Nome al tavolo Blackjack ” di Valter Binaghi. Recensione Giovanna Marras

valter binaghi

 

 Chi è Blackjack, il personaggio chiave dell’ultimo romanzo “ Nome al tavolo Blackjack ” di Valter Binaghi, morto nel Luglio del 2013.

Forse qualcuno che abbiamo conosciuto, un eroe, oppure l’antieroe di manzoniana memoria.

Blackjack è un uomo solo, che in modo scanzonato cerca di cavalcare le onde tempestose della sua esistenza. Lo fa in maniera apparentemente facile, gioco d’azzardo, donne e intrighi sembrano essere il fulcro della vicenda, ma è solo questo?  No, è ben altro! Il romanzo è una metafora su come affrontare la vita, su come ogni giorno sia una lotta per restare saldi ai propri principi, il gioco è solo uno dei modelli. Il baro, l’uomo che da sempre sta sul crinale, è colui che guarda bene in faccia il proprio destino. Non chiede sconti, nessuna pietà, solo qualche attimo di pace per il riposo, parentesi che spesso gli è negata. Egli non può e non deve distrarsi: basta un attimo e la partita è persa. Continua a leggere

MARCO ROVELLI – Per Valter Binaghi

Valter Binaghi se ne è andato guardando in alto, verso il cielo. “Lo spirito si libera”, mi ha scritto nella mail che ho ricevuto da lui un paio di settimane fa. Non ha nascosto la morte che veniva, ma l’ha guardata in faccia. E ha voluto consegnare ad alcuni suoi contatti quella che lui stesso ha definito “un’eredità”: uno scritto assai articolato (Valter insegnava filosofia) cui ha lavorato negli ultimi mesi della sua vita sulla “conoscenza simbolica”, ovvero sul valore di conoscenza di simboli, metafore e analogie, “laddove i concetti risultano indisponibili o inadeguati”. Ed era così che Valter praticava la letteratura: “come costruzione di simboli, forme articolate in cui si allude come si può all’indefinibilità del mondo”. Valter ha scritto nove romanzi, da “L’ultimo gioco” del ‘99 a “Melissa, la donna che cambió la storia”, dello scorso anno. Il romanzo del ‘99 veniva dopo venti anni di silenzio: Binaghi infatti negli anni settanta era stato attivo nella “controcultura” dell’epoca, redattore di Re Nudo, pubblicando per Arcana libri su Pink Floyd, Lou Reed e il punk. Continua a leggere

Valter Binaghi recensisce Le monetine del Raphael sul suo blog (29.5.2012)

E’ troppo vicina nel tempo (era il 30 aprile 1993) perchè qualcuno non ricordi la scena: Bettino Craxi, il leader indiscusso di un partito di governo e di un’intero decennio della storia italiana, veniva accolto all’uscita dell’Hotel Raphael da una furibonda manifestazione di indignazione popolare con relativo lancio di monetine, dopo che la Camera dei Deputati aveva negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Era l’apice di “Tangentopoli” e nello stesso tempo la fine del sogno italiano, un sogno che durava dall’epoca del boom economico degli anni Sessanta, quello di fare dell’Italia un paese moderno e civile. Che importa se appena un anno dopo uno degli uomini più vicini a Craxi, Silvio Berlusconi, provava a riproporre l’epica del “miracolo italiano” con un partito di plastica e nuovo di zecca, popolato da suoi dipendenti, avvocati e commercialisti? Berlusconi era evidentemente fasullo: la simulazione elevata alla seconda potenza, nessuno poteva credere all’innocenza di quell’immaginario, così smaccatamente cialtrone da apparire ai suoi stessi sostenitori la satira e agli altri la caricatura della politica tradizionalmente intesa. No, l’Italia era finita prima, il resto era solo conseguenza: per questo Franz Krauspenhaar, che di questo interminabile Basso Impero è un cantore spietatamente sincero, ha scelto quell’episodio come acme della vicenda che ha per protagonista uno dei suoi personaggi senza spada e senza corona. Dopo la furiosa tenerezza filiale del narratore di “Era mio padre” (Fazi 2008), ecco la parabola amara di un pittore che alla corte di nani e ballerine dell’ultimo vero satrapo italiano, ha raggiunto il successo di critica e di pubblico (per una volta non disgiunto da autentico talento), ha consumato i suoi proventi nella sfrenata disperazione dell’orgia, fino ad assistere, insieme a quello del Capo, al proprio declino fisico ed esistenziale, servendosi di tutto e di tutti (politica, amicizie, donne, sentimenti) per sacrificare all’unico idolo indiscusso: l’arte, la ricerca indefessa della forma e della sua dissoluzione, unico stile e ragione di vita possibile. Continua a leggere

Intervista a Roberta Borsani

Intervista di Marino Magliani

Persuasori di morte (OGE, 2011) è il secondo romanzo di Roberta Borsani. Un racconto di potere regolato dal male, narrato da una Borsani che predilige per le sue storie una provincia piemontese che sa di corteccia e odori di muschio e pioggia. Ma qui la storia è grande ed è come se non si parlasse solo di provincia, ma come se l’Italia intera fosse una provincia. La provincia d’Italia. Il commissario Realis ama curare le sue rose, come una specie salvacondotto, di vaccino contro l’orrore che va conoscendo, mentre indaga sulla morte di Fiammetta Uslenghi, ragazza fragile. Continua a leggere

10 buoni motivi per essere cattolici

Gentile Fabrizio,

mi metto a scriverle poche righe per dirle perché Laurana Editore ha deciso di fare un libro come “10 buoni motivi per essere cattolici” di Valter Binaghi e di Giulio Mozzi e subito mi rendo conto che, il giorno stesso dell’uscita, nutro un leggero timore. Il motivo è questo: temo che, come sempre quando si parla di cattolicesimo nell’Italia di oggi, si faccia coincidere automaticamente la fede con la Chiesa, e per questo motivo o si abbracci senza tentennamenti la causa o si storca il naso senza neppure entrare nel merito. Continua a leggere

“La spiaggia dei cani romantici” – Una recensione di V. Binaghi

Recensione di Valter Binaghi (da qui)

Cominciamo con una collocazione fin troppo facile, di quelle che piacciono ai distributori e ai librai (“Di che parla questo libro? D’amore o di morti ammazzati?” “Tutt’e due signora mia”). Abituati ai paesaggi liguri di Magliani, dove echeggiano i passi del maestro Biamonti (ma Magliani è ormai a sua volta un maestro, non deve più niente a nessuno), qui ci troviamo di fronte a un romanzo che si potrebbe definire post-coloniale. Come si vendica il colonizzato, una volta che ha nel mirino l’europeo supponente e colonizzatore, sparando una pallottola di grosso calibro o meglio distruggendone la prole a cui smercia droga purissima? Continua a leggere

I custodi del Talismano di Valter Binaghi. Altra recensione

Scopro con piacere che il romanzo di Valter Binaghi, I custodi del talismano (in vendita anche qui), ha trovato finalmente casa editrice (Sottovoce edizioni, 2010).

Ho avuto la fortuna di leggerlo ancora inedito alcuni anni fa e ne ho scritto una scheda/recensione. Credo che sia un romanzo che merita attenzione e (perché no?) buona sorte, perché è un lavoro serio, ben fatto, appassionante da leggere, opera di un bravo artigiano di storie.

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I custodi del talismano ha tema e impianto di romanzo storico, ma in esso la narrazione si eleva a consapevole meditazione sull’aura dell’oggetto simbolico, sul significato del conoscere e sulla difficile trasmissione della cultura (nel senso di sapienza) attraverso gli uomini e i tempi, e del suo intrecciarsi con la Storia. L’autore giostra con perizia attraverso i molti piani di lettura dell’opera, ed è capace di dispiegarli senza appesantire il testo, anzi arricchendo di senso un intreccio narrativo serrato, ben scritto, avvincente, divertente nel senso pieno della parola, a tratti entusiasmante.
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Valter Binaghi: degli dèi, degli eroi e degli uomini.

di Paolo Pegoraro

Pare interminabile il piagnisteo circa l’incapacità del romanzo italiano di raccontare grandi storie, lasciandosi alle spalle la stagione dei referti sociologici, della risata funerea che tutto caricaturizza, dei giochi combinatori e delle dietrologie mascherate da noir cosmici. Curiosamente però, quando un romanzo osa per davvero il colpo d’ala, l’appoggio di un grande editore non lo si trova neppure a cercarlo con il lanternino. Neppure quando – come nel caso di questo romanzo – a sostenerlo ci sono firme come Tullio Avoledo, Giuseppe Genna, Alessandro Zaccuri o Giulio Mozzi. E così I custodi del Talismano di Valter Binaghi (ed. Sottovoce, pp. 237, € 13,50), dopo aver pellegrinato di redazione in redazione, esce come primo titolo di una nuova casa editrice, il marchio Sottovoce. E dire che Binaghi non è certo scrittore di primo pelo: di romanzi ne ha già pubblicati otto, portandosi a casa anche belle soddisfazioni di lettori e di critica. Definire “stimolante” il suo percorso sarebbe riduttivo. Redattore della rivista di controcultura Re Nudo negli anni Settanta, aveva accantonato la scrittura per insegnare storia e filosofia nei licei. Per trent’anni. Continua a leggere

Vivalascuola. Un panino alla “Divina Commedia”?

La “riforma epocale” della scuola è basata su tagli di docenti, saperi risorse. Nessuna novità su programmi e didattica. “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia” dice l’on. Giulio Tremonti.

Non si creda che i classici vanno letti perché “servano” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici (Italo Calvino, Perché leggere i classici?) (vedi anche qui).

Andando oltre i numeri: il vuoto culturale
di Valter Binaghi

Capisco che, in un momento in cui la sopravvivenza stessa della scuola pubblica è minacciata come mai è stata prima, ci si concentri su dati numerici (rapporto docenti/alunni, orari e supplenze, stipendi ecc). Continua a leggere

Johnny Cash, il lungo cammino

di Mauro Baldrati

Esce per l’Arcana, storica casa editrice alternativa, con una lunga tradizione di collane di musica, meditazione, spiritualità, controcultura, Johnny Cash, di Valter e Francesco Binaghi. E’ una interessante fusion di biografia partecipata, più letteraria che analisi storica distaccata – benché la ricostruzione della vita e delle vicende di Cash sia precisa e documentata – e antologia di canzoni tradotte. Quest’ultimo aspetto è stato seguito da Francesco Binaghi, figlio di Valter, studente di 22 anni già appassionato di heavy metal, che si è cimentato con successo coi versi anarchici, malinconici, oscuri e ribelli di uno dei miti della tradizione musicale americana, che trae la sua epica dalla frontiera, dal nomadismo della Grande Depressione, i canti di lavoro del blues rurale, il gospel, i versi d’amore disperato del blues urbano, il country, l’avvento del rock’n’ roll con Elvis, il folk elettrico di Bob Dylan. Johnny Cash, nato in Arkansas nel 1932, scomparso a Nashville il 12 settembre 2003, ha assorbito fin da bambino, come un organismo onnivoro che si nutre li luce e di materia, tutti questi stili, queste tradizioni, e ha iniziato un lungo cammino di formazione alla ricerca di un proprio brand espressivo, che continuasse, rinnovandola, la classicità. Continua a leggere

Valter Binaghi, Ucciderò Mefisto

di Michele Lupo

Questo piccolo libro di Valter Binaghi è una dichiarazione d’amore. E fossimo in vena di slogan giornalistici aggiungeremmo: Valter Binaghi è l’ultimo romantico. Che oggi suonerebbe straniante non perché questo genere di affermazioni porti con sé la tracotanza di un linguaggio da rotocalco seppure midcult. E’ che presa sul serio, la scena descritta nell’affermazione è quella di un camminare a ritroso, un pensiero forte e avventuroso che marca una differenza sensibile rispetto al regime del presentismo, dell’esperienza evanescente e consumistica cui sembra voler soggiacere l’Occidente attuale Continua a leggere

Leggendo e suonando Mefisto

Reading musicale

Cioè lettura di testi e musica, due ritmi, due flussi che possono rincorrersi, cercarsi, e talvolta incontrarsi: l’introversione e l’implosione della scrittura cerca l’estroversione e la fisicità della musica; la staticità ha bisogno del dinamismo del ballo. Al Bar BLAM di Via Ronzoni 2, a Milano, domenica 28 febbraio alle 21.30 Valter Binaghi leggerà dal suo romanzo appena uscito con Perdisa Pop Ucciderò Mefisto, e canterà persino qualcosa di romantico, perché dentro al noir c’è anche una storia d’amore disperato. Lo accompagnano alle tastiere Alberto Della Vedova e Luca Lazzaroni.

Lo sguardo sul cinema di Marco Dinoi

di Valter Binaghi

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Filosofia dal cinema: non si può definire altrimenti l’opera di questo giovane studioso precocemente scomparso (1972-2008), che indaga non tanto la tecnica o l’estetica del mezzo, ma il cinema come paradigma della relazione tra soggetto, mondo e storia, capace di dare forma alla nostra percezione e “sceneggiare” le nostre vite. Dal “sembra vero!”, con cui si commentò la prima proiezione dei Fratelli Lumière al “sembra un film!” con cui molti videro nel crollo delle Twin Towers nel 2001 la replica di uno di quei film catastrofici che anticipavano l’attentato terroristico alla metropoli, c’è tutta l’evoluzione di uno sguardo che non ha più l’esperienza come criterio di riferimento, ma l’immagine in quanto tale. Continua a leggere

Acasadidio, di Giorgio Morale

di Valter Binaghi

acasadidioA volte la stanchezza del vivere trascina con sè la stanchezza del lettore: si percorre svogliatamente lo scaffale della libreria, alla ricerca di un guizzo che possa ridarti passione e ti accorgi che i titoli più strombazzati dalle pubblicità editoriali difficilmente vanno oltre le alternative dell’intrattenimento giallistico o di un espressionismo che si pretende furibondo ed è solo velleitario. Sei già lì a pensare che in fondo il romanzo ha esaurito la sua funzione storica di conoscenza, quando ha saputo denunciare l’inferno mimetico della borghesia ottocentesca in ascesa, e da allora si limita a interpretare l’angoscia esistenziale del singolo o a rimestare negli stereotipi sociali della medesima, cucinando delitti e investigazioni senza poter competere coi ritmi del cinema.
Poi t’imbatti in un piccolo libro come questo, e sei felice di esserti sbagliato.
Oggi le cose grandi, le intuizioni profonde, si presentano in punta di piedi, e osano diventare parola dopo lungo pensiero, esonerando le maiuscole e il citazionismo e affidandosi a una lingua tornata tutta cose e sentimenti, ossificata e per questo illuminante, come se l’ampia visione del poeta e e l’austera fermezza del fabbro avessero lavorato assieme per restituire allo sguardo sull’uomo una pietà sottratta alla retorica.
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Girolamo De Michele, La visione del cieco

demichele

di Valter Binaghi

Un “noir” incalzante, che attraversa come una lama gli archetipi della cronaca nera recente (infanticidio, corruzione politica, inquinamento ambientale, violenza xenofoba) a partire dall’apparente tranquillità di un paesaggio montano da “MulinoBianco”, per mostrare puntualmente il declino generazionale della borghesia italiota (ieri puritana e avidamente risparmiatrice, oggi scialacquona e debosciata).

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Vuoto centrale, di Silvia Tebaldi

di Valter Binaghi

vuotocentraleTu che leggi, anche tu lo sai che le cose sono molto cambiate. Non una catastrofe eclatante, uno tsunami o un undici settembre. E’ la realtà che è cambiata, lentissimamente, impercettibilmente, ci siamo svegliati un giorno e il mondo era senza futuro, senza suono, senza sogni. Solo una smania comune, di gridare (per sentirsi prima che farsi sentire), di essere pubblici (per vedersi prima che farsi vedere): “una civiltà morente che butta semi con furia, come per un mandato primordiale. E tutti a scoprirsi addosso dei talenti, tutti a voler lasciare un segno. Diari, confessioni, prove tecniche di fine del mondo: fioriture tardive, che l’inverno stava già per bruciare” (così scrive Silvia Tebaldi, e così può scrivere solo chi ha vero talento nelle vene).
Tu che leggi, sai anche che tutto questo è in cammino da molto tempo: un declino umano più che una folgorante apocalisse, ma anch’esso ha avuto i suoi profeti. “Non mettere l’insetto in copertina, scrive Kafka all’editore della Metamorfosi: nessuno mostri l’insetto, neanche da lontano. Lo sa benissimo Kafka, il perchè. Lui sta scavando il pozzo di Babele. E dalla morte di Gregor Samsa, rappresentante di tessuti, la letteratura si è riempita d’insetti.
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