Venezia ho paura di perderla tutta in una volta

Dopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva al sovrano le risultanze delle sue ambascerie. D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta, Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchez­za. – Dimmi ancora un’altra città, – insisteva.

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Destinato

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L’uomo, a Venezia, va in cerca di tracce del passato, che ha prodotto, pezzo per pezzo, la città più bella e illogica del mondo, riempiendo ogni cuore di ricordi, visioni, nostalgie. E’ convinto che aggirandosi tra i ponti, fissando le pareti delle case, cariche di muschio, sentendo la gondola oscillare col tonfo sordo d’ogni specie galleggiante, possa trovare un senso all’amarezza che si accumula, attimo per attimo. Non sa che in quegli scorci d’altri mondi, nei colori improbabili al tramonto, nei rii che racchiudono il cosmo in un imbuto, sta scrutando, al contrario, il suo futuro: il richiamo struggente, lo strappo necessario, il bacio di Giuda che per trenta denari l’ha venduto, ignorando che ogni tono di colore, ogni piega delle rogge, il ciuffo d’erba abbarbicato ai basamenti, sono la prova che il tempo – anche il più debole e consunto – è destinato a risorgere dall’acqua opaca dei canali, dalle sponde arrugginite, dal legno infracidito delle barche.

Lo sfondo sinistro

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Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso: una frase misteriosa di Gesù. Come l’altra, di Giovanni il battezzatore: dopo di me viene uno che vi battezzerà in spirito santo e fuoco. Noi, inguaribili romantici, pensiamo subito al fuoco dell’entusiasmo, alla passione ardente. Il senso è un altro: chi non matura fino alla dimensione dello spirito, fallisce la meta della vita, la brucia, la riduce a nulla. Il fuoco è lo sfondo sinistro di un dono prezioso rifiutato: distrugge, non bisogna mai dimenticarlo.

Per Venezia

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Sessantamila abitanti, considerando le isole. Quanti saranno fra un decennio? Dieci, azzarda qualcuno. Della favolosa città non resterà più nulla. Centosette centimetri d’acqua, l’altro ieri. Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, dopo che sbagliai concorso e fui costretto a scrivere di un Boccaccio che si trasfigurava, per la rabbia, in un pericoloso terrorista, trasgressore della purezza letteraria. Mi persi nei carrugi come nella mia mente di giovane sommerso dai problemi. L’acqua mi arrivava alla gola, minacciosa, come nelle strade di questa fragile leggenda. Credevo di affondare, ma qualcuno tese una mano,  inaspettatamente. Chissà se il miracolo si ripeterà, se  accadrà lo stesso per Venezia.

Da decifrare

riva-degli-schiavoni

Mi sono accorto all’improvviso di dover celebrare due matrimoni nello stesso giorno: non starò esagerando? Dovrei fermarmi, riposare, trovare la necessaria lucidità. Mi viene in mente un concorso a Venezia per un posto da ricercatore in letteratura italiana: pensavo fosse per titoli e avevo preparato l’elenco delle pubblicazioni. Arrivato in città, bruciai quasi tutti i soldi al parcheggio multipiano. Qualche ora dopo scoprii che il concorso consisteva in una prova scritta. Continua a leggere