La terra promessa


Siamo fatti di terra. Ce ne accorgiamo dalla tendenza alla vita materiale; si capisce dalle confessioni, dove c’è sempre lo stesso ritornello: la carne, la carne, la carne. In qualunque stato, c’è una forza di gravità che ci spinge verso il basso, con gli effetti a esso collegati: quelli che in Occidente si chiamano vizi capitali e in Oriente pensieri cattivi.
Tuttavia, creando l’uomo, Dio non ha preso soltanto la terra – adamà, la rossiccia -: la simbologia biblica, racchiusa nel libro della Genesi, informa che vi ha soffiato il suo alito portatore di vita, un’energia concentrata di amore.
Ecco perché dovremmo smettere di guardare solo buche e tombini, e abituarci a rivolgere lo sguardo verso il cielo. Da lì sboccerebbe il nostro desiderio più profondo, totalmente proteso alla terra promessa dello Spirito.

Sonia Caporossi e Giovanni Agnoloni su Connettivismo, Tolkien e altro

Intervista di Sonia Caporossi

Da Critica Impura

Siamo i Custodi della Percezione, Guardiani degli Angeli Caduti in Fiamme dal Cielo, Lupi Siderali. Un gruppo di liberi sognatori indipendenti. Viviamo nel cyberspazio, siamo dappertutto. Non conosciamo frontiere. Questo è il nostro manifesto.

                            (Dal Manifesto del Connettivismo)

Sonia: Una sorta di panteismo postorganico, o panorganesimo posteistico, che fonde la percezione animale con l’intero universo, con la sua scia energetica, con la sua sostanza quantistica indecidibile. Una sorta di fusione e abbandono generale al senso più riposto del proprio esserci, calandosi negli ariosi ed estatici inferni del tutto, nella goccia dell’oceano cosmico vero padre delle acque amniotiche che tengono a culla l’intera umanità, l’oceano di cui anche Osho parlava, insieme al Lem di Solaris, che non a caso l’aveva reso vivo e pulsante, in forma di pianeta senziente. Questa la mia prima ed immediata percezione del connettivismo come movimento innanzitutto filosofico ed esistenziale. Giovanni, mi potresti adesso dare la tua?

Giovanni: Direi che hai colto delle vibrazioni fondamentali della poetica connettivista. Il senso di appartenenza al tutto è la chiave del termine “connessione”, che peraltro ognuno di noi membri di questa avanguardia coglie da un suo specifico angolo visuale, tanto che recentemente Giovanni De Matteo ha sottolineato come, più che di “connettivismo”, sia opportuno parlare di “connettivisti”. Personalmente, eviterei di classificare la nostra esperienza artistica in senso panteistico o panorganico. Preferisco guardarvi come a una varietà di declinazioni della presenza della Fonte creatrice in tutto ciò che esiste. E questo è un tema presente in tutte le grandi tradizioni spirituali, compreso il cristianesimo, dove Dio è Padre e Madre, ma anche Figlio (dell’Uomo) e Spirito Santo, dunque compresente a tutto ciò che esiste nel mondo materiale. Lo spirito è coessenziale alla materia; è quanto di più concreto esista (come sottolineo anche in un mio articolo che presto uscirà nel numero 17 di NeXT, il bollettino ufficiale del movimento, per la rubrica HolYsTolk, gentilmente affidatami da Sandro Battisti). Ecco perché il mio approccio connettivista tende a concentrarsi sulle atmosfere dei luoghi, le energie degli oggetti, l’intuizione primitiva – e per questo non filtrata e necessariamente genuina – dell’identità di una persona; e sulla radice intuitiva della vera sapienza, che sgorga dal profondo, dal Sé, dall’emozione nuda e dalla ferita dell’anima. Continua a leggere

La cosa A e la cosa B: dialogo di Fiorina con Arlotto, con domanda finale

di Antonio Sparzani
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Arlotto Mainardi, detto il Piovano o Pievano Arlotto (Firenze 1426-1468) fu un sacerdote fiorentino, famoso per il suo spirito e le sue burle diventate proverbiali, grazie ad una letteratura popolare fiorita per tutto il Rinascimento. Un suo lontano discendente, che porta il suo stesso nome, è invece un introverso giovanetto grande amico mio. Mi accadde un giorno di ascoltare per caso questo suo singolare dialogo con una sua assai cara amica. S’intende che le parti che non ho ben intese, le ho integrate a modo mio. a.s.

F. Siamo alla frutta, mio caro.
A. Nel senso…
F. Eh, nel senso, vuoi quelle stupende pere cioccolatose che sono nel forno, o salti?
A. Ah, credevo, come, vuoi che resista alle pere?
F. Certo che no. Ecco qua. Che facciamo poi?
A. Stasera?
F. Sì, adesso, finita la cena
A. Mah, s’era detto di andare al cinema…
F. Ma non ne hai voglia, giusto?
A. Più che altro, non saprei cosa andare a vedere
F. Preferisci che stiamo qui a casa mia a chiacchierarcela e a leggere
A. Sì, dài, è un po’ che non parliamo bene
F. Ma va’, cosa dici?
A. Fiorina, non mi dire «ma va’» lo sai che non lo sopporto
F. Va bene, scusa, però abbiamo parlato anche l’altra sera
A. È vero, sì, è che parlare con te mi dà molta pace
F. Allora metto su un po’ di musica
A. Ravel, ti prego, siamo nella fase decadente.
F. Perché dici che Ravel è decadente?
A. Beh, era l’epoca, no?
F. Arlotto, attento ai luoghi comuni. Per esempio il bolero…
A. Mi piacerebbe accarezzarti Fiorina.
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