennato o un coltello, quando avevo sentito una voce alle mi spalle dire “ma cosa sta facendo?”
Era un tizio con la barba rasata, i ray-ban scuri, l’uniforme fresca di lavanderia.
E io che mi sentivo bagnato fin dentro le mutande, avevo le maniche della camicia arrotolate sopra la giacca e i calzoni appiccicati alle cosce. Non ero neppure passato da casa a cambiarmi d’abito dopo l’udienza in tribunale.
“Prendo Continua a leggere

Croce del Sud

Parcheggiarono in piena mattinata sullo sterrato che correva alle spalle della baia. La spiaggia cominciava poco più sotto, dove gli arbusti andavano diradandosi fino a sparire e la costa si apriva come una bocca spaventata sull’orizzonte.
Le portiere si aprirono e uscirono prima due ragazzi da quelle anteriori, poi la ragazza, un attimo dopo, da quella posteriore. Indossavano tutti e tre magliette estive e calzoncini da mare. Avevano la pelle abbronzata, gli sguardi nascosti dietro grossi occhiali da sole. Nessuno di loro parlava. Scesero dall’auto e camminarono fin sull’orlo dello sterrato, e una volta raggiunti gli ultimi arbusti si fermarono a fissare l’oceano.
“Cosa vi avevo detto?” chiese allora uno dei due ragazzi.
L’altro fece un cenno d’assenso. Pareva stesse cercando qualcosa di cui non conosceva l’ubicazione. Continuava a scivolare con lo sguardo da sinistra verso destra e poi viceversa, da destra a sinistra, come in attesa di un’apparizione. Lo aveva fatto dal giorno in cui erano partiti. Era passato da uno scenario a un altro, da un sentimento all’opposto, da un pensiero al successivo, da una possibilità a un dato di fatto senza riuscire a trovare in nulla un appiglio sicuro. Qualcosa di cui poter dire di questo almeno ne sono certo. Continua a leggere

Catapulte

Quando li avevo visti entrare ero seduto già da diversi minuti. Succede sempre così in un ristorante, che si è soli, e si finisce per badare più al mondo che a ciò che abbiamo nel piatto. Per questo mi ero messo spalle alla sala, in un angolo, di fronte alla vetrata che dava sul parcheggio: per non incontrare altro che i fantasmi delle macchine allineate e il riflesso della mia faccia sulla finestra. Cose morte, per lo più.
Se non fosse che era giorno e che li avevo visti entrare. Continua a leggere

Qualsiasi cosa vogliate credere che sia

L’oggetto lo trovarono a bordo strada. Era in ottime condizioni. Come se fosse appena uscito da un negozio e qualcuno lo avesse dimenticato lì per errore.
“Unica spiegazione possibile” aveva detto Luca. “Non c’è nessun’altra ragione, per qualcosa del genere, di trovarsi qui.”
Stavano tornando a casa nel silenzio quieto delle villette a schiera quando l’avevano notato. Era sul marciapiede. Il marciapiede era sgombro e in giro pareva non esserci nessuno. “Un appoggia-cose” aveva detto Sara. “Una scultura in plastica” aveva detto Luca.
“Scultura?” aveva detto Sara, “e di cosa?” Si tenevano a braccetto. Sara aveva stretto Luca al fianco e si era messa a ridere. “A me non pare assomigli a niente.” Continua a leggere

Tutto molto esageratamente tragico

La telefonata arriva e Manuela risponde dando il suo nome e numero d’operatrice. Dice “come posso aiutarla?”
“Aiutarmi sì” dice la voce dall’altro capo della linea. “È per via della mia connessione internet.”
Manuela ascolta questo genere di chiamate tutti i giorni. Ha di fronte a sé uno schedario di problematiche e risposte. Le prime volte lo consultava in continuazione, se lo era addirittura portato a casa per leggerlo e studiarlo, per essere in grado di trovare tutto quello di cui aveva bisogno nel momento in cui ne aveva bisogno. Continua a leggere

Vedi, è così

Spense la televisione e ripose la cassetta sul tavolino. Era ancora presto, aveva ancora tempo per rimettere i pensieri a posto prima che la porta di casa fosse nuovamente aperta.
Passò davanti al lettore dvd e al computer, e si sentì bene, per la prima volta in quella giornata, al pensiero di non aver buttato via il videoregistratore in tutti quegli anni. Pensiero sciocco, meditò, rallegrarsi di qualcosa del genere. Ma non permise al ragionamento di farsi strada in lui. Continua a leggere

Domani

Aprì gli occhi sul fondo della notte con l’affanno – stava ancora sudando – ma senza ricordarsi di aver avuto alcun sogno.
Voltò lo sguardo verso l’altra metà del letto e la vide che dormiva. Gli occhi chiusi, l’espressione distesa, la testa ad affondare nel cuscino. Non l’ho svegliata pensò.
Sentiva, dalle persiane della finestra socchiusa, una corrente di brezza e odore di felci sollevare la tenda e distendersi tra l’armadio a muro e il letto, qualcosa a cui non era abituato e che non si aspettava. Annusò nuovamente l’aria imbevuta di quell’odore scivolando con tatto fuori dalle lenzuola. Continua a leggere

Giovedì sera da Giuseppino sotto il temporale

Erano seduti a un tavolino rettangolare da quattro – due su di un lato e il terzo sull’altro – indossavano pantaloni di cotone scuro e camicie a maniche corte bianche. Tenevano le giacche ammassate sulla spalliera delle panche, una sull’altra. “Dobbiamo liberarcene” stava dicendo il meno grasso. Erano tutti e tre obesi.
Avevano dita obese, colli obesi, polsi obesi, e sui polsi obesi portavano orologi in metallo dorato – o forse d’oro vero e proprio – che di tanto in tanto si rigiravano tra le dita.
“Non ce n’era bisogno se uno non faceva la cazzata”.
Il più grosso dei tre, che se ne stava affondato sulla panca dirimpetto agli altri due, lanciò un’occhiata di rimprovero al tipo che aveva appena parlato.
“Adesso la finisci” continuò il meno grasso.
“Neanche ho cominciato”.
“Chiudete quelle fogne voi due. Ne ho le palle piene di questa storia”.
Parlavano a voce bassa. Col mento incassato nel collo e la fronte piegata sul tavolo, e lo sguardo che girava attorno con indifferenza.
“Abbiamo ancora tempo. Non si sono ancora accorti di nulla, non della ragazza perlomeno…”
“Sembra facile” intervenne il tizio seduto di fianco a quello che aveva parlato per primo, “qui basta che uno fa la cazzata, e ce l’abbiamo nel culo tutti”.
“Appunto. Facciamo le cose insieme e non ci saranno problemi”.
Il ristorante era affollato. I tre sedevano a un tavolo d’angolo lontano dal resto della sala. Il tavolo era davanti al vetro che dava sulla strada. Fuori era buio. Pioveva. Sul marciapiede passavano coppie intirizzite sotto ombrelli piegati dal vento. L’acqua cadeva dal bordo della tenda del ristorante in diagonale. La scritta sopra la tenda diceva “Trattoria da Giuseppino”.
“Allora ripercorriamo l’intera faccenda” disse l’obeso più grasso. “Nessuno l’ha vista, giusto?”
“Non credo”.
“Non credo o sei sicuro?”
“Sono sicuro, ma non si sa mai”.
“Capisci?” Intervenne l’altro. “Come si fa a stare tranquilli?”
Arrivarono gli spaghetti allo scoglio. Il cameriere li posò a centro tavola e se ne andò, e andandosene disse buon appetito. Loro studiarono il vassoio per un istante che parve non finire mai, poi cominciarono a servirsi.
Fecero porzioni abbondanti. Ripulirono il vassoio e riempirono i piatti all’inverosimile. E concedendosi una pausa dalla loro discussione si misero a mangiare.

La ragazza non avrebbe dovuto trovarsi dove si trovava, questo era il punto.
Se non si fosse trovata dove si era trovata non avrebbe visto quello che aveva visto. Se non avesse visto quello che aveva visto, non sarebbe successo quello che era successo.
L’obeso più grasso aveva ripetuto questo ritornello fino alla nausea. La colpa non era loro. La colpa era della puttana.
“Non chiamarla puttana” gli aveva risposto più di dodici ore prima l’obeso meno grasso, mentre ancora si districava lungo il corridoio sul retro della discoteca, “non è una puttana ok?”
“E tu cosa ne sai?”
Il tipo si era fermato. Era sudato, teneva tra le mani una caviglia della donna. “Ho detto che non è una puttana”.
“Era. Adesso non c’è più” aveva mormorato il terzo tizio, spostandosi lateralmente con l’altra caviglia stretta nelle dita.
“Non era una puttana, bene, siamo tutti d’accordo allora. Qualcuno almeno sa il suo nome?”
“E’ arrivata ieri con le nuove, come si fa a sapere il suo nome? E comunque puttana o meno adesso è morta”.
“Quello che è successo è successo” aveva ripreso il più obeso dei tre, muovendosi a fatica e ansimando, “e la colpa non è nostra. Noi dobbiamo solo toglierci dalle palle e farlo in fretta”. Si muoveva all’indietro, nella penombra, tenendola stretta sotto le ascelle. “Cristo di un dio, non ce la fate a sollevare le gambe più in alto? Sta strusciando col culo dappertutto”.
“Siamo degli assassini” aveva ripreso il meno grasso.
“Non siamo degli assassini, toglitelo dalla testa. Non ci pensare nemmeno. Concentrati su quello che stai facendo maledizione. E’ stato un incidente”.
Eccoli, tre buttafuori obesi a trascinare il cadavere di una ragazza lungo il corridoio di una discoteca.

Il piano era alleggerire le casse del capo. Ed era un piano facile.
Il capo era il proprietario della discoteca in cui lavoravano e di un’infinità d’altre cose di cui solo lui era a conoscenza. Molte delle sue ‘entrate’ erano costituite da contanti che dovevano essere spesi in fretta. Altre da contanti che si accumulavano nella cassaforte dell’ufficio e che poi sparivano a settimane di distanza. Altre ancora da contanti di cui nessuno sapeva niente. Il capo non c’era mai. Aveva una nuova fidanzata. Stava girando il mediterraneo sul suo nuovo yacht.
Questa valanga di soldi arrivava in discoteca ogni giovedì mattina dentro una borsa di pelle scura. Succedeva che qualcuno proveniente da chissà dove lasciava la borsa sotto la scrivania dell’ufficio. Soldi da far sparire. Soldi da distribuire, da suddividere, da frazionare. Soldi da utilizzare per stipendi e spese varie. Soldi che negli ultimi tempi erano divenuti sempre più spesso materia di litigio tra i gestori della discoteca.

I due gestori non andavano d’accordo, e qui stava il cuore del piano. Il capo programmava già da tempo di liberarsene. Lo sapevano gli animatori, lo sapevano i camerieri, i buttafuori, i fornitori. Lo sapevano le bariste, i lavapiatti, le ballerine, i giardinieri e le donne delle delle pulizie. Questione di poche settimane e sarebbero stati cacciati a pedate tutti e due.
Ma intanto i soldi continuavano ad arrivare.
Sottrarre la borsa, tutto qua. Poi i buttafuori si sarebbero parati le spalle a vicenda, i gestori si sarebbero scannati l’un l’altro, il capo avrebbe perso le staffe. Qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. “Facile come una pisciata da seduti” aveva detto il più obeso dei tre.

La borsa veniva lasciata sotto la scrivania dell’ufficio alle sei in punto, e nessuno si recava nella discoteca fino all’ora di pranzo. I buttafuori sapevano – loro come altri – dov’era nascosta la chiave dell’entrata, e conoscevano il codice dell’allarme. Ma sapevano anche che chiunque con un minimo d’iniziativa avrebbe potuto procurarsi le medesime informazioni.
Il primo problema l’avevano incontrato al momento di trovare la chiave: il nascondiglio era diverso da quello che si ricordavano.
Poi avevano sbagliato a digitare il codice dell’allarme.
Infine erano entrati in due, mentre il terzo – il meno grasso – era rimasto in macchina a controllare la strada.
Ma si era distratto.
Il tempo di piegarsi a cercare l’accendino finito sotto il sedile e non si era accorto della ragazza comparsa sul lato opposto del marciapiede.
La ragazza era nuova. Era sola. Era straniera. Non era stata avvertita di non doversi recare in discoteca prima dell’ora di pranzo.
Quando il tizio si era nuovamente sollevato, aveva fatto appena in tempo a vederla mentre entrava dalla porta sul retro. Era uscito dalla macchina e aveva attraversato la strada, e guardandosi attorno era entrato a sua volta in discoteca, proprio nell’istante in cui gli altri due se la ritrovavano davanti e le saltavano addosso.
Si era a sua volta gettato sul gruppo. C’era stata una collutazione. Erano volate grida. Qualcuno aveva usato troppo le mani.
La ragazza era rimasta a terra.

Finiti gli spaghetti arrivarono tre porzioni di gamberetti e calamari al forno. Sgabei ripieni, patate fritte, verdure grigliate e due bottiglie di acqua minerale.
I due seduti l’uno di fianco all’altro mangiavano tenendosi il tovagliolo stretto intorno al collo e sollevandolo di tanto in tanto per ripulirsi le labbra. Continuavano a parlare a fronte bassa e sottovoce.
“Magari stava già male e non lo sapeva”.
“Stava bene. Con un corpo del genere vuol dire che stai bene”.
“Dovevamo rubare dei soldi, non uccidere una persona”.
Il più obeso ascoltava.
Poi smise di mangiare, si passò il tovagliolo sulla bocca e controllò l’orologio. “Adesso vi spiego come stanno le cose” disse, “a tutti e due”.
Si servì un bicchiere d’acqua e mormorò “ogni giorno nel mondo la gente nasce e la gente muore, non sta a noi giudicarne le ragioni, è così e basta. Chissà quanti colli avete già spezzato e neanche lo sapete. Il punto è che non volevamo fare del male alla ragazza, questa è l’unica grande verità. Però è successo. Le cose accadono. Sono accadute a lei, accadono a noi. Accadono allo stronzo che ci ha servito o alla coppia che sta cenando là in fondo. Tutto dipende da dove ci troviamo nel momento in cui queste cose accadono. La ragazza non doveva trovarsi là. Si è fatta male. È morta. Fine della storia. Quello che dobbiamo fare noi adesso è seppellirla da qualche parte e sperare che nessuno la trova. E questo è quanto”.
I due dirimpetto a lui non dissero niente.
Con un gesto della mano l’obeso che aveva appena finito di parlare ordinò il conto e tre caffé. “In fondo questo casino potrebbe anche farci comodo” riprese poi, “pensateci: la ragazza era nuova. Adesso è scomparsa e insieme a lei è sparita anche una borsa piena di soldi. Uno più uno fa due se non sbaglio. Il resto non sono fatti nostri. Noi” disse, “ci atteniamo ai piani. Semmai resterà da capire come ha fatto a sapere della borsa e a entrare in discoteca. Ma anche questo non ci riguarda. Che se la vedano i due cretini e il capo”.
Pochi minuti dopo si alzarono e andarono a pagare. E pagando scambiarono due chiacchiere col proprietario della trattoria. Potevi vederlo da come discutevano che si conoscevano.
Io mi alzai un momento dopo averli visti uscire. Lasciai la mia compagna al tavolino col caffè ancora fumante tra le dita e andai a saldare il nostro conto.
“I tre tizi seduti al tavolo d’angolo” dissi non appena fui di fronte alla cassa, “quelli che se ne sono andati…”
“Sì”, disse il proprietario.
“Sono facce familiari, mi domandavo se lavorano in qualche discoteca della zona. Sono sicuro di averli già visti da qualche parte…”
“Sono autisti d’autobus” mi rispose, “vengono sempre a cenare qui prima di cominciare il turno di notte”.
Annuii. Pagai. Ringraziai. Feci i complimenti allo chef. “Tutto ottimo” dissi.
E una volta al tavolo mi sedetti di nuovo davanti alla mia compagna e le sussurrai “autisti d’autobus”.
Lei trattenne a stento una risata.
Durante la cena, un’infinità di minuti prima, mi aveva sorpreso a fissare qualcosa alle sue spalle. “Bé? Che c’è?”
“Sto pensando a una storia” le avevo risposto.
Aveva sorriso, si era girata e si era accorta anche lei dei tre tizi al tavolo d’angolo. “Quindi?” mi aveva chiesto, voltandosi nuovamente verso di me.
“Quindi ancora non so, non ne sono sicuro”.
Mi aveva guardato. Aveva gli occhi vivi. Amavamo farlo. Amavamo andare a cena fuori nelle notti di tempesta, a vedere il mondo che si ostinava a non voler smettere di girare.
“Cosa ne dici?” le avevo chiesto. Aveva questa sua dolcezza, questa sua bellezza tutta candore e sensualità a scivolarle sulle pupille ogni volta che condividevamo il pensiero di una storia.
“Dico che sembrano tre che hanno appena fatto qualcosa di losco”.

È una piccola città

Il campanello stava suonando ma io li avevo visti scendere dalla macchina già diversi minuti prima. Dall’inizio della mattinata mi tenevo in equilibrio col mento appoggiato al davanzale e un modellino di Hot Wheels tra le mani ad aspettare che arrivassero.
Mia madre non usciva dalla cucina che erano ore, il forno non aveva smesso un istante di funzionare, i fornelli di bruciare, gli aspiratori di aspirare, pareva la cena di gala di due ambasciatori.
Loro discutevano mentre camminavano. Sorridevano e annuivano e si scambiavano pacche sulle spalle. E intanto camminavano. Vestivano entrambi jeans chiari e camicie colorate.
Al secondo squillo di campanello mia madre aveva detto “qualcuno vada ad aprire.”
Ed era andato mio padre. Continua a leggere

Una giornata di lavoro

Mercoledì. E il mercoledì a Forte dei Marmi era giorno di mercato.
Stefano “Vale” Valentini guidava sul lungomare che da Marina di Massa doveva condurlo alla ricerca di una mattinata di lavoro. Aveva trentacinque anni. Era disoccupato da cinque mesi. In precedenza era stato rappresentante di bevande, prima ancora aveva venduto dolci preconfezionati ai grandi magazzini o ai piccoli commercianti. O meglio, ci aveva provato. Mondo difficile quello dei rappresentanti.
Era stato anche barista. Aveva fatto il bagnino, il commesso, il cameriere. Ma questo era avvenuto quando era giovane. Adesso che era disoccupato guardava a quei tempi con un misto di nostalgia. Adesso qualsiasi lavoro sarebbe andato bene, qualunque cosa, purché non cancellasse quell’idea di dignità che negli anni si era costruito. Continua a leggere

Ultimo spettacolo prima della notte

Ci incontrammo al bar com’eravamo soliti fare fin dai tempi della scuola. Prendemmo un caffè, io doppio e amaro, lui macchiato freddo. Lo sorseggiammo con calma, il palpito del sole a pulsarci sulle spalle, poi uscimmo e ci accendemmo una sigaretta. Prima io, poi lui.
Cominciava a rinfrescare – era quasi dicembre – ma l’inverno non sembrava aver ancora abboccato alla lenza del calendario. Tirava appena un brivido di vento rinforzato di tanto in tanto dal passaggio d’autobus di linea tristi e musoni come coleotteri affaticati.
«Novembre non mi è mai dispiaciuto» disse lui ad un tratto. «Tutto si svuota. È sempre la stessa città, ci abita lo stesso numero di persone. Eppure sembra che non c’è più nessuno. È un mese buono per Continua a leggere

Conigli australiani & Co

Stavamo già da un paio d’ore seduti ai tavolini del bar-pizzeria “Da Roberto”.
La discussione finì, chissà come, sulle infiltrazioni criminali nel nord Italia.
Nessuno sapeva un granché di camorra e di mafia – a parte quello che ognuno di noi aveva letto sui libri o visto in televisione, intendo dire – ma il tizio che mi sedeva di fronte insisteva nel sostenere che il maggior responsabile e addirittura il promotore di tali infiltrazioni andasse ricercato nello Stato.
Credo che tutto fosse iniziato con una battuta sull’aumento degli accenti campani che negli ultimi anni stavano prolificando nella nostra provincia. Continua a leggere

Occidente

Quando la voce lo raggiunse, Arhat stava camminando con alcuni amici sulla strada antistante la moschea dell’Iman. Gli ci volle un po’, per riuscire a fare ordine nelle parole. Aveva ancora lo sguardo allacciato ai minareti, alle cupole, ai portali intarsiati, ai marmi, ai pavimenti e alle piastrelle multicolori all’ombra dei quali aveva trascorso la mattinata conversando.
La voce era quella di un suo compagno di corso. Lo raggiunse alle spalle. E una volta vicina, ansimante, impaurita per il dubbio d’essere stata pedinata da orecchie invisibili, gli riferì che erano andati a cercarlo addirittura all’Università. Continua a leggere

Va tutto bene

Alle tre di mattina non era ancora tornata. Prima di uscire mi aveva detto che la batteria del telefonino era quasi a zero. Ragione per cui a un certo punto della notte avrebbe smesso di funzionare.
Un attimo dopo averla sentita richiudersi la porta alle spalle e uscire mi era venuto da pensare – considerando che si trattava della sua prima notte fuori in una città che neppure conosceva – che avrebbe potuto preoccuparsi di ricaricare la batteria nel pomeriggio o durante la cena.
Però lei se n’era dimenticata. Aveva detto proprio così, ‘dimenticata’ aveva detto, senza notare il moto di rilassata indifferenza con cui avevo finto di accogliere le sue parole. Continua a leggere