Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (terza parte)

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Roberto de la Grive non ha a che fare coi rarissimi codici del Nome della Rosa né con l’ammasso di parole scritte che passano sotto agli occhi di Belbo, Casaubon e Diotallevi nel Pendolo di Foucault. Nei precedenti romanzi, la lettura del mondo dipendeva in qualche modo anche da alcuni testi. Nell’Isola del giorno prima, dove invece la presenza di libri è apparentemente minima, per paradosso il protagonista finisce per vivere all’interno di un proprio Romanzo. Ma, in prima istanza, gli elementi che Roberto si trova a indagare sono l’universo, il mondo e i comportamenti degli uomini che lo abitano; tutti dati che, in quanto formanti un testo, posseggono una loro intentio operis che prevede un determinato Lettore Modello. Eco riflette sull’uso e sull’interpretazione delle metafore in alcune pagine dei Limiti dell’interpretazione, constatando però subito che produrre modelli per l’interpretazione è più facile e, forse, più proficuo, che non indagarne i meccanismi generativi. Occorre tuttavia tentare una focalizzazione di tali processi, e valutare se il ricorrere a esse, da parte di Roberto, sia un valido strumento conoscitivo, tralasciando per ora i meccanismi interpretativi[1]. Continua a leggere

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (seconda parte)

WUNDERKAMMER

Il Serraglio degli Stupori, Il Labirinto del Mondo, sono tra i primi capitoli del romanzo; titoli significativi, preludio a vicende da riunire sotto la rubrica dello stupore ma anche dello smarrimento, non solo indotto dallo straordinario spettacolo offerto da quella sorta di Wunderkammern che si incontrano sulla nave, ma suscitato pure dai discorsi e dalle idee di Saint-Savin (e in parte anche del signor di Salazar e del signor della Saletta): pirroniano proveniente da Parigi, incontra per la prima volta Roberto alla mensa di Toiras, comandante della guarnigione di Casale. Assieme a padre Emanuele, Saint-Savin, maestro di filosofia e di vita, è tre le principali figure di riferimento per il giovane de la Grive. La dottrina che offre è un annuncio carnevalesco, palesando egli che di ogni cosa, passata sotto la lente dello scetticismo, si possono dare molte sfaccettature. Consiglia Roberto, lo invita a godere oggi qualsiasi dono la vita possa offrirgli perché “l’anima muore col corpo. E dunque andate alla morte dopo aver gustato la vita” (p. 57). “Educato ai primi dubbi” (p. 58), il giovane non esita perciò a seguire il pirroniano in ragionamenti che in qualche modo lo meravigliano, invitandolo a “rompere coi pregiudizi e [a] scoprire la ragione naturale delle cose” (p. 75); e se ogni idea – sia essa l’immortalità dell’anima o la casualità della vita – è sostenuta con vivaci dimostrazioni intessute di frasi provocatorie, come queste pronunciate durante il pungente scambio di battute con l’abate: Continua a leggere

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (prima parte)

Isola Eco

Non sono mai ingenue né scontate le strategie che Umberto Eco mette in atto per profilare i personaggi dei propri romanzi. Non sorprende quindi che l’eroe dell’Isola del giorno prima, Roberto de la Grive, sia posto tutto sotto un particolare sigillo, onirico e sfumato, che investe il modo di allacciare i segni e gli indizi del mondo esterno, la maniera in cui l’autore edifica il mondo narrativo, il tipo di linguaggio adottato e, non ultima, la struttura della fabula. Per far ciò Eco anagramma alcuni spunti generati dalla lettura di Sylvie di Gérard de Nerval, in particolare trasferendone all’Isola il gioco a effetti di nebbia, non solo dotando il dettato di particolari risultati estetici, ma inserendo un reagente chimico di volta in volta capace di fare più evanescente o più chiaro un qualche elemento del testo. Continua a leggere

Sulle illustrazioni del ‘Nome della rosa’

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Pianta del complesso abbaziale del Nome della rosa

In ogni romanzo di Umberto Eco, la scrupolosissima costruzione del mondo narrativo  nulla lascia al caso:

Il primo anno di lavoro del mio romanzo è stato dedicato alla costruzione del mondo. Lunghi regesti di tutti i libri che si potevano trovare in una biblioteca medievale. Elenchi di nomi e schede anagrafiche per molti personaggi, tanti dei quali sono stati poi esclusi dalla storia. Vale a dire che dovevo sapere anche chi erano gli altri monaci che nel libro non appaiono; e non era necessario che il lettore li conoscesse, ma dovevo conoscerli io (Postille a ‘Il nome della rosa’, Milano, Bompiani, 1983, p. 17).

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Umberto Eco. Un ricordo attraverso tre libri

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di Guido Michelone

Umberto Eco era in Italia l’uomo di cultura per antonomasia e al contempo l’intellettuale più famoso all’estero. Esistevano tanti Umberto Eco: il semiologo, il professore, il romanziere, il saggista, il reporter della quotidianità e lo storico dell’estetica. L’Eco narratore nasce nel 1980 con Il nome della rosa, forse il romanzo migliore: da allora ne seguono altri sei: Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), Il cimitero di Praga (2010), Numero zero (2015). Continua a leggere

Il ‘numero zero’ di Umberto Eco

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di Guido Michelone

Il nuovo romanzo dell’ottantatreenne studioso alessandrino viene ambientato nei primi anni Novanta, all’indomani dell’operazione Mani Pulite sulla ‘Milano da bere’, quando, proprio nel capoluogo lombardo, viene riunita la fantomatica redazione del nuovo quotidiano “Domani” che dovrà essere stampato, in prova, per dodici numeri all’anno, fin tanto che il finanziatore (classico bauscia meneghino) deciderà se pubblicarlo regolarmente ogni mattina. Continua a leggere

“Bruciate i libri!”, il benessere di quei brividi

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di Max Ponte

10 dicembre 2013, un post su Facebook fa il giro del web, è la libreria stessa a scriverlo: «Alcuni manifestanti della protesta dei “Forconi” (un piccolo gruppo di giovani, probabilmente studenti, ndr) un’ora fa sono entrati alla libreria Ubik di Savona, urlando davanti ai clienti “Chiudete la libreria !! Bruciate i libri!!” Continua a leggere

Contemporaneità da leggere (e studiare). Niola e Eco

FESTIVAL FILOSOFIA 2010

Contemporaneità da leggere (e studiare)
Riflessioni attorno a due testi di Marino Niola e Umberto Eco

di Guido Michelone

Si può descrivere in modo serio la nostra contemporaneità? in altre parole c’è modo di leggerla e studiarla in maniera approfondita senza ricorrere al gossip o all’effimero di quasi tutti i mass media. La risposta sembrerebbe affermativa stando a quanto ci riferisce Marino Niola, che di mestiere fa l’antropologo della contemporaneità all’Università Suor Orsola Benincasa (Napoli); è l’autore di un bel libro recente che ha chiamato semplicemente Miti d’oggi (Bompiani) che rifà il verso, sin dal titolo, alle celebri Mythologies (in italiano appunto Miti d’oggi presso Einaudi) che il semiologgo francese Roland Barthes scrive addirittura alla fine degli anni Cinquanta. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.28: Diverse voci su un unico Eco. Su Aa. Vv. “Umberto Eco. L’uomo che sapeva troppo”, a cura di Sandro Montalto

Diverse voci su un unico Eco. Su Aa. Vv. Umberto Eco. L’uomo che sapeva troppo, a cura di Sandro Montalto, Pisa, ETS, 2007

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di Giuseppe Panella*


Nato per festeggiare Umberto Eco al di là di ogni occasione possibile (sia accademica che personale e persino puramente occasionale), il volume coordinato da Sandro Montalto offre la possibilità di guardare allo scrittore di Alessandria con occhi diversi e più “ingenui” da quelli di chi pratica per mestiere il mondo delle recensioni letterarie o delle ricostruzioni storico-teoriche. Ventitré interventi diffusi sul vastissimo territorio frequentato da Umberto Eco permettono di verificare le sue incursioni nei settori più ampi e più diversi alla luce del comune interesse rivestito dal soggetto della ricostruzione stessa nell’ambito della scrittura come punto di riferimento comune. All’interno del volume si possono trovare testi relativi alla sua opera (i primi sette), due saggi (quelli di Cardini e Isotta semplicemente dedicati a Eco ma non concernenti la sua produzione), altri testi di ricordo o testimonianze o di amicale considerazione per l’uomo e l’opera – sintomatici al riguardo quelli di Giulio Andreotti, di Maurizio Costanzo e di Renzo Paris che in versi ammette di essere dalla parte degli sconfitti, di quelli cioè che l’editoria ha emarginato in nome del “romanzo postmoderno”) e, alla fine, testi “creativi” come riflessioni su Eco studioso di enigmistica, immaginari dialoghi con lui stesso o tra i suoi personaggi e altri ancora di invenzione (Sherlock Holmes e il dottor Watson che si confrontano con Guglielmo di Baskerville e il suo discepolo Adso) e, infine, un anagramma tutto per lui (Truce Boemo ovvero Umberto Eco !).

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Il cimitero di Praga, di Umberto Eco

di Ezio Tarantino

La seconda legge di Ranganathan recita: “Ad ogni lettore il suo libro”, e la terza  “Ad ogni libro il suo lettore”. Chi era Shiyali Ramamrita Ranganathan? Un matematico e bibliotecario indiano (chi ne voglia sapere di più clicchi qui). Nel mondo della biblioteconomia si è guadagnato un posto nell’empireo grazie al suo sistema di classificazione “a faccette” e, ancora di più, per l’emanazione di quelle che sono universalmente conosciute e citate come le cinque leggi di Ranganathan. Ovvero l’architrave ideale su cui si sostengono le biblioteche, regolando in modo semplice e senza troppe mediazioni intellettuali il rapporto fra l’istituzione e i suoi utenti.Tutto questo per dire che se è vero, ed è verissimo, che ogni lettore ha i suoi libri, e viceversa, non dovrei star qui a parlar male di un libro che, palesemente, non è il mio libro.
Tuttavia, poiché mi è stato regalato, e da persona cara, ho voluto cogliere l’occasione per mettermi, come dire, in pari, con la letteratura di grande consumo.
Il libro è, come avete visto dal titolo dell’articolo, Il cimitero di Praga, di Umberto Eco.

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Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”

Umberto Eco, Il cimitero di Praga (Bompiani – 2010)

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di Amedeo Buonanno

Il solo personaggio inventato di questa storia è il protagonista, Simone Simonini […] tutti gli altri personaggi […] sono realmente esistiti e hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono in questo romanzo” (pag. 515). Questo scrive Umberto Eco alla fine del suo ultimo romanzo “Il cimitero di Praga” ed è per questo motivo che partiremo dalla Storia, quella vera, in cui si segue la nascita de “I protocolli dei Savi di Sion” con la successione dei testi che ne hanno ispirato la genesi e ne vedremo l’intreccio con la storia, quella di finzione, che Eco crea usando il protagonista Simonino Simonini.

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Errata corrige (a proposito di Eco)

da qui

Apprendo che c’è un refuso all’origine de Il nome della rosa. Il famoso distico con cui si conclude il romanzo sarebbe in realtà questo: “Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus”. L’allusione è al declino della città eterna. Mi chiedo se un capolavoro dell’arte o della letteratura possa scaturire da un errore. Si affacciano il nome di György Lukács e il suo realismo, le descrizioni ottocentesche e la loro ossessiva precisione. Mi viene in mente persino la Bibbia, col suo ruach elohim, premesso alla creazione, che non sarebbe lo Spirito di Dio, ma un vento fortissimo sull’abisso informe. Sta a vedere che tutto nasce da un equivoco, che il mondo va avanti solo perchè qualcuno si è dimenticato di correggere.

Ircocervi. Eco-grafie del sapere

di Santi Barbagallo

Per gli appassionati del genere, e per quelli (pochi) che ancora non lo conoscono, propongo una serie di giochetti di parole (preferisco “giochetti” perché si tratta, in fondo, di pratiche erotografiche il cui fascino è inseparabile da un certo languore pomeridiano, dopo che si è mangiato molto, e bene…) o di “macchine affabulatrici” che Umberto Eco ha ideato, assieme ad amici e collaboratori, come stratagemma per ammazzare il tempo tra un simposio di filosofia e l’altro (resta da vedere comunque fino a che punto questi aperitivi con le olive non costituiscano, per i più ingordi, il degno sostituto di un pasto completo, o la scusa per far finta di mettersi a dieta…). La contingenza mi è offerta da una recente rilettura del “Secondo Diario minimo”, di cui posseggo la prima edizione (Fabbri-Bompiani, Milano 1992).

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Nomi e personaggi

A Manzoni ci sono voluti quasi vent’anni perché Fermo diventasse Renzo e l’avvocato Bezzola diventasse Azzeccagarbugli. Dal punto di vista della scelta dei nomi, si può dire che siano stati anni ben spesi?
Conosco almeno una persona (o forse due) che considera “Azzeccagarbugli” una caduta di stile, una specie di irruzione del commissario Basettoni o di Archimede Pitagorico in pieno Seicento lombardo. In effetti, Bezzola andava benissimo. Che motivo c’era di cambiarlo? Era sottilmente allusivo: bézzola è il nome dialettale della betulla, albero sempre pronto a piegarsi nella direzione in cui tira il vento (e non solo la burrasca, ma anche uno zefiro, una bava, un sospiro). Era il nome perfetto per un avvocato intrigante. Ma Manzoni deve aver pensato che il mozzorecchi andava presentato dal punto di vista di Renzo, Agnese e Lucia, gente “vile e meccanica” che non avrebbe saputo cogliere il significato allegorico della betulla. Continua a leggere