Ritorno al futuro

di Ezio Tarantino

Oggi vi suggerisco di fare un viaggio nel tempo e nello spazio. Salite su una “e” e dopo un elettrizzante giro della morte vi ritroverete a cavallo di una “a”. E così da Cinecittà atterrerete a Cinacittà: dagli studi di Cinecittà sulla Tuscolana, nel 1960, sarete approdati in un anno qualsiasi del futuro prossimo, in una Roma molto diversa da come la conosciamo.

Per fare questo viaggio vi servono due libri: C’era una volta il futuro, di Oscar Iarussi, edizioni Il Mulino, e Cinacittà, appunto, di Tommaso Pincio, edizioni Einaudi Stile libero.

Il libro di Iarussi, giornalista e critico cinematografico della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari è, fatevi conto, un grande telo bianco disteso su un bel pezzo di storia italiana, sul quale sono proiettate, in modo simultaneo, o in un montaggio alternato dal ritmo sincopato le immagini della nostra storia recente. Si comincia dal 1960, l’anno della Dolce vita e si arriva ai giorni nostri, ma forse è il contrario, si parte dai giorni nostri, dalla politica, dal cinema, dalla televisione (soprattutto dalla televisione, cioè dalla politica), e si arriva al 1960. O forse si va e si ritorna su e giù, sopra il telo bianco, senza sottostare a uno schema troppo rigido.
Il tema del libro è la Profezia. Il profeta è Federico Fellini e l’oggetto del suo vaticinio è l’Italia, il suo degrado che oggi definiremmo “televisivo”, ma che cinquantadue anni fa sarebbe suonato come una bizzarria. La televisione era appena nata, e non disturbava i sonni di nessun intellettuale, o quasi (Umberto Eco già stava affilando i polpastrelli: il suo famoso saggio su Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, detto Mike, è infatti dell’anno seguente).

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STORIA CONTEMPORANEA n.81: “Steampunk”. Tommaso Pincio, “Lo spazio sfinito”

Steampunk. Tommaso Pincio, Lo spazio sfinito, Roma, Minimum Fax, 20102

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di Giuseppe Panella*

Anche se Il tempo sfinito (già uscito per i tipi della Fanucci di Roma nel 2000 e qui riproposto in una versione rimasta inalterata) non è certo ambientato nell’Inghilterra vittoriana e neppure nell’Ottocento, è difficile, se non impossibile, definire altrimenti questo romanzo così anomalo di Tommaso Pincio. Anomalo fin dal nome del suo autore (italianizzazione un po’ reboante quanto grottesca di un nome e cognome sconosciuti ai più) e anomalo nell’ambientazione – un 1956 di cui, a un certo punto, a p. 61, quasi a metà del libro, vengono elencati gli eventi straordinari e le scoperte realizzate come pure talune bizzarre invenzioni tra cui “i primi orologi senza numeri”).

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Revolutionary road, di Richard Yates e Sam Mendes

Quello che si può dire di Revolutionary Road, il film, in rapporto a Revolutionary Road, il romanzo da cui è tratto, è già tutto  nella seguente frase, profetica in qualche misura, di Tommaso Pincio.
A proposito del tragico fallimento del progetto di riscatto esistenziale della coppia protagonista della storia, costituito dal salvifico, ingenuo Viaggio A Parigi, Pincio, nel 2003 scrive:

La brillante idea, che inizialmente sembra restituire una parvenza di armonia e ottimismo, non farà che esasperare i problemi e condurre la coppia verso un finale da tragedia in piena in regola, un finale che anticipa di quasi mezzo secolo cose diventate oggi materia comune di prodotti hollywodiani, genere American Beauty.

E infatti. Sei anni dopo queste parole, Sam Mendes, proprio il regista di American Beauty, firma la versione cinematografica del romanzo di Richard Yates.
Ma commette un errore.

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