Gusti


Lui è nostro e noi siamo suoi: non dobbiamo temere di esagerare nell’amore. Gesù fa di tutto per fondersi con noi; nei racconti degli evangelisti troviamo certamente ciò che nel Maestro risponde, addirittura, ai nostri gusti, alle nostre inclinazioni: la gloria, l’umiltà, l’abnegazione, la misericordia, lo zelo, la preghiera. Il Cristo raccomanda alla Bossis di prendere, al mattino, un brano di Vangelo e di portarlo con sé nella giornata: diventerà la chiave  dell’imitazione, il perfezionamento dell’intimità. Lui è nostro, e noi siamo suoi.

Verbo più avverbio

da qui

Molti si chiedono come sia possibile cambiare vita. C’è qualcosa che resiste, dentro, che impedisce di passare all’altra riva, com’è scritto nel Vangelo. E’ come se alla bocca dello stomaco ci fosse un buco nero, un vortice potente che annullasse ogni proposito, e rendesse vana ogni speranza. Alla fine, la persona si sente come un vulcano spento, una fontana secca, una terra inaridita. C’è un segreto per sbloccare il meccanismo, per prendere il largo, come Gesù raccomanda ai discepoli prima della pesca straordinaria nel lago di Genesaret?
Sì, il modo c’è; la formula è verbo+avverbio: accettare umilmente. All’inizio fa male, ma si sa che se il vangelo non fa male non è più vangelo (e quante volte succede, nella Chiesa). Dopo il dolore dell’inizio, si apre un orizzonte nuovo, e finalmente, oltre lo specchio d’acqua, si scorge un altro tratto di terra, un’altra riva: quello che chiamiamo “tu”.

Fabrizio Centofanti e il Vangelo come non l’avete mai letto

vangelo di fabrizio
di Guido Michelone

È obiettivamente difficile riassumere – anche perché verrebbero banalizzati – i contenuti del nuovo libro di Fabrizio Centofanti dal coinvolgente titolo Il Vangelo come non l’avete mai letto, ma è ancor più arduo collocarlo in un genere predefinito. Continua a leggere

Gesù era un narratore (e anche un marinaio)

vangelo libro
di Alessandro Zaccuri

Da quando lo conosco, Fabrizio Centofanti è sempre in vantaggio di un libro. Uno è convinto di aver appena ricevuto il suo ultimo titolo e subito ne spunta un altro, fresco di stampa. È un’officina inesausta, un laboratorio che non chiude mai per ferie. I preti, in effetti, in ferie non ci vanno, specie quelli come don Fabrizio, che il carisma delle periferie lo hanno coltivato con convinzione anche prima che il concetto godesse della pur meritata popolarità. Continua a leggere

Cesare e Dio

da qui

L’omelia era un genere letterario. Oggi è un modo per far sentire la voce del vangelo tradotta nella lingua del nostro tempo: parole in bilico su lunghezze d’onda diverse, sempre sul punto di essere fraintese, travisate, strumentalizzate. Per una volta, sfidando i livelli della realtà, l’incrocio tra missione e virtualità, ho pensato che valesse la pena, su un tema delicato come quello del rapporto tra fede e politica, condividere un’esperienza circoscritta, in genere, a coloro che superano la soglia materiale della chiesa. C’è una soglia spirituale che viene oltrepassata da un numero molto maggiore di persone; e queste persone potrebbero incontrarsi al di là dell’adesione a una confessione religiosa, sul terreno di un rinnovamento necessario dei rapporti economici, politici e sociali. Per una volta.

Perché?

da qui

Oggi mi hanno rimproverato, con una smorfia di disprezzo. Mi colpisce sempre, non perché ignori che è la norma per chi annuncia il vangelo, ma perché mi chiedo cosa leggano, queste persone, nel vangelo. Il testo proposto, per la festa dell’Assunta, era il Magnificat, che parla di potenti rovesciati e di poveri innalzati. Non credo ci sia da interpretare. E’ un dettato limpido, da cui traspare la potenzialità rivoluzionaria del pensiero di Cristo. Ho detto che non è una lotta armata, anche se il potere a volte è così forte da esserne tentati. Ho detto che non è un’utopia, perché la comunità cristiana mette gli ultimi della terra al primo posto. Ecco perché i verbi del Magnificat sono al passato, invece che al futuro: ha spiegato, ha soccorso, ha rovesciato: sta già cominciando ad accadere, è già accaduto. Mi hanno sibilato il disprezzo al momento della pace. Alla fine della messa lancio sempre il mio avviso spirituale, dopo quelli di routine della settimana pastorale. L’ho formulato così: quando nasce Gesù, Erode e tutta Gerusalemme rimangono turbati: perché? Quando si annuncia un vangelo come questo, alcuni rimangono turbati: perché? Cosa avranno da temere? Forse la risposta è troppo chiara per essere accettata, troppo limpida per non essere costretti a travestirla.