AD UN MESE DAL TERREMOTO DELL’AQUILA: MURI DI CENERE (in memoria dei bambini) di Dario Arkel

luex

Come sono vuoti ma conseguenti
i caduti in questa terra, testimoni ràbidi
della corsa di pietre rotolanti
in cerca di lune che pace non recano.

Ma forse non è che il tempo,
il tempo che scorre e vola,
a soffrire per queste torbide lune,
e per le ombre del giorno

– quelle ore che da sole scrivono
il nome dei morti
oltre il davanzale del vuoto,
sui marciapiedi spazzati dal vento. Continua a leggere

Ho raggiunto – di Franz Krauspenhaar

terra

Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori. Continua a leggere

I POETI ITALIANI PER L’ABRUZZO E L’AQUILA LUOGHI D’ARTE E CULTURA

[Ricevo da Nina Maroccolo. FK]

Le Edizioni Tracce stanno organizzando, in collaborazione con l’Associazione Poeti Abruzzesi, un movimento umanitario di adesione, da parte dei poeti italiani, all’Abruzzo terremotato.
Le ultime drammatiche vicissitudini che hanno colpito l’intero Abruzzo e in particolar modo la città dell’Aquila, distrutta nei monumenti più belli e storici dal terremoto, hanno scosso le coscienze degli Abruzzesi per le vite perdute sotto le macerie. Nella memoria collettiva si è aperta una profonda ferita ma il popolo dei poeti sente una viva energia che li spinge a non arrendersi agli eventi naturali e all’incuria degli uomini, attraverso la poesia e la creatività. Continua a leggere

E poi, di Patrizia Perlingieri

terremoto

E poi capita che arrivi un terremoto. Tu sei qui, mezza famiglia è lì. Tuo padre che non può fare le scale, men che meno nell’abbandono precipitoso di quella che potrebbe diventare la loro tomba da vivi.

I cronisti intanto continuano a confondere Chieti con Rieti. Il lato buono di questa cosa, se vogliamo, fa un po’ schifo.

E poi spunta il sole. La diretta del giorno dopo dev’essere la più difficile. I cronisti si aggirano per le strade attonite. Quello della tv regionale alla fine intervista un giornalista israeliano. Mi suona stonato il fatto che si chieda ad un giornalista straniero qualcosa, qualsiasi cosa, riguardante ciò che è accaduto qui. Dovrebbe essere il contrario. Mentre cerco di decifrare il suo inglese non di madre lingua, facile da capire per chi non conosce bene l’inglese, sento le critiche: niente uniformi, disorganizzazione, lentezza. Il giornalista della tv regionale evidentemente conosce l’inglese meno di me. Ha tradotto letteralmente la parola terremoto, earthquake, e poi ha detto che il collega si augura di ritrovare vivi gli studenti israeliani che erano qui. Continua a leggere