La televisione e la comunicazione attraverso i libri

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Nove libri dal piccolo schermo al futuro tecnologco

di Guido Michelone

Nei mesi scorsi alcuni giornali italiani celebrano, nelle pagine di cultura, un anniversario quasi misconosciuto: i novant’anni della nascita della televisione. In realtà non si tratta di un evento oggettivamente databile, com’è per il cinema, al quale si attribuisce la paternità dei fratelli Pierre e Auguste Lumière con la prima proiezione pubblica al Café des Arts di Parigi il 28 dicembre 1895 (e tra qualche mese saranno appunto i 120 anni di un’altra invenzione storica, rivoluzionaria e prodigiosa). Il 1925 della TV (o tivù per dirla all’italiana) riguarda in primis il 25 marzo di quell’anno, allorché l’ingegnere scozzese John Logie Baird offre una dimostrazione pratica del mezzo al centro commerciale Selfridges di Londra; quella di Baird viene dagli storici definita televisione elettromeccanica perché sia l’apparecchio di ripresa delle immagini sia quello di visione si basano sul disco di Nipkow, dispositivo elettromeccanico inventato il 24 dicembre 1883 appunto dal tedesco Paul Gottlieb Nipkow; Continua a leggere

Sulla lingua, di Giselda Pontesilli

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di Giselda Pontesilli

Sono qui per esporre un mio breve scritto, “La competenza dei poeti”, in cui sostengo che i poeti, in qualità di competenti, cioè di massimi conoscitori della lingua, possono -e debbono- agire per riuscire concretamente a cambiare la non-lingua, la lingua degradata a linguaggio, dell’informazione televisiva;

per ottenere, quindi, concretamente, che si faccia in Italia (e poi in Europa) un cambiamento linguistico dei telegiornali.

I) Ma perché si dovrebbe agire proprio riguardo all’informazione -della televisione, e non riguardo alla sua pubblicità, o ad altri suoi programmi?

Ecco, innanzitutto per un motivo strategico: perché è più facile, meno contestabile, iniziare a scalfire il linguaggio mediatico partendo dall’informazione.

Infatti, a differenza dell’informazione, la pubblicità è, in qualche modo, intoccabile, poiché si sostiene -come fosse un dogma- che essa sia necessaria per finanziare tutto il resto. Continua a leggere

Le radici sono i nostri figli – seconda parte

Le radici sono i nostri figli – seconda parte
Ragionamento/ipotesi n. 1

Di Matteo Telara

Premessa:
1) La televisione non è Il Male. La televisione è un mezzo di comunicazione di massa ed esiste in tutto il mondo. Ogni casa nel mondo industrializzato ha oggi una televisione. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per consumo di libri. In Italia, dopo cena, non si legge, si guarda la TV.
2) I programmi televisivi sono ad oggi una delle poche cose in comune che i genitori hanno coi loro figli.
3) La maggior parte della programmazione televisiva di fiction, in Italia, ha provenienza estera.

Dopo quasi 5 anni di vita oltreoceano, sono tornato in Italia e ho scoperto che una delle poche cose che io e mia madre abbiamo avuto in comune in tutto questo tempo sono state le serie televisive. Americane o inglesi, per lo più. Continua a leggere

Kultura italiana

di Mauro Baldrati

Non guardo quasi più la televisione. E’ un tale ricettacolo di pubblicità, scempiaggini, violenza gratuita, faziosità, retorica e ipocrisia che non si tratta di rifiuto, ma di straniamento che è mutato in indifferenza.
In soldoni, non me ne frega più niente.
Però il video è spesso acceso in casa, e lo devo subire, mio malgrado. Mia figlia guarda MTV, e alcuni telefilm di ragazzini, mentre mia moglie, che è psicanalista anche quando dorme, è interessata agli spazi dove sono rappresentate tipologie umane, che lei osserva, con curiosità. Sono i programmi dove la gente piange o si arrabbia, perché si tratta di storie di abbandoni, padri che se la sono svignata piantando la famiglia nella miseria, madri assenti, fratelli nemici ecc. Io le dico: ma sono reali? E lei: sì, lo sono. E io: ma non sono un po’ semplici? E lei: guarda che il dolore, in fondo, è semplice; in ogni caso sì, sono semplificati, però dietro ci sono casi reali, o realistici.
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Camminare

di Mauro Baldrati

camminareHo da tempo l’abitudine di uscire di casa per una passeggiata serale, o notturna, prima di coricarmi. Talvolta la stanchezza mi scoraggia, mi spinge a rinunciare, a cercare il buio. Ma è da queste rinunce che può iniziare la deriva, perché quando si allenta la disciplina la debolezza rischia di prevalere, come la rassegnazione.
Così esco, vincendo la pigrizia, e già dai primi passi l’energia riprende a scorrere, come per magia. E mentre cerco di regolarizzare il ritmo, di sintonizzare la respirazione e di muovere correttamente le braccia coi pugni parzialmente chiusi, col dito medio che entra in contatto col pollice, come insegnava Don Juan a Castaneda (e non bisogna MAI reggere qualcosa in mano, borse o altro, qualunque oggetto deve essere contenuto in uno zaino), sento la stanchezza che scivola via, rimane alle mie spalle.
Quando cammino io sono un componente dell’Ordine del Camminatore Errante di Thoreau, un cittadino di quel “quarto stato al di fuori della Chiesa, della Nazione, del Popolo”.
Quando cammino sono il poeta che “sa piegare i venti e le correnti al proprio potere, affinché essi parlino per lui.”

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Estratto da “La vita indiretta” – di Marco Rossari [inedito]

L’accento valligiano con
pettinatura anni novanta
non mi spaventa, compro
la villetta venduta
da valletta stile Noventa
Katia, con vallata stellata
sebbene mansardata. Continua a leggere

L’orologio

orologi

Mi chiedo se il linguaggio rispecchi ancora la persona, o non piuttosto la televisione, che impone un tono, un ritmo, un dizionario tutto suo. Tengo i colloqui in una stanza preceduta da un’etichetta dorata: formatore. La fece mettere don Mario una quindicina d’anni fa. Lì si parla confidenzialmente: il tono di voce è una mano tesa verso l’altro, perché si senta capito. Dal piazzale giungono grida di ragazzi, versi di merli che planano sul tetto dell’edificio a due piani. Le nostre confidenze fanno spazio, non c’è motivo per entrare in concorrenza o accavallarsi. Nel muro antistante la poltrona dove siedo c’è un orologio che procede a fatica: mi ricorda quanto tempo resta, se le nostre parole devono morire di fronte ad altre pronte a raccontarsi, per essere guarite. La formazione è un grembo di silenzio che avvolge i traumi e le speranze di ciascuno, grovigli psicologici e linguistici.  Se rinunciassimo al linguaggio violento che ci assedia, troveremmo i sensi dell’infanzia, i colori del mondo come si formano all’origine, quando l’occhio e l’orecchio reagiscono in modo naturale. Non dimentico il frammento di Siddharta che descrive l’ascolto del barcaiolo misterioso, simile all’albero che accoglie la pioggia. La televisione dovrebbe mettere fra i titoli di testa l’etichetta dorata formatore, come fosse uno stanzino di parole che si fanno spazio, mentre giungono i versi del merlo e le grida dei ragazzi. Qualcosa è cambiato, in questi ultimi decenni, ma sarebbe troppo lungo dire cosa. L’orologio mi ricorda a fatica che il tempo è già scaduto.

(fonte immagine)

(versione audio)

Ancora sul Festival di San Remo, sulla televisione, sulla vita e sulla morte

Non ho visto nemmeno un minuto del Festival di San Remo. E non ne ho sentita alcuna canzone.

Ho letto che ad aver vinto è stato un certo Marco Carta, che non avevo mai sentito nominare prima. Mi sono documentato: così sono venuto a sapere che proviene dal programma televisivo di Mediaset “Amici” – di cui ha vinto la settima edizione –  la cui ideatrice, anima e conduttrice, Maria De Filippi, è stata ospite sul palco del teatro Ariston, proprio la serata conclusiva del Festival. Affiancava un’altra icona-Mediaset, Paolo Bonolis (un po’ più bipartisan, lui, visti i trascorsi in Rai).

E’ stato facile per molti parlare di inciucio televisivo, di RaiSet, di prove tecniche di regime mediatico. Facile e vero.

Ma dal mio punto di vista trovo che l’esito del Festival costituisca (anche) il perfetto paradigma della Narrazione Televisiva Contemporanea (NTC).

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Pensieri sull’amore davanti alla tele (I/III), di Andrea Sartori

I. Madonne contemporanee

Qualche sera fa ho guardato alla televisione un programma condotto da Antonella Clerici, Il treno dei desideri. Ero annoiato, non sapevo cosa fare, le otto ore di lavoro trascorse in ufficio avevano indebolito la mia volontà, ottundendomi la percezione di ciò che normalmente ritengo davvero interessante: nella lettura, nella musica, nel cibo, nella stessa televisione. Con un vasetto di Jocca ed un cucchiaio in mano, ho iniziato a pormi una domanda. «Perché guardo questa cosa?».

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Il gessetto consumato

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L’Italia era Alberto Manzi, una figura scura e seria che scriveva alla lavagna. C’era da fidarsi: parole misurate, un’aula sobria da cui mandava messaggi senza sottintesi. Persino Febo Conti appariva cristallino, domande chiare, l’aria di chi non perde tempo, perché un gioco può insegnare qualcosa sulla vita. Gianni e il magico Alverman erano più criptici, ma non si nascondevano dietro il velo del mistero: lo offrivano come un gesto solidale, un ingrediente complesso, ma ugualmente genuino. Carosello era pura finzione, stemperata tuttavia nello sguardo ammiccante di Calindri o nella trasparenza surreale di Carmencita amore mio. L’area inviolabile era la TV dei ragazzi, come la messa, o la partita in bianco e nero la domenica (un tempo solo, quello con più gol). Ogni tessera corrispondeva alla tessera vicina, in un disegno che ti configurava come uno in mezzo agli altri, uno degli altri. Cos’è successo dopo? Perché le immagini, oggi, tracciano solchi giganteschi fra un tassello e l’altro del mosaico? Cara Italia, dov’è finita la lavagna, la figura scura che parlava con mitezza, le lacrime per il ritorno a casa di un cane che si chiamava Lassie? Il disegno si è perso, la pioggia ha ingoiato anche l’ultimo rimpianto, come un gessetto consumato e ormai inservibile.

(versione audio)