La speranza

Sperare è una cosa seria. Speriamo nel bel tempo, in una giornata fortunata, in un incontro promettente. Ma la speranza in Cristo apre le porte del cielo, lo fa intravedere quaggiù, in mezzo ai dolori e alla tragedie. La vera speranza dà una vista d’aquila, immette su una strada che porta alla meta senza deviazioni.

Un atto

Abbiamo bisogno di un vestito nuovo, per entrare in cielo. La veste bianca del battesimo, un cuore rinnovato da un atto di fiducia. Aveva ragione don Mario: il contrario della paura non è il coraggio, è la speranza. Basterebbe un atto di vera fiducia, e poi di volontà, e la speranza diverrebbe la vita di ogni giorno.

Pensieri a cena


L’eucaristia è una cosa seria. Spesso ci si comunica superficialmente, in balia di pensieri avulsi dal contesto, lo sguardo distratto da persone o cose. Dovremmo metterci nei panni di Gesù, scrutare i suoi pensieri nell’ultima cena, comprendere il suo gesto di donarsi agli uomini e alle donne di ogni tempo, ben consapevole dei benefici di tale istituzione. Nello stesso tempo, Egli vedeva le profanazioni e i sacrilegi, tutto nella stessa sera, nella morsa di una solitudine che solo Lui poteva affrontare e superare, senza nulla togliere, anzi semmai aggiungendo, al carico schiacciante del dolore.

Israeliani e palestinesi, parla il dolore

Da oltre dieci anni un’esperienza di riconciliazione fra 500 persone che hanno avuto un lutto nel conflitto mediorientale

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IL CASO. Il no alla violenza di «Parents Circle», gruppo che unisce genitori delle due fazioni accomunati dall’aver perso in guerra una persona cara

DI GIORGIO BERNARDELLI
Le prime immagini televisive di una guerra sono sempre le macerie. Case, tetti, vetri, stra­de: tutti ridotti in mille pezzi dalle esplosioni. Ci sono però anche ma­cerie più nascoste, che difficilmen­te arriviamo a vedere. Sono quelle di chi con fatica, anche nel cuore di un conflitto, non ha mai smesso di costruire ponti di riconciliazione. E ora – sotto il fuoco degli F16 israe­liani come dei razzi palestinesi – vede anche tutto questo andare in frantumi.
Come vivono queste ore terribili di guerra a Gaza tutte quelle associa­zioni che hanno fatto dell’incontro tra israeliani e palestinesi la loro ra­gione di vita? Una testimonianza molto significativa ci giunge dal Pa­rents Circle, il gruppo che da oltre dieci anni vede insieme genitori i­sraeliani e palestinesi accomunati dal fatto di aver perso in questo conflitto un proprio caro. Si incon­trano, provano a capire ciascuno il dolore e dell’altro e a dare una te­stimonianza forte: «Se noi, che ab­biamo pagato il prezzo più alto, riu­sciamo a parlarci – dicono con una semplicità disarmante – perché in Israele e in Palestina non dovrebbe­ro riuscirci anche tutti gli altri?». Continua a leggere