Quattro libri di poesia: Argentino, Codazza-Bertolino, Ducan, Rosa

macchina da scrivere

di Max Ponte

“Ma se qualcuno ce li ha donati, con relativo dispendio di carta e denari, non abbiamo il dovere di parlarne? Di esprimerci in merito, fosse anche con una parola? Non dobbiamo restituire qualcosa alla comunità delle lettere o della conoscenza?” ho pensato in questi giorni guardando i libelli approdati sulla mia scrivania. Così ho riletto i testi, riunito le idee, gli appunti a matita e ho confezionato un articolo con un piccolo spazio per ognuno. Mi sono proposto, colto da strani lumi, di fare un’operazione simile (con la poesia) fino alla fine dei miei giorni, a costo di leggere poche pagine di un libro, di aprirlo a caso, o commentarne solo la copertina. Continua a leggere

Silvia Rosa e la disfatta di ogni grammatica esistenziale

di Deborah Mega

Fin dalla prima lettura le poesie di Silvia Rosa contenute nella silloge d’esordio “Di sole voci” appaiono frutto di una ricerca lessicale metodica, di uno scavo incessante e continuo sulla parola che, declinata perché interpreti il corpo, ne esprime il senso. Emerge un contrasto privo di possibilità di soluzione, una dicotomia irrisolta tra “corpo /che germoglia incubi e passione” e anima, incapace “ di elevarsi al suono puro/ che non necessita di piuma / per alzarsi in volo”, tra desiderio di fuga e costrizione all’immobilismo, “a dire sempre uguale sempre / lo stesso dolore”. Continua a leggere

(NELL’)ASSEDIO

di SILVIA ROSA

(NELL’) ASSEDIO

Il battito asciutto della fuga
quando restavo immobile,
l’attrito con cui di trasparenze
innocue in una farsa
(mi) sprofondavi
nella culla -fredda- del mio nome,
a strapiombo su me stessa,
quando chiamavi l’ora
al crocevia di una domanda
d’ordine e nervatura tesa

ed erano coriandoli
al suolo appiccicoso
i miei passi inconsistenti
il fiato che si condensava
in brina di silenzi

mi si fosse incrinata appena
la corsa a spasmi di terrore
fossi caduta in un vortice turchino
che mi avesse scoperta
una falda affilata di dolore
un brano acuto di voce
-almeno uno- da infilare all’occhiello
come un bottone ricucito al varco
tra le mie ginocchia
tra l’asola stretta della bocca Continua a leggere