Dies natalis


In genere, della morte si ha paura. Si fa di tutto, per procrastinarla: si spera, addirittura, in qualche tecnica d’ingegneria biologica che permetta di evitarla per sempre.
Gesù, alla viglia della dipartita, istituisce l’eucaristia, che significa rendimento di grazie: ringrazia, dunque, per la morte. Ha scoperto la tecnica giusta, che i Padri della Chiesa chiamavano, con il consueto acume, “farmaco dell’immortalità”. Di eucaristia in eucaristia, anche noi impariamo a ringraziare per quello che i primi cristiani definivano il “dies natalis”: nello stesso tempo, il giorno della morte e il giorno della nascita. Intelligenti pauca.

Il libro della Vita


Vogliamo essere eroi, santi, personaggi memorabili. Chi non ha avuto sogni di gloria?
Siamo cosa molto buona, dice il libro della Genesi, destinati a grandi cose: l’infinito, l’eterno. Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me, diceva Kant. Tutto vero. Ma poi Dio ci chiede l’impegno più difficile, quello veramente eroico: la fedeltà nelle piccole cose, cui nessuno fa caso, che non entrano nei libri di storia, ma solo nel Libro della Vita.

Più o meno pausa

da qui

C’è una nuova moda: quella di costruirsi un bunker dentro casa. Certo, le minacce sono tante, la guerra nucleare è dietro l’angolo, l’immigrazione, a più di qualcuno, mette angoscia. La paura fa presto a farsi strada, quando il proprio patrimonio è minacciato, e soprattutto il bene dei beni che è la vita. Poi viene uno che dice: chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. E allora devi metterti seduto, rifare tutti i conti, deciderti a compiere l’operazione più difficile di tutte: cambiare.

Due opere, un percorso – Fabrizio Centofanti tra Calvino e la vita

Recensione di Giovanni Agnoloni

    

Di solito le recensioni si fanno di un libro. Questa, se è una recensione, lo è di due. Ma forse non lo è nemmeno. È la fotografia di un percorso. Umano, artistico e spirituale.
Fabrizio Centofanti è uscito con un saggio su Italo Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata, ed. Clinamen, 2011 – prefazione di Giuseppe Panella e postfazione di Antonio Sparzani) e con una raccolta di pensieri, Non superare le dosi consigliate (Effata’ Editrice, 2011). Opere che sono un po’ la summa del suo itinerarium mentis (e direi anche cordis). Continua a leggere

Chi ha fatto fuori l’anima? Una storia in breve e qualche consiglio di lettura

di Maria Turchetto

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(pubblico, sul controverso ma fondamentale tema del riduzionismo, questo primo contributo, che, col cortese consenso dell’autrice, ho preso dalle sue pubblicazioni in rete. a.s.)

Credo che Alberto Savinio abbia ragione: anima è ormai per noi la parola di un lessico familiare infantile, una di quelle parole che «rimangono come suono anche dopo che sono morte come significato». Una parola che ha rivestito tanti significati, ha avuto tante valenze, ha attraversato una storia millenaria, è stata al centro di dispute religiose, stiracchiata da tutte le parti, girata, rigirata, stressata all’inverosimile. Non poteva che finire così, povera anima: un logoro straccetto linguistico, un suono dal significato vago. Scienziati, filosofi, psicologi non l’usano più. Forse nemmeno i poeti. Sta nel vecchio baule dei termini desueti e delle espressioni abusate, ad aspettare che qualcuno la ritiri fuori e scuota via un po’ di polvere: che un paroliere la infili in una canzone d’amore, un prete in una predica, o magari un giornalista sportivo si ricordi quel modo di dire: «il tal giocatore è l’anima della squadra». Continua a leggere