Milioni di nocche che bussano alla porta… e una classe politica non all’altezza del compito storico che le è stato affidato

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Si fa un gran parlare, e a ragione, dell’articolo scritto da Mario Calabresi e comparso sulla prima pagina de La Stampa ieri mattina. E non solo per la foto di Alan, il bimbo siriano di tre anni annegato insieme alla madre e al fratello più grande mentre cercava di raggiungere Kos, la Grecia, l’Europa, la salvezza.
Chissà se qualcuno gli aveva spiegato che quell’Europa che tanto disperatamente stavano cercando di raggiungere era, insieme al resto dell’Occidente, in larga parte corresponsabile del dramma che da anni si sta consumando sul suolo siriano.
Quando sui libri di Storia, a scuola e poi all’Università, mi fecero studiare la presa di potere del nazismo e la sua avanzata in Europa, il punto fondamentale dal quale ogni studente doveva partire era l’immobilità degli stati europei e la loro impotenza, il loro essere troppo deboli, troppo divisi, troppo distanti, nelle loro differenti e personali posizioni per riuscire ad affrontare con successo quell’ombra che si stava lentamente allungando su di loro e che li minacciava tutti, nessuno escluso.
L’Europa unita, questo Leviatano voluto da quegli stessi Stati che avevano giurato che non sarebbero mai più stati deboli, impotenti, immobili, divisi e distanti, nelle loro differenti e personali posizioni, al cospetto di chi ne avesse minacciato i Continua a leggere

Intervista alla poetessa MARAM AL-MASRI

MARAM

di Max Ponte

Maram Al-Masri l’ho incontrata in un caffé parigino, a Saint-Michel. Da tempo volevo intervistare la poetessa siriana. Maram Al-Masri è spesso protagonista in Italia di eventi curati dalla Casa della Poesia di Salerno. La stessa organizzazione, attraverso la Multimedia Edizioni, è anche editore della scrittrice nel nostro paese. Maram Al-Masri è stata invitata nel 2013 a Massenzio Letterature, ottenendo un riconoscimento importante nell’ambito dell’evento romano. La poetessa ritorna spesso in Italia per letture ed incontri con scuole e associazioni. L’intervista a Maram (così tutti la chiamano confidenzialmente) mi ha preoccupato sin da subito, non volevo evitare domande scomode, ma delicatissimi erano i temi, dalla sua scrittura alla condizione della donna araba alla guerra in Siria alle sue vicende personali. Il dialogo tuttavia si è rivelato più spontaneo del previsto.

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Lo zelo di Barack

Bronson

Perché tanto zelo, Barack? Uno contro tutti, o quasi, come un giustiziere solitario alla John Wayne, alla Charles Bronson. Nemmeno il mondo intero ti ferma, coi suoi moniti, le sue paure; né le parole di Francesco, le minacce di Putin, il fatto di favorire Al Qaeda, col tuo intervento. Sei un uomo di successo, da anni a capo di una superpotenza, con una bella famiglia, una buona reputazione, fino ieri… La tua campagna elettorale è costata più di due miliardi di dollari. La lobby delle armi ha finanziato le ultime presidenziali americane con venticinque milioni di dollari, che sono molti ma non così tanti rispetto ai danni immani di una guerra, alla possibile, tragica estensione del conflitto in buona parte del pianeta, con armi potenti e devastanti. Continua a leggere

Ciò che non ha saputo salvare

Sento un doloroso senso di fatalità a pesarmi su dita e parole mentre scrivo oggi dell’inutilità dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Nata dalle ceneri della Società delle Nazioni per porre rimedio alla sua tutto sommata impossibilità d’intervento (anche e soprattutto militare) in caso di conflitti tra (e interni a) popoli e nazioni, l’ONU sembra oggi averne assimilato tutti i difetti senza esserne riuscita a sviluppare e potenziare alcuno dei pregi.
Agli occhi degli stessi popoli che ne avevano sostenuto e auspicato la nascita (e a difesa dei quali dovrebbe dal 1945 a oggi ergersi) l’ONU appare sempre più come una costosissima organizzazione di facciata in cui gli interessi dei singoli hanno preso il sopravvento sul bene di tutti, e dove regna la legge del petrolio e dell’interesse dei più forti.
Era l’11 luglio del 1995, a Srebrenica, diciassette lontanissimi anni fa, quando ottomila vite vennero strappate alla loro personale storia davanti agli occhi impotenti (impotenti appunto) dei caschi blu olandesi: testimoni di un massacro che oggi possono testimoniare benissimo i telefonini dei presenti, senza bisogno di muovere il pesante carrozzone di mezzi, soldi e risoluzioni dell’ONU stessa.
Ieri a Srebrenica, oggi a Hula. Oggi che le parole hanno dimostrato nuovamente la loro incapacità a smuovere le coscienze del Monolite di Vetro, oggi che non bastano i corpi, le grida, il sangue, le bombe, le suppliche, gli appelli, le immagini, le prove, la memoria, il dolore, la speranza, lo sconcerto, oggi che tutto sembra urlare la necessità, ennesima e improrogabile, di seppellire quest’ONU di fianco alla tomba delle Società delle Nazioni che l’ha partorita (per sostituirla con qualcosa che sia finalmente capace di fare il lavoro per cui è stata creata) OGGI resta solo l’immagine dei corpi e delle vite che ancora una volta l’ONU non ha saputo salvare.