Nino De Vita, “Òmini”

di Manuel Cohen

De VitaSebbene non scriva versi per canzoni e non coltivi particolarmente la musicalità e la rima, un appartato, immaginiamo anche per scelta personale, come un Roversi del Mezzogiorno, lontano dai riti dell’editoria, eppure vitale autore che in questi anni ha stampato in proprio diverse suite di versi, alcune delle quali raccolte ora in Òmini, è Nino De Vita, senza ombra di dubbio uno dei massimi poeti italiani in circolazione – sul quale sono state scritte pagine critiche memorabili, tra gli altri, da Enzo Siciliano e da Emanuele Trevi. Ricorda molto e si ispira a quella lingua dell’oralità, tanto cara a Ignazio Buttitta, la cui sopravvivenza si deve in gran parte ai cantastorie che animavano le piazze e i centri abitati della Sicilia e del Sud.

Le poesie di De Vita hanno più di qualcosa di raro, di unico, nella prosodia e nel ritmo, nell’ostensione di una rara levità, nella molta umanità e nei sentimenti espressi con misura, garbo e pudore. Sono innanzitutto lunghe, articolate narrazioni, affidate a strutture di versi pressoché brevi che ruotano intorno al settenario. Da anni l’autore scrive in questa maniera, elaborando poemetti suddivisi in paragrafi, parti infinitesime di un discorso mai finito e mai pago. È come se le strutture canoniche o quelle rastremate e minime proprie di tanta lirica neodialettale squisita e preziosa, come pure di tanta versificazione in lingua, non fossero per lui bastevoli a dire il continuum di un mondo di uomini, di vicende e di ricordi. Continua a leggere

Ancora per Vincenzo Consolo (a un anno dalla scomparsa)

Esercizi di cronacadi Massimo Maugeri

Un anno fa, il 21 gennaio 2012, è scomparso Vincenzo Consolo. Nato in Sicilia, a Sant’Agata di Militello, il 18 febbraio 1933, Consolo è stato uno dei maggiori scrittori italiani contemporanei. Uno degli ultimi “testimoni”, appunto, del nostro Novecento letterario. Il suo approccio narrativo era senz’altro originale. I suoi, non sono veri e propri romanzi (intesi in senso tradizionale). “Non si possono scrivere romanzi”, sosteneva, “perché ingannano il lettore”. Il suo linguaggio fluiva, ricco, verso forme di scrittura intense e avvolgenti. Impossibili da “imbrigliare”.
Ha esordito per Mondadori nei primi anni Sessanta con “La ferita dell’aprile”; il grande libro – giunto nel 1976 – è “Il sorriso dell’ignoto marinaio”. E poi le altre opere, tra cui: “Retablo” (1987), “Nottetempo, casa per casa” (1992, con cui vinse il Premio Strega), “L’olivo e l’olivastro” (1994), “Lo spasimo di Palermo” (1998), “Di qua dal faro” (2001).
Mi piace riportare questo stralcio di intervista (datata 2 agosto 2010), dove Consolo mi raccontò “i suoi inizi” e del suo primo incontro con Vittorini.
«Dopo la laurea sono rientrato in Sicilia. Il mio secondo arrivo a Milano è del ’62. Trovai la città ricostruita, rispetto a quella vista negli anni Cinquanta. Ero tornato perché mi accingevo a pubblicare con Mondadori il mio primo romanzo, “La ferita dell’aprile”. Mi avevano convocato, con un telegramma, alla sede della Mondadori di via Bianca di Savoia per rivedere il testo insieme a Raffaele Crovi, che all’epoca svolgeva la funzione di redattore (dopo esser stato collaboratore di Vittorini ne “I Gettoni” e nella rivista “Il Menabò”). Ricordo che leggemmo il testo insieme. Voleva che modificassi il linguaggio, ma mi opposi. Mi rifiutati anche di inserire un glossario alla fine del libro. Il romanzo fu poi pubblicato in una collana diretta da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo, chiamata “Tornasole”. In quell’occasione – proprio lì alla sede della Mondadori – una ragazza mi accompagnò nell’ufficio di Vittorini, che voleva conoscermi. Ci presentammo, ma scambiammo poche parole, più che altro di circostanza. Ricordo in particolare una sera, mentre uscivo dalla casa editrice. Pioveva a dirotto, e mi fermai nell’atrio. Continua a leggere

Gualberto Alvino. *La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino*, Loffredo Editore 2012

Prefazione di Pietro Trifone:

Prima di copertina

Sembra che nell’orizzonte della scrittura contemporanea non possa più trovare un posto di rilievo il tradizionale lavorio della forma, la ricerca dell’espressione nobile e ornata. Messa in crisi dalla lingua di plastica e dallo stile semplice, dalle frasi fatte e dall’insolenza gratuita, dagli sms, dai tweet e dai post, la parola inusitata e difficile — la parola verticale, maestosa e impervia come una parete dolomitica — viene ormai considerata quasi alla stregua di un presuntuoso rompiscatole da tenere a debita distanza. Sorte non dissimile è toccata alla callida iunctura dei nostri cari e ormai polverosi manuali di retorica, la combinazione di parole insieme raffinata, estrosa e pregnante. Continua a leggere

Migrazione, la civiltà come arte della fuga

[ripubblico un articolo dello scrittore Consolo, già pubblicato sull’Unità del 18 settembre 2007, perché mi sembra di grande attualità e perché mi sembra dotato di una notevole e larga prospettiva. a.s.]
di Vincenzo Consolo

Il muro di acciaio che venne eretto a Padova nell’agosto del 2006 per dividere il quartiere degli immigrati dalle zone residenziali

Il muro di acciaio che venne eretto a Padova nell’agosto del 2006 per dividere il quartiere degli immigrati dalle zone residenziali

Mondo globale. La storia e il mito insegnano: sono sempre i fuggiaschi a creare nazioni e culture. Il Mediterraneo coi suoi millenari movimenti migratori lo dimostra. E gli italiani, popolo migrante, dovrebbero capirlo piu’ degli altri. Achei, dori, italioti furono tutti popoli esiliati ma capaci di costruire nuovi mondi e nuovi assetti di convivenza etnica. L’esempio dell’Islam in Sicilia a partire dal IX secolo d.C. Una fioritura davvero prodigiosa che lasciò tracce indelebili. Tutta la storia moderna della penisola dopo l’Unità fu segnata dallo sradicamento di milioni di individui trapiantati altrove.

Addio città
un tempo fortunata, tu di belle
rocche superbe; se del tutto Pallade
non ti avesse annientata, certo ancora
oggi ti leveresti alta da terra.
(Euripide, Le Troiane)

Presto, padre mio, dunque: sali sulle mie spalle,
io voglio portarti, né questa sarà fatica per me.
Comunque vadan le cose, insieme un solo pericolo
una sola salvezza avrem l’uno e l’altro. Il piccolo
Iulio mi venga dietro, discosta segua i miei passi la sposa.
(Virgilio, Eneide)

Questi versi di Euripide e di Virgilio vogliamo dedicare ai fuggiaschi di ogni luogo, agli scampati di ogni guerra, di ogni disastro, a ogni uomo costretto a lasciare la propria città, il proprio paese e a emigrare altrove. Sono dedicati, i versi, agli infelici che oggi approdano, quando non annegano in mare, sulle coste dell’Europa mediterranea, approdano, attraverso lo stretto di Gibilterra, a Punta Carmorimal, Tarifa, Algesiras; approdano, attraverso il canale di Sicilia, nell’isola di Lampedusa, di Pantelleria, sulla costa di Mazara del Vallo, Porto Empedocle, Pozzallo… La storia del mondo è storia di emigrazione di popoli – per necessità, per costrizione – da una regione a un’altra. Continua a leggere