Domande

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In molti ci chiediamo cosa sia ciò che passa sotto il nome di Isis. Inorridiamo di fronte alle sue gesta, alla violenza esibita come fosse uno spettacolo horror, offerto in un cinema d’infimo livello. S’alza un coro di guai, gridolini paurosi o urla di sdegno, sospese tra la rabbia e l’impotenza. Sempre più, tuttavia, si fa largo una domanda: chi lascia scorrazzare indisturbata questa banda di crudeli tagliagole? Chi tra i potenti, che facilmente potrebbero annientarli, ha interesse che portino scompiglio in certe zone chiave del pianeta? Quanto dovrà nuocere la nuvola di gas velenosi prima di finire nel nulla da cui è uscita?

Spine

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Dal tuo rifiuto viene la mia vita,
dai bastioni che innalzi appena sveglia
per respingere in tempo la corona
di spine, per riprendere colore
dopo il collasso di certezze, l’orlo
raggiunto dal lontano mormorare
del vento, quella che chiamano Ruach
i rabbini del Tempio. In fondo al mare
c’è la perla preziosa: per brillare
ha bisogno di te, del tuo scontento.

82. Istante

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Perché sei tornata? Pensi che una città possa cambiare prospettiva alla tua vita? Non confondi l’arte e l’esistenza? Come puoi pensare che il ponte pieno di negozi, di gente che guarda le vetrine, il riflesso dell’acqua in cui si specchiano i sogni, facciano di te una Dalia che cambia finalmente pagina, come lo scrittore che davanti al foglio bianco freme all’accavallarsi delle immagini, si emoziona a una svolta della storia, ti vorrebbe capace di dire anche di no, di prenderti il tuo, di non essere fedele a tutti i costi, perché la fedeltà ti sta svuotando e solo se incontrassi un uomo vero potresti dare una scossa a una trama che rischia d’ingolfarsi? Continua a leggere

76. Righe

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Bisognava conquistare il Nord, per impedire che il movimento si arenasse.
Le solite critiche: patteggia con i bianchi, ottiene che i ghetti si disinfestino dai topi; bella vittoria, dottor King!
Una rosa è una rosa, un labirinto di petali, un cartoccio rosso di sogni.
Fu allora che decisi per la marcia nel quartiere peggiore, il più razzista.
Due anni dopo, si sarebbero ribellati al mio assassinio, i negozi distrutti e saccheggiati, le case in fiamme. Continua a leggere

90. Quel tutto

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Gad ha un’espressione enigmatica, mentre mastica gli gnocchi di patate: inquadra l’angolo bar, moderno come tutto il resto; dal soffitto pendono due lampade enormi e stilizzate; sulla destra, in fondo, c’è una specie di vetrina in cui non riesce a distinguere gli oggetti, di colore scuro. Avigail ha un’aria agitata: i grandi occhiali scuri non riescono a nascondere il nervosismo che irrigidisce i muscoli e la costringe a battere le dita sul tavolo di legno. Continua a leggere

89. Ha – Motsa

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E’ un altorilievo senza pretese di originalità: due personaggi colti nel momento del massimo stupore, davanti a un terzo a braccia aperte, con le palme rivolte verso l’alto; lo sfondo dorato ricorda che una presenza preziosa si rivela nel momento in cui meno te lo aspetti. Continua a leggere

85. Perfettamente liscia

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Anche questo è esagerato, pensa Ismail: una colonna centrale a vetri illuminata, con una palma che tocca la base del secondo piano; le altre si aprono a ventaglio con due finestre a testa, rampicanti che franano come ricci scuri sulla fronte di una donna. Al piano terra si succedono l’atrio infinito e l’altrettanto gigantesco refettorio; non si capisce quale sia la hall, poiché una serie di sale distribuisce spazi d’intrattenimento, d’incontro, di lavoro. Continua a leggere

28. Forze

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La gente va e viene, come sempre; in un angolo si forma un crocchio di persone; gli ebrei ortodossi si riconoscono dall’abito nero e il cappello a cilindro, ma tra loro ci sono differenze: gli adulti hanno la barba, i ragazzi sono glabri e per loro il copricapo è un peso, sventola a destra e a sinistra, o verso l’alto; anche la giacca è più aperta e balza in primo piano la camicia bianca, come se la giovinezza volesse più luce, da dare e da ricevere; i turisti hanno magliette colorate, capelli rossi e biondi, l’aria di chi sta lì per caso. Continua a leggere

14. Cupole

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Qubbat al-Ṣakhrā’, Kippat ha-Sel‘a, la Cupola della Roccia domina il panorama di case, alberi, archi, grattacieli. Da qualunque parte si guardi la città, l’occhio è colpito dall’oro che manda bagliori tutt’intorno. Il mondo è giallo: un limone, una banana, un canarino; un pompelmo, un pulcino, un peperone; contro il nero della notte si battono la luna, le stelle e la cupola accesa come le luci a spina dei bambini, per chi ha paura del buio o della vita. Continua a leggere

13. Suocere

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La casa in pietra è suggestiva, riporta alla memoria un tempo che fu, e che in fondo resta sempre. Due letti appaiati sotto un soffitto a cassettoni, tre quadri alle pareti, un tavolo minuscolo e una sedia delle stesse proporzioni, un mobile antico, color sabbia. Nel giaciglio più vicino alla porta è coricata una donna, una smorfia di dolore in fondo agli occhi. Una suocera è sempre una suocera: Shime’on si avvicina con prudenza, come temendo di essere invadente. Continua a leggere

7. Shlomtsione

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E’ il punto più stretto del canalone nel deserto: Yehochoua è stanco e affamato, dopo giorni di digiuno. Si siede, appoggiandosi alla parete irta di spigoli. La vista si annebbia, la coscienza è legata a un filo confuso con gli strati multipli del canyon, un’ipnosi progressiva lo trascina in dimensioni più profonde, o più superficiali; l’ombra assume la forma di una donna magra, dai capelli rosso-biondo, coperta da un velo trasparente, con un seno scoperto perfettamente sferico. Gli occhi intensi, di un colore indefinibile, lo fissano senza lasciargli via di fuga; le sopracciglia fini, un sorriso enigmatico appena accennato e come scolpito nella roccia lo mettono alle corde. Continua a leggere

37. Il morso

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Teodora è contenta che Brice Cento non sia morto: è abituata al crollare repentino, al mondo eternamente in bilico, alla crepa inaspettata, nel convento fatiscente ridotto a rifugio per gatti e scarafaggi. E’ il punto di partenza, forse, a evocare scenari di riscatto e redenzione, restauri imprevedibili, esiti salvifici rocamboleschi e sorprendenti. I due rami d’edera aggrappati alla parete sono Brice e Cloe che si dibattono tra piacere e dolore abbarbicandosi alla vita, le brecce nel muro lo squarcio provocato dallo sparo di Vangelis nella schiena del bersaglio preferito, il panno infeltrito sul materasso rancido il manto erboso del bosco intrecciato col muschio e la sterpaglia, che solleticano o graffiano i corpi dei due amanti. Continua a leggere

23. Al cospetto del destino

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Quando gli occhi di Viola incrociano quelli di Medardo, le possibilità esplodono come fuochi d’artificio. Si sprigionerà la passione dall’incontro nel viale che è l’unico elemento che li unisce, simbolo di una convergenza misteriosa e segno del destino? Si nasconde un segreto decisivo tra i filari di alberi che sembrano puntare all’infinito? Sarà la via della vita o il viale del tramonto? Una sorte luminosa, come in Gara di ballo di Baz Luhrmann o l’amore impossibile di Abelardo ed Eloisa, che il vortice di baci e amplessi conduce alla rovina, alla castrazione di ogni sogno, alla sepoltura comune nella tomba parigina a Père Lachaise? Quali opere potrebbero soccorrere in un approccio come questo? L’impeto rivoluzionario di Anna Karenina? L’amore-odio di Cime tempestose? L’incanto imprevedibile di Colazione da Tiffany? O la poesia struggente del Dottor Zivago e l’autodistruttività di Tenera è la notte? Negli occhi di Viola-Jennifer Morrison, Medardo legge la nobiltà minacciata dei Cavalieri della Tavola rotonda, la crisi giovanile di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, l’ambiguità di Memorie di una gheisha. Il viale degli olmi è lo schermo di un film in bianco e nero: vi si accavallano immagini insensate, slegate da qualunque canovaccio; i rami rinsecchiti sono mani alzate in segno d’impotenza, il cielo è una macchia bianca senza contenuto, depredato da una mano invisibile e spietata. Medardo e Viola comprendono nello stesso istante che nessuna memoria letteraria, nessun libro potrà assisterli in un frangente come questo: devono poggiarsi solo su se stessi; come lo scrittore, sono soli al cospetto del destino.

40. Geenna

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Saulo sta per sputare l’altro rospo quando il tombino su cui poggia i piedi si apre e lui precipita con un grido soffocato. Si ritrova in una galleria in penombra, fatica a distinguere le forme di ciò che lo circonda. A pochi passi da sé scorge un cartello chiaro con la scritta: Geenna, Centraal Station.
Geenna, sussurra Saulo, mi ricorda qualcosa. Non era la valle dove bruciavano i rifiuti, e prima ancora si consumavano sacrifici umani? Continua a leggere

22. Magma

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I due sono davanti al pub. Bisognerebbe descrivere il locale nei particolari, soprattutto ora che c’è Giulio, tipo preciso, anzi pignolo, come s’è già detto; lui riporterebbe ogni dettaglio della struttura in legno e in cemento, le caratteristiche delle pareti e degli oggetti appesi, i televisori collocati ai lati opposti della sala, i rumori di fondo: dalle chiacchiere degli avventori, alla musica – generalmente rock – diffusa a volume alto e senza interruzione, all’andirivieni delle cameriere con le magliette blu e il logo dell’esercizio in bella vista, ai mille altri segni che si potrebbero leggere, interpretare e collegare fino a riempire la pagina e trasformarla in una scenografia perfetta per accogliere la commedia umana. Continua a leggere

7. Io uccido

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Leopoldo ha imparato la lezione, ma non demorde. Ritiene che l’autogrill sia un simbolo privilegiato della società occidentale; forse farebbero più al caso gli immensi centri commerciali con scaloni in marmo e negozi barocchi, ma lì si sente in soggezione e preferisce ripiegare su forme meno impegnative. Si fa coraggio ed entra di nuovo tra la folla in maniche corte e macchie di sudore sparse senza un ordine preciso. Avverte l’ostilità dei corpi, che difendono la posizione nella doppia fila che dalla porta d’ingresso si allunga in direzione della cassa. Continua a leggere