William Shakespeare Ladro gentile, traduzione di Francesco Dalessandro

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di Domenico Ludovici

A metà degli anni Cinquanta del Novecento, un estimatore e critico per niente accademico ma di notevole acume e intelligenza, lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in certe sue originali lezioni di letteratura inglese dedica ai Sonetti alcune mirabili pagine e, scegliendone idealmente una quarantina, «fra i massimi che mano umana abbia scritto», li definisce «la più dolorosa tragedia di Shakespeare». E poco altro di nuovo o di originale potremmo aggiungere alla sterminata letteratura che sui Sonetti si è scritta da quando Wordsworth affermò che in essi «Shakespeare ci ha aperto il suo cuore» e Browning gli replicò che «allora di altrettanto ne esce diminuito». Continua a leggere

Il Bardo ritorna: Gloucester, il cattivo assoluto

di Antonio Sparzani

Una volta a Londra andai a vedere al National Theater una rappresentazione del Riccardo III: certo non tutto afferravo dell’inglese shakespeariano ma questo iniziale monologo che trovo di eccezionale potenza me l’ero quasi imparato a memoria. Qui ve ne mostro tre versioni piuttosto diverse ma ognuna con qualche suo pregio. Ricordo che Riccardo di Gloucester è fratello del regnante Edoardo IV (primo re della casa di York, dal 1461, con un’interruzione nel 1470-71, alla morte nel 1483), che già possiede un erede, il futuro Edoardo V, e che Riccardo ordirà le più abiette trame, assassinii ecc., per impossessarsi del trono, che naturalmente alla fine perderà, insieme con la vita, nella decisiva battaglia sul campo di Bosworth (22 agosto1485). Questa battaglia segnò la fine dei Plantageneti e l’inizio della dinastia Tudor; il vincitore della battaglia fu infatti Henry Tudor, conte di Richmond, che diventò re col titolo di Enrico VII.. Aggiungo anche che il “sun of York” della seconda riga è già un gioco di parole tra il sole, emblema del re Edoardo e il “son”, cioè suo figlio. (Questa è la classica versione di Laurence Olivier).
Credo che il testo poi parli da solo:
The tragedy of king Richard III:
Enter GLOUCESTER, solus:

Now is the winter of our discontent
Made glorious summer by this sun of York; Continua a leggere

ESSERE

di Antonio Sparzani

Vi sono occasioni della vita  e non sono tanto rare  nelle quali è importante riascoltare il Bardo, e specialmente l’enunciazione di questa scelta, che tutti tocca e che tutti turba:

(William Shakespeare, Amleto, atto III, scena I.)
ed eccolo in italiano:
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William Shakespeare, sonetto CXXX, traduzione di Massimo Sannelli

 

Non c’è niente del sole dentro gli occhi
della mia donna e il corallo è più rosso
della sua bocca! Perché ha il seno spento,
mentre la neve è bianca? E se i capelli

sono fili, il suo filo è un filo nero.
Ho guardato le rose bianche e rosse
di Damasco: non c’è nessuna rosa
sulle sue guance, e altri odori vincono

il suo respiro. Io l’amo quando parla,
ma giuro che la musica è più bella.
Ammetto che non so cos’è una dea:

la mia donna calpesta solo terra.
O Dio, questo è un amore tanto raro
quanto ogni Lei paragonata a tutto!

Il Bardo continua 5 e Dialoghi d’amore 2: un vero archetipo: Giulietta e Romeo

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani

a lato: il famoso balcone: in realtà ovviamente rifatto in epoca moderna, ma buono per la fantasia di tutti noi.

[il precedente bardo sta qui e il precedente dialogo d’amore qui]

Non c’è davvero bisogno di presentazione per questo parlare d’amore tra i più famosi al mondo. È appena il caso di ricordare che nel primo atto della tragedia shakespeariana i due giovani, durante un banchetto in casa Capuleti, al quale Romeo interviene mascherato, si conoscono, senza quasi prender coscienza l’uno del casato dell’altro, e si scambiano sguardi e parole trasognate. Presto appare l’orrore che la sorte ha loro riservato: le due rispettive famiglie sono acerrime nemiche, Juliet Capuleti e Romeo Montague, così nell’originale, non possono amarsi.

Dopo la fine del banchetto Romeo resta a sognare e a ricantarsi l’amore appena nato e già così forte nel giardino di casa Capuleti, proprio in vista del balcone della camera di Giulietta. E così si apre la scena II del II atto:

[Orto dei Capuleti, entra Romeo]

Romeo: Si ride delle cicatrici altrui
chi non ebbe a soffrir giammai ferita…

[Giulietta appare a una finestra]

Oh, quale luce vedo sprigionarsi
lassù, dal vano di quella finestra?
È l’oriente, lassù, e Giulietta è il sole!
Sorgi, bel sole, e l’invidiosa luna
già pallida di rabbia ed ammalata
uccidi, perché tu, che sei sua ancella,
sei di gran lunga di lei più splendente. Continua a leggere

Il Bardo continua, 4: la grande Portia

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani

Il Mercante di Venezia è Antonio, padrone di ragusèe che solcano i mari con ricche mercanzie, ma al momento privo di contanti: si rende personalmente garante di un prestito di tremila ducati che il suo amico del cuore Bassanio si fa prestare dall’usuraio ebreo Shylock: questi detesta Antonio a causa dei frequenti insulti e del continuo disprezzo che egli costantemente gli riserva. Pretende che nel contratto di prestito – la famosa obbligazione (bond) – sia scritto che in caso di insolvenza Antonio debba pagare con una libbra della sua carne viva. Sfortunatamente giungono cattive notizie sulla sorte delle ragusèe, preda di mari pericolosi; arriva il termine della restituzione e Shylock pretende la penale del suo bond.

Nel frattempo Bassanio ha ottenuto la mano di Portia, ricca e nobile dama, signora di Belmonte, donna di grande bellezza, grazia, intelletto e umanità, la vera figura positiva di tutta la commedia. Costei, complice un amico avvocato padovano, al momento del giudizio tra Shylock e Antonio davanti al Doge e alla Corte dei Magnifici, si traveste da giovane e dotto avvocato e prende irresistibilmente la scena. Passando da un bellissimo discorso sulla clemenza (mercy) al puntiglioso rispetto della legge, salva la situazione ribaltando le parti. Qui vi offriamo due brevi passi del suo discorso, atto IV, scena I, ma è evidente che tutta la commedia andrebbe letta e riletta; perché accade di questo classico come di tutti gli altri, quel che diceva Calvino, e cioè che ogniqualvolta lo si rilegge vi si scopre qualcosa di nuovo. Continua a leggere

«Ama e taci». Il Bardo continua, 3.

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani.

[brano tratto dal Re Lear, a cura di Giorgio Melchiori, Biblioteca Mondadori. Atto I, scena I. Le parentesi quadre sono state riportate esattamente come compaiono nella versione pubblicata da Mondadori nel 1976]
Nella foto: il Globe]

LEAR – Now, our joy,
Although our last and least, to whose young love
[The vines of France and milk of Burgundy
Strive to be interessed:] what can you say to draw
A third more opulent than your sisters’? [Speak!]

CORDELIA Nothing, my lord.

[LEAR Nothing?

CORDELIA Nothing.]

LEAR Nothing will come of nothing. Speak again.

CORDELIA Unhappy that I am, I cannot heave
My heart into my mouth. I love your majesty
According to my bond, nor more nor less. Continua a leggere

Il Bardo continua, 2.

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani

La periodicità annuale dell’aprile per celebrare William Shakespeare, il Bardo, ci sembra decisamente troppo rada, e quindi ci proponiamo di adottare almeno una periodicità mensile. La prima dose l’avete avuta qui, ed eccovi la seconda. Si tratta del sonetto II, ancora nella traduzione di Giuseppe Ungaretti.

When forty winters shall besiege thy brow,
And dig deep trenches in thy beauty’s field,
Thy youth’s proud livery, so gaz’d on now,
Will be a tatter’d weed, of small worth held:
Then being ask’d where all thy beauty lies,
Where all the treasure of thy lusty days,
To say, within thine own deep-sunken eyes,
Were an all-eating shame and thriftless praise.
How much more praise deserv’d thy beauty’s use,
If thou couldst answer, “This fair child of mine
Shall sum my count, and make my old excuse,”
Proving his beauty by succession thine!
This were to be new made when thou art old,
And see thy blood warm when thou feel’st it cold.
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26 aprile 1564: nasce il Bardo

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani

In questa casa di Stratford-upon-Avon 444 anni fa nasceva William Shakespeare, qui lo annunciamo con uno dei suoi straordinari sonetti, con traduzione di Giuseppe Ungaretti.

The forward violet thus did I chide:
Sweet thief, whence didst thou steal thy sweet that smells,
If not from my love’s breath? The purple pride
Which on thy soft cheek for complexion dwells
In my love’s veins thou hast too grossly dy’d.
The lily I condemned for thy hand,
And buds of marjoram had stol’n thy hair;
The roses fearfully on thorns did stand,
One blushing shame, another white despair;
A third, nor red nor white, had stol’n of both,
And to his robbery had annex’d thy breath;
But, for his theft, in pride of all his growth
A vengeful canker eat him up to death.
More flowers I noted, yet I none could see
But sweet or colour it had stol’n from thee.

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