Sotto gli ossessivi iridati cieli di Villa Dominica Balbinot

Villa Dominica
di Augusto Benemeglio

1. Creatura femminile.

Qualcuno come Pietro Citati ha paragonato la struttura della lingua italiana a un’immensa creatura femminile, simile alla gigantessa negra di cui parlava Baudelaire. Lo scrittore sa di dipendere completamente da lei: ne è schiavo; potrà scrivere solo ciò che lei gli permette. Ma, al tempo stesso, egli sente di esserne signore assoluto. Continua a leggere

QUELLO ERA IL GIORNO

di Villa Dominica Balbinot

Quello era il giorno. Sarebbe stato il giorno, o almeno lo avrebbe dovuto essere – chissà mai… doveva, doveva esserlo, dopotutto – si disse; lei avrebbe fatto tutto perch potesse esserlo.
E allora guardò attentamente il panorama, guardò minuziosamente quel panorama angolare, prospettico rispetto a ciò che si poteva scorgere dalla finestra della camera da letto – angolare anch’essa e in alto rispetto a quella particolare abitazione stretta e rientrante. Era ubicata in una superficie dall’aspetto vagamente simile a un trapezio sghembo, compressa e ben presto in ombra, nei giorni brevi dell’inverno, ma si dilatava nella scenografia esterna di un verde parossistico che, sulla linea dell’orizzonte, era racchiuso da uno zigzagare di profili digradanti e non omogenei di quelli che si sarebbero potuti definire collinette e dossi, a stabilire il perimetro di uno spazio a conca e nel contempo spezzato, di curve e controcurve, di una struttura morfologica labirintica – non esatta – di spinte e controspinte – di un assestamento geologico mai avvenuto, di un monte avvolto maniacalmente su se stesso e che mano mano si determinava a defluire -con una base di diametro a crescere deforme – avvolgendosi su se stesso come un rettile preistorico, per rinculare al termine ultimo contrassegnato dal letto incassato di un torrente di un paese più grande che – quando non vi erano nebbie umidissime a nasconderlo – poteva essere visto da più di uno dei diversi punti della cintura circolare della frazione in cui lei abitava. Continua a leggere

Da “Febbre lessicale” di Villa Dominica Balbinot

 (un dipinto di Villa Dominica Balbinot)
 
Vi presento un’autrice misteriosa,  gentilissima  nel dialogo epistolare che ho intrattenuto con lei in occasione del suo primo libro di versi, Febbre lessicale, e tuttavia suscitatrice in me della subitanea impressione che come un manto scuro la avvolgesse un alone retrostante difficile da penetrare: sofferenza, forse? O una conoscenza di forze elevate e ignote? Non so, ma sono certa che non sgorghi da spazi consueti la sua poesia profondamente inquietante, venata di nero e bagnata di sangue; come una sorta di maledizione che va alla ricerca visionaria di uno squarcio di luce, e si snoda emorragica tra misticismo e anatomia, con sguardo a volte ossesso a volte ossessivo. La lingua si costruisce di conseguenza, forzando le parole sulle corde del lapsus, degli inattesi forestierismi, dei ricalchi grammaticali di invenzione, con i quali Villa Dominica Balbinot forgia ed espone il midollo dei suoi versi in modo espressionistico e inverecondo, in una febbre lessicale di radicale spietatezza.

IN CERCA DELL’ABERRAZIONE
Con irrimedibile
– e torta –
disgiunzione della postura
davanti a una stazione
della via crucis
(mio preferito tropo)
mi muovo,
nel rotatorio impulso
impresso da una mola.
In cerca dell’aberrazione
della luce.
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“Piccolo ritratto” di Villa Dominica BALBINOT

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Le sembrava una montagna, una montagna di carne, con la parte inferiore- gli arti, con le cosce massicce come tronchi, o come zampe di elefante viste le dimensioni abnormi- che stranamente veniva definita da una dismisura strabordante a partire dai fianchi, fianchi che dato il diametro che si accentuava ai bordi rispetto al già ampio torace avevano l’aspetto di qualcosa di incongruo assemblato a casaccio, dato che la parte superiore sembrava di un’ altra misura, più sottile, anche se non di molto, solo di quel tanto che dava appunto un senso di disarmonia. Il maglione grigio di lana pesante rimaneva sollevato in alto, come le camicette a pancia nuda delle
adolescenti alla moda. Continua a leggere

Una poesia di Villa Dominica Balbinot


L’ARRASAVA COME IL CRANIO

Quell’anima era solo una animuncola
(aveva fallito il suo destino, aveva)
sbandava, e fin infebbrava poi,
da una certa sua contrazione nera,
lì nell’inghiottitoio,
tra i brevissimi furiosi feticci,
e con quei pochi inesausti a torturare.
(lì ,sulla soglia del grado vuoto,
nel grande spazio nudo
e di un cielo scavo) Continua a leggere

“Il sentiero” di Villa Dominica BALBINOT


Il sentiero – o per essere più esatti la strada sterrata che dalle ultime propaggini della frazione si snodava polverosa tra campi non tutti coltivati verso la vecchia strada non più ricostituita dopo la frana – era ondulato e a saliscendi, e sulla destra presentava panorami contornati d’azzurrino, pendii declinanti e, in alcuni punti, quasi scoscesi. Continua a leggere

Villa Dominica BALBINOT – Quattro poesie


FEBBRE LESSICALE

Incateno allora le parole
al canone impuro
di febbre lessicale,
all’invisibile vaglio
di intendimento sotterraneo.
Poi le inanello
– decerebrate e affossate
come conche –
in nevrosi esangue,
nella rassegnazione contemplativa,
nel quietismo del sermone,
rivelatrici chimiche
di ipotesi congelata.
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