Stiamo profanando Dio, di Michele Caccamo

Nizza
“il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie” e così hanno dato a Dio il possesso del crimine.
Le loro bocche, in quegli altri tempi, erano senza luce di speranza, erano piene di odio; per mille diverse ragioni una trappola.
Dopo Gesù Cristo, quello che doveva essere un mondo nuovo è diventato una vampa: l’Umanità ha iniziato ad avere le armature fragili, ha iniziato a essere spiata da un’aria non di pace.
Di quale importanza parliamo, che fossero ebrei o cristiani o islamici, in quegli altri anni venne fatta la fortuna delle religioni. Venne fatta lo separazione dallo Spirito. Continua a leggere

Vivalascuola. Affinché vi conosceste a vicenda

“O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda”.

E’ sentire comune, dopo gli attentati di Parigi, che anche in momenti come questi la scuola è chiamata non solo a educare ma innanzitutto a stare vicina a bambini e ragazzi. E’ bene parlare a scuola di questi fatti, dunque, senza imposizione ma aprendo uno spazio di riflessione affinché nelle aule possano liberamente emergere paure e domande. Con la consapevolezza che l’educazione richiede tempi lunghi e non si esaurisce in un minuto di silenzio. Vivalascuola non interviene con analisi che competono ad altri ma propone alcuni spunti didattici: “cosa serve ai bambini” di Claudia Fanti, esempi di lavoro a scuola di Giuseppe Caliceti e Eraldo Affinati, e alcuni sermoni pronunciati nelle moschee italiane venerdì 19 novembre, come strumenti che pensiamo possano aiutare docenti e studenti a superare ignoranza e pregiudizi, quelli che generano violenza e matta bestialitate. Continua a leggere

Disperata sintonia (l’anno nuovo)

da qui

Ultimo giorno dell’anno: è tempo di petardi e fuochi artificiali, di tappi di spumante o di champagne che volano portando con sé improbabili speranze. La svolta è segnata dal chiasso e dall’oblio, come se il rumore soffocasse l’onda lunga di un vuoto sul punto di esondare. La vocazione dei botti, oggi, è più complessa: coprire altre possibili esplosioni, fuochi altrettanto artificiali, ma ancora più distanti dalla vitalità genuina del creato. In mezzo a tanto strepito proporrei una serata di silenzio, per capire quale sia la lunghezza d’onda con la quale val la pena di cercare un’ormai disperata sintonia.

Inammissibile

da qui

C’è un modo semplice per risolvere i problemi: sparare un colpo in testa all’avversario. Meglio se l’operazione non coinvolge terzi: un gesto pulito sgombra il campo all’istante, o in qualche minuto di agonia. Certo, occorre una preparazione, il rischio di essere scoperti, di farsi cogliere in flagrante prima dell’azione. Ma di fronte alla prospettiva di non avere ostacoli, di rimanere soli, sul terreno, tutto sfuma e svanisce. E’ vincente pensarla così. Semplifica la vita. Accelera i tempi. Solo un dubbio potrebbe affacciarsi in questo quadro senza ombre, un dettaglio fastidioso, potenzialmente invadente, inammissibile: l’altro.

Dopo Mumbai, il mostro allo specchio

di Arundhati Roy*

Se stavate guardando la televisione magari non avrete sentito che anche molte persone semplici sono state uccise a Mumbai. Sono state sterminate in una stazione ferroviaria e in un ospedale pubblico, i terroristi non hanno distinto tra ricchi e poveri. Hanno ucciso entrambi
con lo stesso sangue freddo. I media indiani sono stati fulminati
dall’onda di terrore che si intravedeva attraverso le baracche lucenti dell’India scintillante e spargeva la sua puzza sui marmi e le sale da ballo di due incredibili hotel di lusso e in un piccolo centro ebraico. Continua a leggere

L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura

di Stefania Podda

«L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura». La frase è di Franklin D.Roosevelt, la pronunciò nel 1932, era il suo primo discorso da presidente. Arrivava alla Casa Bianca dopo la crisi del ’29, dopo la Grande Depressione, parlava ad un paese mai così povero e disperato, scosso nelle sue certezze più radicate.
Oltre settant’anni dopo, quella frase – e quel clima pur nelle mutate coordinate storiche ed economiche – fa da filo conduttore all’ultimo libro di Loretta Napoleoni e Ronald J.Bee, I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura. Napoleoni è un’esperta di terrorismo internazionale, sull’argomento ha già pubblicato Terrorismo spa , Al Zarqawi. Storia e mito di un proletario giordano ed Economia canaglia. Un retroterra di studi che le serve ora per sostenere come la psicosi da attentato che è diventata una costante del mondo post 11 settembre, sia in realtà sproporzionata rispetto alle concrete possibilità che ciò accada.

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Tre post per tre libri: 3. Una casta che vive di sogni e di parole

di Ezio Tarantino

[Il primo post è qui, il secondo qui]

Il terzo libro è “Spingendo la notte più in là” , di Mario Calabresi. Come nel caso del libro di Lenci questo libro me lo sono trovato in casa (non l’ho cioè scelto e comprato appositamente) e questa è una curiosa coincidenza. Perché l’assunto del libro del figlio del commissario Luigi Calabresi, come è noto, ha molte parentele con quello di Lenci: perché sia fatta veramente giustizia occorre dare voce alle vittime. Non è ammissibile che di quella pagina, tristissima e oscura della nostra storia, a rendere testimonianza ci siano quasi esclusivamente gli sconfitti, gli assassini.
Il punto di vista della vittima è il solo modo, sembra di capire, per provare a trovare giustizia, non solo quella privata, evidentemente indispensabile, ai parenti delle vittime, per sentirsi almeno parzialmente risarciti dallo Stato per il quale il più delle volte la vittima aveva dato la vita, ma anche per ricostituire il tessuto virtuoso della solidarietà sociale, che se non è imbastito sul fondante valore della Giustizia, cioè sul riconoscimento certo dei ruoli di vittima e colpevole, non può produrre una società sana. Continua a leggere

Tre post per tre libri: 2. Ci sono famiglie che soffrono

di Ezio Tarantino

[il primo post è qui]

Dopo qualche giorno mi è stato prestato un libro, ormai fuori commercio, di Sergio Lenci, Colpo alla nuca, dal quale, nel 1995, Mimmo Calopresti trasse liberamente un film interpretato da Nanni Moretti, La seconda volta.

Sergio Lenci, architetto, specializzato nella progettazione delle carceri (Rebibbia è stata costruita – male, secondo lo stesso Lenci – su un suo progetto), era un vecchio socialista “di sinistra”. Un sabato mattina del 1980 un commando di Prima linea fece irruzione nel suo studio, e dopo averlo messo a soqquadro, in cerca di chissà cosa, lasciò l’architetto riverso nel pavimento del bagno con una pallottola conficcata nel cranio.
Miracolosamente sopravvissuto, Lenci ha piano piano ricominciato una vita più o meno normale, fra le aule dell’università La Sapienza, dove insegnava, e quelle dei tribunali, in cerca di giustizia. Ha scritto un diario, che nel 1987 ha vinto il premio di Pieve Santo Stefano pubblicato l’anno successivo dagli Editori Riuniti. Lenci morirà nel 2001. Continua a leggere

Tre post per tre libri: 1. Romanzi esilaranti

di Ezio Tarantino

Una serie di coincidenze mi ha messo fra le mani tre libri (e alla fine un articolo di giornale), due dei quali abbastanza simili fra loro, e un terzo che, apparentemente, non c’entra nulla.
Tutti e tre parlano del terrorismo italiano degli anni ‘70-‘80 e di quello che è venuto dopo.
Il fatto che ancora si parli di “riconciliazione”, dopo tanti anni, dimostra che c’è una ferita ancora aperta. Come fuoco che covi sotto la cenere, la polemica si riattizza, di solito, quando un ex terrorista viene arrestato (ma non li vogliamo chiudere questi benedetti conti con il passato?), o estradato (idem), o liberato anzitempo (la ferita si riapre, non sono garantiti i diritti delle vittime: le voci in questo caso provengono dal fronte opposto – come se fosse ancora possibile parlare di fronti, eppure è così, lo strappo sociale del terrorismo ancora divide) o, infine, scrive un libro o viene intervistato alla televisione. Continua a leggere

Voli pindarici

Essere cieco ha i suoi vantaggi. Quando viaggi in aereo, per esempio, puoi immaginare tutto, mentre il corpo galleggia senza peso nella carlinga traballante, come nei vecchi tram di Roma. Io, poi, sono un vecchio sognatore, passo il tempo a inventare storie sempre nuove, perché la vita è questo, una fucina di storie che germogliano l’una dall’altra, senza mai fermarsi. Neanch’io mi fermo: è un altro dei vantaggi di chi è cieco. Nel mio mondo la noia non esiste: rumori, odori, sono spunti di trame e intrecci sempre nuovi, che prendono corpo nella mente e portano in volo in regioni sconosciute, scenografie che devi costruire nei minimi dettagli, perché il cieco ha l’esigenza di definire e descrivere, come nessun altro, e non può sfuggirgli nulla di ciò che lo circonda. Continua a leggere