Tori, Hemingway e altro (seconda parte)

Il toro da combattimento ha le corna ma, se è per questo, le hanno anche i tori delle razze mansuete, le hanno anche le vacche da latte. Quando è libero nella dehesa, nei campi sterminati della Castiglia e dell’Andulsia, il toro selvaggio è indolente come tutti i bovini. Non chiede di meglio che essere lasciato in pace a pascolare. Il timore che suscita è contenuto in ciò che non fa, ma tutti sanno che può fare. A distinguerlo dagli altri bovini c’è soltanto il morrillo, il fascio di muscoli che gli gonfia il collo come una gobba. È quello il segno caratteristico di un animale che, a quattro anni, è capace di scattare al galoppo con la velocità di un purosangue, fermarsi, voltarsi e tornare a caricare senza prendere fiato. Quel fascio di muscoli lo distingue dal toro delle razze da carne che nel resto del mondo viene macellato a diciotto mesi, o anche prima, per fare bistecche. Continua a leggere

Tori, Hemingway e altro

Nel 1923 Ernest Hemingway aveva ormai messo a profitto il suo anno di guerra come infermiere sul fronte italiano: tornato negli USA, dove era stato accolto più o meno come se la guerra l’avesse vinta lui da solo, e mosso da due potenti motivi (la passione per la letteratura e la determinazione a vivere senza lavorare), aveva trovato un contratto con un giornale canadese, era tornato in Europa e aveva fatto il corrispondente nella guerra greco-turca (dalla parte ellenica). Dopo la riscossa di Kemal Ataturk e la ritirata greca, Hemingway si sistemò a Parigi facendo un po’ di vie de bohème (ma non la fame, come cercò di far credere). Frequentò Gertrude Stein e Francis Scott Fitzgerald, fece finta di interessarsi alle problematiche di James Joyce, Ezra Pound e T.S. Eliot (stando bene attento a restarne alla larga), ma soprattutto cercò qualcosa di straordinario da raccontare. Quando capì che a Parigi di straordinario non c’era proprio niente, prese il treno e andò in Spagna a vedere le corride. Continua a leggere